martedì, 22 ottobre, 2019
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FREEDOM - LIBERTÀ AL TORINO FRINGE FESTIVAL. -di Valentina Arichetta

Danilo Giuva in "Mamma" - Compagnia Licia Lanera. Foto Francesco Ubertalli Danilo Giuva in "Mamma" - Compagnia Licia Lanera. Foto Francesco Ubertalli

Freedom – Libertà al Torino Fringe Festival 2019

Duecentotrenta repliche, sessantotto artisti e compagnie in stretto dialogo con il pubblico negli spazi urbani, dieci giorni di spettacoli: è il Torino Fringe Festival, evento multidisciplinare che si mostra come inno allo spettacolo dal vivo, mentre cerca di sollecitare il pubblico a non far estinguere (come il Dodo simbolo del festival) il cambiamento e la crescita attraverso l'arte del teatro.
La "libertà" è il tema che unisce quest'anno il Fringe agli artisti in programma, che mettono in scena nuove prospettive di ricerca in spazi liberi, indipendenti e popolari con l'inclusione di un pubblico vario: il Fringe è un festival che promuove gli spettacoli con il passaparola, e si realizza grazie al lavoro di varie compagnie torinesi con il sostegno di enti e istituzioni del territorio.
Sono venticinque in totale gli spettacoli di teatro: tra questi Mamma, di e con Danilo Giuva, poliedrico attore che con il sostegno della Compagnia Licia Lanera porta in scena un testo del 1986 di Annibale Ruccello, "Mamma – piccole tragedie minimali", opera che sconvolge per il suo tema ancora attuale ai nostri tempi.
Una scena nuda con un sipario nero che lascia intravedere un cuore dipinto, in un angolo della scena una sedia; e poi lui, il protagonista che, vestito di nero, parte dal concetto archetipale e inizia a raccontare la fiaba "Catarinella e il principe serpente" (ispirata da "Il Serpente" di Basile). Per poi arrivare alla degenerazione del rapporto madre e figlio, a stravolgimenti del concetto di maternità per come è avvertito nel sentire comune. E' lo stesso Danilo, incontrato da Sipario dopo lo spettacolo, a spiegarci che nonostante l'utilizzo del dialetto foggiano -con una partenza in una sua forma arcaica, arrivando poi ad una mescolanza tra italiano e dialetto- è rimasto fedele al testo per raccontare una parabola unica, un'evoluzione di ferocia in alcune tipologie di madri, diverse ma uguali nell'abbracciare la crudeltà profonda del tema. Quattro micro storie per quattro modi di essere madre, e forse quella che fa più tenerezza con piccoli sorrisi a mezza bocca è quella di Maria, donna incinta in manicomio, che dice e pensa di essere la Madonna, che odia le suore chiamandole con i nomi più offensivi che esistano. Perturbante l'utilizzo dell'attore, in scena, di una protesi di seno e pancia con la quale, attraverso la gestualità, arriva a far diventare lo spettatore il protagonista della storia, entrando nell'anima dei personaggi che racconta e vive. C'è anche spazio per l'attualissima madre che mentre è con i figli parla al telefono, cucina, strilla, fuma e si stressa, per poi cadere nella paura e nell'abbraccio di protezione verso i figli.
Finendo la parabola con la madre in cerca di riscatto nella vita della figlia, la quale non riesce a portare a termine i sogni della genitrice rimanendo incinta "solo" di un meccanico.
Con quella semplicità in difficile equilibrio fra scioltezza e intelligenza, Giuva stratifica il suo Mamma con molteplici letture, sempre più profonde, dando con la sua interpretazione altro slancio e potenza al già imponente testo di Ruccello.
Non convince invece il Deus Ex Machina che salva la scena in L'Uno, della compagnia Contrasto: un gruppo di amici -due coppie che diventano poi tre- si ritrova per festeggiare il capodanno, consapevoli che da quattro mesi una sorta di corpo celeste incombe sul pianeta Terra, spaventando tutti per il suo prevedibile avvicinamento, forieri ovviamente di disastri e morte. Dramma contemporaneo e postmoderno nel tema (in sostanza è un post apocalittico) tenuto bene in scena dai sei attori e soprattutto dall'attrice Elena Cascino, lei sì vero Deus di tutto lo spettacolo. Perché solo lei mette in evidenza senza sforzo il sentimento umano al collasso, evitando (come altri in scena con lei) di affannarsi per cercare di avvincere il pubblico con urla e sfiati. Perché sono proprio le relazioni interpersonali al centro di quella che può essere vista come una commedia degli equivoci dove l'Uno del titolo è solo, appunto, un deus ex machina: incarnato poi con poca convinzione dal regista, che appare e scompare senza una ben definitiva posizione narrativa, sfocata e fuori tempo.

torino samya

Samya Jusuf Omar di Ops Officina Per la Scena, è invece l'adattamento teatrale del romanzo "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. La storia di Samya nata per correre ma non aiutata dalle sue origini somale è potente e commovente ma sempre di testa e mai di pancia, non suscita mai pena e compassione riprendendo vita solo a tratti grazie all'intensità vocale dell'attrice Valentina Volpatto, non molto aiutata dalla non felice resa audio, con eco inclusa, che dava la rappresentazione nella suggestiva sala conferenze del Museo Egizio.
In un luogo non convenzionale ma multifunzionale il bravissimo Angelo Colosimo ha poi portato il suo pluricelebrato Simu e Pùarcu di Wobinda produzioni, terzo atto conclusivo di una trilogia ideale sulle dinamiche familiari, le contorte relazioni all'ombra di una "criminalità ancestrale", gli istinti animaleschi dell'uomo che vengono fuori lì dove si perde completamente la ragione.

torino simu

In dialetto calabrese, Simu e Pùarcu (letteralmente siamo di porco, frase per intendere che si è occupati ad ammazzare il maiale per trattarne la carne) porta avanti in un testo accuratamente stratificato una riflessione angosciante sulla mentalità criminale, e l'esistenza perversa dei rapporti umani. Temi universali per una storia che coinvolge e lascia senza fiato quasi a soffocarti perché l'utilizzo di ampie metafore rivela una storia di cronaca nera quasi romanzata ma vicinissima alla quotidianità, un viaggio in una realtà che sembra fuori da ogni logica. L'attore Angelo Colosimo è intenso ed essenziale in tutti i suoi movimenti e riesce a non far perdere l'attenzione, con il suo testo che mirabilmente contamina il mito di Atreo con l'attualità più violenta e lacerante.

torino resta

Al suo debutto assoluto è Resta della Compagnia del Calzino: in scena l'attore Giulio Federico Janni con solo una sedia e una cattedra interpreta un professore qualche giorno dopo il suicidio di una sua alunna. In classe la sua lezione non sarà convenzionale, ma tenterà di spiegare i motivi del gesto non tanto agli studenti quanto a sé stesso. Resta ha una scrittura altissima e densa, quasi monolitica: con echi classici, da Foscolo a Goethe, il rigore del testo è assoluto, mentre tenta di far combaciare l'impossibile, ovvero l'amore per una letteratura che impregna la vita fino a costituirne il tessuto stesso e l'accorgersi invece che la scuola è il luogo primario dove si aumenta quel divario culturale, generazionale, comunicativo ed emotivo che il professore per primo sente incolmabile. Un professore che si riscopre umano e pieno di dubbi proprio mentre si professa senza nessun dubbio. Impeccabile la performance di Janni, per uno spettacolo che forse ha il solo limite di essere talmente forte e impenetrabile nella sua solidità testuale da non essere sempre in grado di coinvolgere empaticamente il pubblico.
Anche solo lo scorcio di questi cinque spettacoli rende l'idea che al Fringe si è potuto intravedere un fil rouge che unisce non tanto quelli portati durante l'evento, quanto il teatro di oggi tout court: la ricerca del confine, la voglia di oltrepassarlo e la possibilità di studiarlo. Un confine delle e sulle emozioni, sulle storie di ieri e di oggi unite dall'assoluto, un confine che il teatro contemporaneo, con le sue infinite possibilità di rappresentazione scenica e narrativa, riesce sempre a far sentire necessario.

Valentina Arichetta

Ultima modifica il Giovedì, 16 Maggio 2019 10:21

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