sabato, 27 novembre, 2021
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Teatro fra riforma e utopie 2015, l'anno dei Tric e la voglia di non darsi per vinti di Nicola Arrigoni

"Un tram che si chiama desiderio", regia Antonio Latella "Un tram che si chiama desiderio", regia Antonio Latella

Teatro riformato, teatro impoverito, teatro nazionale, teatri di rilevante interesse culturale - i cosiddetti Tric - e Centri di produzione e via con nuove definizioni e contenuti spesso noti: il 2015 è stato l'anno della riforma Franceschini. Ed in merito la commissione prosa del Mibac, composta da Lucio Argano, Massimo Cecconi, Ilaria Fabbri, Roberta Ferraresi e Oliviero Ponte di Pino, osserva nel bilancio di fine anno: «I finanziamenti attribuiti dal settore prosa ammontano a euro 63.100.000, per un totale di 303 progetti finanziati (inclusi 21 progetti confluiti nel settore multidisciplinare), contro i 357 finanziati nel 2014. Tale riduzione, testimonianza del rafforzamento del profilo 'nazionale' del Fondo, è il risultato netto di: ingresso di nuovi soggetti nel sistema prosa (pari a 37, e cioè circa l'11% di nuovi ingressi); uscita di alcuni soggetti per carenza di dimensione o qualità, riferibile in particolare alla riduzione delle molte iniziative di promozione e al de-finanziamento di alcuni esercizi teatrali privati; fusione di soggetti in nuove imprese o reti di imprese di spettacolo; razionalizzazione e semplificazione attraverso il superamento della doppia domanda da parte dei singoli organismi». Una rivoluzione non senza ombre come mette in evidenza la stessa commissione: «Il teatro italiano, anche per rispondere in alcuni casi alle ambizioni di politici e amministratori locali, ha chiesto il riconoscimento di ben 10 Teatri Nazionali, di 32 Tric e di 39 Centri di Produzione Teatrale. Pochissimi di questi soggetti sono frutto di fusioni e convergenze progettuali tra realtà preesistenti, come sarebbe stato utile in tempi di razionalizzazione dell'intervento pubblico ma anche per un maggiore rafforzamento dei soggetti medesimi e delle attività. Diversi progetti hanno mostrato poi una consistenza strategica piuttosto debole nel rapporto tra aumento esponenziale dei dati quantitativi, possibilità concrete di sviluppo e crescita, situazione oggettiva del territorio, declinazione progettuale. La sensazione spesso è stata di un adeguamento, anche forzato, ai requisiti richiesti dal decreto senza un vero sforzo prospettico modellato sulle proprie concrete possibilità e su quelle del contesto di riferimento (territorio, mercati, modelli produttivi)». Il rischio sembra essere quello di trovarsi in presenza di una 'rivoluzione gattopardesca', in cui ai cambiamenti delle definizioni non corrispondono effettivi mutamenti reali. Il teatro sembra più che mai specchio del Paese, uno specchio che riflette incertezza, per certi versi stanchezza, ma anche un'inattesa vivacità e la voglia di elaborare pensiero, affidate per lo più ai singoli, alle utopie creative di registi, attori che si devono spesso confrontare con un sistema che dà poco respiro al futuro e non ama rischiare, stretto nelle maglie del far quadrare i conti e non scontentare pubblico – da rinnovare e rieducare -, amministratori locali a cui si chiede condivisione economica.
A fronte di questa ridefinizione numerica e contributiva del settore prosa, a fronte delle polemiche e delle graduatorie algoritmiche che hanno promosso alcuni Stabili a teatri nazionali ed altri a Tric, a fronte di quanto si è scritto e si è detto, a fronte di un teatro che ama piangersi addosso, pensare all'anno appena trascorso e ipotizzare come sarà il 2016 delle scene teatrali vuol dire andare in cerca non solo di ciò che è stato e accadrà, ma del filo rosso che unisce, o dovrebbe unire, l'azione scenica di Teatri Nazionali, Tric e amenità varie. Se ci si pone nell'ottica delle istituzioni i modelli si ripetono, paradossalmente la programmazione e l'articolazione delle iniziative – soprattutto quelle collaterali – è aumentata, si è arricchita. I parametri numerici del decreto Franceschini chiedono di aumentare giornate lavorative, permanenza degli spettacoli, incoraggiano le coproduzioni, cose che in un qualche modo già accadevano, dicono i più. Se si decide di esulare dalla politica e passare all'estetica, la produttività e l'invenzione del sistema teatro non conoscono crisi. Si fa tanto teatro, si continua a farne, malgrado tutto e con un peso specifico di grande spessore a volte, più spesso con riempitivi produttivi che rischiano di saturare il mercato e l'offerta. Forse vale la pena abbandonare la politica del teatro, l'organizzazione o la ri-organizzazione del teatro e guardare ai sogni, alle utopie, cercare di leggere nell'azione scenica di registi e attori la vera risorsa di un teatro che sa essere presente, che sa essere poesia e creatività, che sa interpretare il presente, ipotizzare il futuro, valorizzare una tradizione che se non rinnovata rischia di farsi archeologia teatrale.

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Come non pensare ai lavori di Antonio Latella, sia nell'ambito della sua Compagnia stabilemobile che nelle produzioni firmate da teatri stabili, quali esempi di un pensiero scenico sul teatro e sui suoi linguaggi che parte dal Un tram che si chiama desiderio, passa dal Servitore di due padroni, da Natale in Casa Cupiello, per arrivare a Ti regalo la mia morte, Veronika: Che dire della sfida produttiva di Massimiliano Civica con Alcesti, in cui spazio scenico e recupero di luoghi divengono occasioni di pensiero sulla realtà, riflessione sul tragico. Ovviamente l'anno che si chiude è l'anno della scomparsa di Luca Ronconi e del trionfo agli Ubu della sua memoria con Lehman Trilogy di Stefano Massini, miglior spettacolo della stagione passata, ma è anche l'anno della scomparsa di Judith Malina del Living e allora come non ritornare all'emozionante dialogo generazionale che la vide protagonista con Silvia Calderoli a Santarcangelo dei Teatri; e proprio a Santarcangelo l'attrice feticcio dei Motus ha chiuso quel discorso, lo ha fatto facendo di se stessa spettacolo, azione performativa, interrogandosi sul sesso e la sua mutabilità, sull'identità multiforme che la caratterizza e ci caratterizza, in uno spettacolo/performance che ha fatto di musica, corpo, azione e parola un tutt'uno che sarebbe piaciuto a Judith Malina. La scomparsa di padri e madri del teatro del XX secolo – elaborato il lutto – permette nuova libertà, permette di tenere conto dell'eventuale eredità, senza per questo scimmiottare. Ed è quello che si trova a dover fare Damiano Michieletto al Piccolo Teatro, ed è quello che ha tentato di fare con la messinscena fangosa e cupa di Divine parole di Ramon Maria del Valle –Inclàn. Ma la sfida per Michieletto arriverà la prossima primavera con la messinscena dell'Opera da tre soldi di Brecht, con tutta l'eredità strehleriana del caso...

LO ZOO DI VETRO 010 foto Laila Pozzo

Sempre cavalcando il 2015 teatrale non si può non pensare all'azione di onesta regia portata avanti da Arturo Cirillo con un'inedita passione per la drammaturgia statunitense con Lo zoo di vetro, Chi ha paura di virginia Woolf? e La gatta sul tetto che scotta: tre lavori differenti che comunque consegnano l'attore e regista partenopeo a una sua prassi teatrale che s'innesta nella tradizione e della tradizione fa un punto di partenza per approdare a un teatro che scotta, che sa essere contemporaneo senza eccessi avanguardistici. Ed in nome di un fare teatro capocomicale come non menzionare l'azione registica e produttiva di Valerio Binasco con la sua Popular Shakespeare Kompany in cui gli autori della tradizione da Shakespeare a Goldoni, da Ionesco a Feydeau vengono affrontati con spregiudicata allegria e inventiva, valorizzando le doti dei singoli attori, in nome di un fare teatro che alla 'dittatura del regista' preferisce la condivisione della compagnia, in cui a dare indirizzi ed elaborare l'estetica è pur sempre il capocomico, come ama definirsi Valerio Binasco. Procedendo lungo l'itinerario di un teatro che sa coniugare autorialità e attorialità in nome di una distribuzione in circuiti teatrali non per addetti ai lavori non si può non prendere in considerazione la militanza di Valter Malosti impegnato nel Berretto a sonagli di Pirandello, ma che a fine stagione porterà in scena nientemeno che Venere in pelliccia di Sacher Masoch, confermando la natura ecclettica del suo fare teatro in cui antico e contemporaneo si fondono, in cui non esistono confini semantici e di genere, in cui testo e sottotesto convivono, offrendo allo spettatore un'esperienza intellettuale mai banale e scontata.

scrooge

Se Emma Dante al teatro Olimpico di Vicenza e nella sua Palermo porta avanti un'indagine quanto mai coerente sul rito, sul mito e sul tragico, la contemporaneità è deflagrante per il teatro 'politico' nel senso alto del Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari che passano da Marco Pantani a Aung San Suu Kyi mantenendo alta una coerenza di pensiero sulla realtà e sulla contemporaneità gravida di speranza e di fiducia nell'uomo. E in nome di un teatro che scotta, che vuole dire del nostro presente non si può non pensare al bellissimo Scrooge! di Fanny & Alexander, piuttosto che ai lavori di Teatro Sotterraneo con il loro progetto Be Legend! in cui storia e presente si intrecciano in un tutt'uno; ma soprattutto come non considerare profetico e inquietante War Now. Nella ricerca di un teatro che sappia farsi pensiero non si può non pensare all'offerta scenica di Drodesera in cui la contemporaneità e i suoi riverberi divengono materia duttile ed esposta alle inattese azioni creative di artisti che nel festival trentino trovano un'inedita possibilità di produrre e contaminarsi vicendevolmente. Sulla via di un teatro che vuole essere occasione di incontro di linguaggi ed estetiche non si può non tacere di Vie, il festival della scena contemporanea organizzato da Ert, che sempre meno si offre come festival e sempre più come rassegna, una sorta di ponte con le stagioni tradizionali, nella convinzione che il pubblico del teatro sia uno, che il ruolo di un teatro pubblico sia quello di produrre e promuovere cultura e spettacoli da offrire alla comunità in cui si agisce, in nome di un confronto vero e diretto sul presente, mediato nel qui ed ora dell'azione teatrale. In tale direzione come non leggere il bellissimo Répétition di Pascal Rambert che all'inizio del 2016 avrà una sua versione in italiano, prodotta da Ert, con Luca Lazzareschi e Anna Della Rosa, assieme a Laura Marinoni e Giovanni Franzoni, un po' come accadde due stagioni fa con Clôture de l'amour. Al centro è ancora una volta il teatro e la sua semantica, meglio le relazioni che si compiono nello spazio senza tempo e coordinate geografiche della scena, un luogo e nessun luogo, uno spazio in cui tutto è possibile, tutto accade nel qui e ora della rappresentazione.
Questo non bilancio del 2015, questo excursus molto parziale di ciò che si è visto sulle scene si crede possano offrire un viatico a quello che sarà, o dovrebbe essere il teatro nel 2016: un'occasione per raccontare il tempo in cui viviamo, complici i grandi autori e la nuova drammaturgia, complice il corpo senziente dell'attore e la sua intelligenza multiforme che trasforma parole e storie in azioni vissute e agite davanti a uno pubblico di spettatori che partecipa, che vive del medesimo bisogno e degli stessi sogno: individuare una qualche mezza verità che renda più facile il nostro vivere quotidiano. Il teatro della riforma Franceschini, il teatro che progetta e che propone il Fus non come un diritto acquisito una volta per tutte, ma come una risorsa da conquistare con idee e creatività è il teatro che si vorrebbe vedere sempre, è il teatro che magari c'è, che pretende di essere e che ha negli artisti: registi, attori, drammaturghi la risorsa prima, il corpo fragile e preziosa da valorizzare, far crescere in nome di un fare teatro che non sia mero svago, mero divertimento, ma piuttosto un invito ad essere insieme, a specchiarci e inventarci realtà nuove, ipotesi di futuro possibile, pensieri che rivelino il nostro presente, le sue ambiguità, le sue potenzialità, da condividere insieme. In questo non bilancio e nello sguardo proiettato al 2016 c'è forte la fiducia di una comunità di artisti – e non solo quelli citati in questa sede – che per sensibilità e intelligenza sanno raccontare il nostro presente, anche quando si dedicano ai classici – il prossimo anno sarà il quattrocentesimo anno della morte di William Shakespeare -, che sanno fare tesoro della tradizione e della semantica teatrali non per mero gusto della ripetizione di stilemi già dati, ma quali punti di partenza, rete di sicurezza da cui spiccare il volo impossibile verso gli abissi dell'arte che disvela la realtà.

Ultima modifica il Venerdì, 08 Gennaio 2016 13:05

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