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Non si paga! di Dario Fo di Laetitia Dumont-Lewi

Non si paga! (nel paese delle banche) Non si paga! (nel paese delle banche)

Alla Comédie di Ginevra va in scena Sotto paga! Non si paga! di Dario Fo. Il testo è quello dell'ultima stesura della commedia di Fo, la cui prima versione risale al 1974; la storia, quella di impiegate precarie che, stufe dal continuo rialzo dei prezzi, svaligiano un supermercato, al suono dell'ingiunzione festosa "Siamo sotto paga, non si paga!". Nel programma di sala, il regista, Joan Mompart, paragona la situazione della commedia a quella della Grecia attuale, o della Spagna, Paese di cui è originario, e dove proprio l'estate scorsa, racconta, sono avvenuti eventi simili. Ma se era una scommessa inscenare in un Paese come la Svizzera, solo marginalmente toccato dalla crisi, una farsa nello stesso tempo surreale e radicalmente ancorata ad una realtà molto meno ridente, la scommessa, considerando il successo dello spettacolo, può considerarsi vinta, e bisogna ammettere che è particolarmente gustoso sentir gridare a Ginevra che "le banche sono degli istituti di truffa".
In effetti, anche se qualche pesantezza nella nuova traduzione appiattisce a volte l'estro della commedia originale, lo spettacolo è una bella dimostrazione del carattere allo stesso tempo attuale e atemporale del teatro di Fo. Ovviamente, le battute sul Partito Democratico suonano astratte per il pubblico della Comédie de Genève; ovviamente è stato necessario qualche taglio. Qualche spostamento felice anche, per legare lotte passate e presenti: così nella descrizione del saccheggio del supermercato, la battuta "Pareva l'assalto di Porta Pia!" diventa "Pareva il maggio '68!". Le battute sul papa, che nella farsa appare, viene detto, in sogno a Margherita per dirle di non prendere la pillola, si sono riferite, nel corso delle diverse versioni dello spettacolo, prima a Paolo VI, poi a Wojtyla, e finalmente, nella versione del 2007, a Ratzinger, che ha consentito di accrescere la parte con brani in grammelot tedesco. Vedere lo spettacolo in pieno conclave, a due giorni dall'elezione di un nuovo papa, poteva rendere obsolete delle battute scritte su un Pontefice ormai scaduto, o al contrario apparire particolarmente gustoso. Qui la scelta è stata di fare del papa menzionato un papa generico, senza riferimenti precisi ad una nazionalità tedesca, per esempio, ma di consentire un sottile ammicco alla situazione presente grazie ad un elemento della scenografia: dentro l'armadio che fa da studio all'operaio legalista (e "coglione") Giovanni, si vede appesa, oltre alla riproduzione del quadro di Pelliza da Volpedo "Il Quarto Stato", che nell'ultimo allestimento di Fo faceva da sfondo alla scena, la prima pagina del quotidiano francese Libération datata dell'annuncio della rinuncia di Benedetto XVI, col titolone "DIEU DÉMISSION" ("Dio dimissioni").
Per chi conosce il testo, qualche scelta di regia può sembrare strana. Per esempio, quella di far indossare all'appuntato di pubblica sicurezza e al carabiniere (entrambi, come anche il becchino e il vecchio interpretati dallo stesso attore) costumi così dissimili da impedire allo spettatore di capire a prima vista che si tratta dello stesso attore. Ma ciò rientra in una volontà spiccata di far funzionare la macchina teatrale spingendo fino in fondo l'assenza d'illusione: allo stesso modo, il passaggio dietro l'armadio che consente gli scambi di persona non è completamente nascosto; lo stesso carabiniere, da svenuto, si alza tranquillamente scusandosi con un sorriso verso il pubblico, per andare a cambiare costume e personaggio per la scena successiva (cambio che, nella regia di Fo, veniva invece nascosto da un siparietto); o ancora una battuta viene aggiunta dal regista, in perfetta sintonia con lo spirito dariofoesco di rottura della quarta parete: "Aiutami a sistemare il tavolo", dice Antonia a Margherita; "Perché?" "Per il cambio di scena".
Ed è proprio questo gioco allegro con la finzione teatrale a rendere percepibile la tensione tra, da un lato, lo svolgersi implacabile di una macchina farsesca dove si annodano ad un ritmo serratissimo gli equivoci le menzogne e le invenzioni più folli, e dall'altro l'ancoramento in un ambiente di cui si capisce lo sfacelo irrimediabile. Ancoramento è una parola sbagliata: in effetti le scene fanno della casa di Margherita e Giovanni una nave appunto ancorata piuttosto male. A poco a poco, mentre cresce la follia delle situazioni, il palco diventa sempre più barcollante, l'impianto scenico si muove, il tavolo, la credenza, l'armadio, si rivelano posti sopra un dondolo svelando un mondo sull'orlo del nubifragio. L'insieme è all'immagine del coperchio della cassa da morto che sbuca nell'ultima scena, travestito da culla giapponese ultra-moderna che fa fare i giri della morte ai neonati. Per fortuna i figli si rivelano fatti di pacchi di pasta, cavoli e lattughe, ma la scena a dondolo non culla dolcemente i personaggi, che sembrano in procinto di essere incastrati in una cassa da morto.
Si tratta di un mondo grigio: grigie le scene, grigi i costumi. Gli unici veri spunti di colore e di speranza sono nascosti nell'armadio dell'ex-comunista idealista: il quadro dai toni ocra di Pelliza da Volpedo e la pagina azzurra del quotidiano francese. E bisogna saltare fuori dalla nave, fuggire dall'impianto teatrale per rivolgersi direttamente al pubblico e andare oltre la farsa. L'immagine finale, molto bella, si situa sempre sulla scia della stessa ambiguità: il quadro "Il quarto stato", viene proiettato, ingigantito, sul proscenio, e gli attori vi si fondono: essi si colorano nello stesso momento in cui si irrigidiscono. Il mondo non li culla, ma li fa scivolare, la nave sta per naufragare, ma il teatro è lì per far cambiare le cose: non come luogo della bugia, ma come luogo dove la bugia può essere superata. Le invenzioni strafolli di Antonia, le gravidanze finte, i miracoli di carabinieri risuscitati incinti stanno lì a dire che le casse da morto possono sì trasformarsi in culle, ma che bisogna stare attenti: c'è anche chi trasforma le culle in casse da morto.

 

Ultima modifica il Lunedì, 01 Aprile 2013 11:39
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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