martedì, 06 giugno, 2023
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Prima nazionale di "La scattiata" di Silvana Grasso, regia Salvo Piro, interpreti Manuela Ventura e Franco Mirabella. Al Piccolo Teatro di Catania. -di Grazie Pulvirenti

Manuela Ventura e Franco Mirabella in "La Scattiata", regia Salvo Piro. Foto Dino Stornello Manuela Ventura e Franco Mirabella in "La Scattiata", regia Salvo Piro. Foto Dino Stornello

È magma fluido La scattiata, l’esordio teatrale della scrittrice siciliana Silvana Grasso, che da anni è entrata a far parte del consesso dei più autorevoli scrittori del panorama nazionale e internazionale.  “Un classico della letteratura italiana”, sin da quando, trent’anni addietro, le sue prime opere furono pubblicate da Giulio Einaudi nella collana Supercoralli, destinata a ospitare le pagine dei maggiori italiani. I suoi romanzi, dal Bastardo di Mautàna, a La Pupa di zucchero, a La domenica vestivi di rosso, sono sapienti esempi di una sperimentazione linguistica che non esita a mescolare l’aulico e il volgare, un italiano coltissimo con il dialetto, storie locali con motivi universali. E la sua opera prima per le scene si colloca in questa ibridazione di linguaggi e stilemi, fra il grottesco e il lirico, per raggiungere forme di sfrenato virtuosismo. Uno sfrenato virtuosismo amplificato dalla eccezionale messinscena per la regia di Salvo Piro, con due veri mattatori, ben noti al pubblico italiano, Manuela Ventura e Franco Mirabella. 
Sfrenato il testo, sfrenata la regia, che lo ha accarezzato, indagato, sviscerato in ogni piano della sua complessa stratificazione. Una grande prova di genio interpretativo, a un tempo fedele al testo e ricco d’inventiva. La grandezza di questo allestimento sta nel cogliere un momento di deflagrazione, che è nella vita dei due personaggi, il giudice Nannino Vannantò, presidente di Corte d’Appello e Rosita Romeo. Un momento di deflagrazione che è nella vita di ognuno, come anche nella più ampia storia del conflitto tra Eros e Thanatos, fra Vita e Morte, storia che costituisce la cornice senza tempo, in un qual certo senso metafisica, in cui si situa la vicenda. La storia viene narrata, inscenata, meta-rappresentata proprio a partire da questo nucleo energetico che esplode nella testa dei protagonisti, nel continuo alterco fra Vita e Morte. Nella scrittura. E da questa esplosione, come quando il Mongibello erutta, irrompe il magma incontenibile di dolori, emozioni, recriminazioni, rimpianti, desolazioni, devastazione interiore. 
È una storia di omissioni di vita quella fra il giudice Nannino e la bellissima studentessa Rosita, entrambi giovani un tempo, impegnati in una lotta per cambiare il mondo, secondo i sogni di chi aderì in pieno a un movimento, quello del 68, a cui Rosita è rimasta indissolubilmente legata, finendo la sua vita in miseria, ma in piena coerenza con gli ideali giovanili. Mentre lui no, Nannino ha rinunciato ai sogni dei banchi universitari, ha scelto il compromesso, oscuri intrecci malavitosi, in nome della carriera, della sicurezza borghese. Ma soprattutto ha rinunciato, lui per via del viso sfigurato da un angioma, a confessare il suo amore a lei, che non ha mai cessato di amarlo. 
Sulla scena, solo nello spazio altro, finto, ma proprio per questo infinitamente più vero della vita, s’incontrano. O almeno tentano d’incontrarsi, lui con la sua decrepita malinconia, con i suoi rimpianti, con i suoi groppi intricati nella mente. Lei con la sua esuberanza, con la sua intransigenza, con la sua ostinazione giovanile, mai messa a tacere. E con il suo amore inconfessato per lui, l’uomo con lo stigma sul volto. Il palcoscenico del loro incontro è duplicato, come in un gioco di specchi riflessi, nel palcoscenico del mondo, dove gli stessi due attori danno vita alle figure senza tempo della Morte e della Vita, del tempo passato e del tempo mai vissuto, del tempo che sfugge, del tempo che ritorna in un eterno presente, che è quello in cui si svelano i segreti più reconditi dell’animo umano, il tempo del teatro.
Salvo Piro, con grande rigore stilistico e un gioco a togliere, ha sapidamente intrecciato i vari piani narrativi, presentando uno spettacolo in un lungo atto unico, in cui tutto si inscrive in se stesso, come in un gioco di scatole cinesi, e tutto deflagra. Espansione e contenimento, sistole e diastole. Caos dei sentimenti, delle emozioni, degli impulsi più inconfessati e costruzione formale, rigorosa, monolitica, delle parole, del linguaggio. Cesellato, dalla recitazione controllata eppur emotivamente coinvolgente e trascinante dei due protagonisti. Manuela Ventura riesce a trovare la difficilissima misura fra la follia propria del personaggio e l’eleganza della parola, della recitazione che non indulge mai a eccessi, a esagerazioni, rendendo così credibile da un punto di vista mimetico la pazzia, eppure sviscerandone le ragioni umanissime, quei cortocircuiti cui Rosita ha dato vita nel suo inseguire i propri fantasmi, chiusa in una stanza illuminata da candele, addobbata da rose rosse, dominata dai volti di Mao e Che Guevara. E poi si trasferisce su un altro piano, indossa le vesti della Vita, con il suo scandaloso immergersi nell’intrico delle passioni e in una sorta di ferocia nel difendere il vivente dalla Morte. Cui da voce, anche lui in un voluto e ben calibrato doppio ruolo Franco Mirabella, che vira da toni da Grand Guignol, proprio quando indossa i panni della Morte, a quelli sommessi, sofferti, lacerati e laceranti del giudice. Per poi, con un guizzo del testo, della regia, e sommamente della sua recitazione, indossare quelli dell’attore, che deve portare a compimento uno spettacolo in cui i pezzi non vanno a posto, in cui c’è sempre qualcosa che esonda, fuoriesce, tracima, come la lava, come il magma. 
Un magma che viene dalle viscere della scrittura di Silvana Grasso, dalla ibridazione dei linguaggi scenici, dalla forza e ferocia di questo allestimento, cui fa da introduzione una canzone di Nilla Pizzi: “La vita è un paradiso di bugie”. Un magma di bugie, di autoassoluzioni, di autoinganni. Un magma che nell’inganno della finzione scenica trova una sua più sconvolgente verità. 

Grazia Pulvirenti

Ultima modifica il Sabato, 06 Maggio 2023 09:12

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