venerdì, 06 dicembre, 2019
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BIENNALE TEATRO 2019. Atto terzo: drammaturgie. -di Nicola Arrigoni

"War" di Jetse Batelaan "War" di Jetse Batelaan

Un teatro molteplice che non teme di aprirsi al nuovo
Biennale Teatro 2019. Atto terzo: drammaturgie
di Nicola Arrigoni

«La liberà dell'arte è la libertà dello spettatore di vedere il mondo in modo nuovo e diverso. Lo spazio in cui la libertà dell'arte deve assolutamente valere come opposizione e trasgressione è il teatro in quanto casa aperta a tutti: artisti e spettatori e tra loro il drammaturgo. Nel 2019 rinnovare lo sguardo significa favorire nuove prospettive, dare spazio a nuovi artisti e conquistare nuovi spettatori; in breve aprire il teatro a nuove realtà». È quanto scrive Hiens Hillje, Leone d'Oro alla carriera, nel catalogo/menù della Biennale 2019, dedicata alle drammaturgie e diretta da Antonio Latella. Le parole di Hillje sintetizzano lo spirito della Biennale Teatro 2019, ma anche del progetto che lega le diverse edizioni, curate da Antonio Latella e che rispettivamente hanno interessato le figure del regista, l'attore/performer e quest'anno la drammaturgia, meglio le drammaturgie. Rinnovare lo sguardo, dare spazio a nuovi artisti, conquistare nuovi spettatori: sono questi tre aspetti che hanno trovato un loro compimento nell'ambito della kermesse veneziana.

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Fatti e dati - A fornire una sintesi di ciò che è stata l'edizione dedicata alla drammaturgia è stato il presidente Paolo Baratta nella conclusione della 47ma edizione del Festival Internazionale del teatro. Atto terzo: drammaturgie: «Il festival ha registrato un incremento di pubblico pari al 16% rispetto allo scorso anno, con sale piene al 90% e un totale di 9.000 spettatori. Nelle due settimane di programmazione sono stati presentati 28 spettacoli, di cui 23 novità (due in prima europea e sei in prima assoluta). Fra le prime assolute le due regie di Biennale College firmate da Leonardo Manzan (Cirano deve morire) e Giovanni Ortoleva (Saul). Le tante e differenti drammaturgiefocus del festival - sono state rappresentate da 14 artisti provenienti dall'Italia e dal mondo - ognuno con più titoli a tracciare il loro percorso artistico. Da un caposaldo come Heiner Müller, nella doppia messa in scena di Oliver Frljić e di Sebastian Nübling, ai campioni della nuova drammaturgia come la tedesca Sybille Berg e l'australiana Patricia Cornelius; da registi che mettono in scena i propri testi come Pino Carbone, Lucia Calamaro e Manuela Infante, agli autori di un teatro più squisitamente visivo quali Julian Hetzel e Miet Warlop, per citarne solo alcuni, fino al teatro-ragazzi di Jetse Batelaan (Leone d'argento), partecipe della ricerca teatrale più aggiornata. Leone d'oro è Jens Hillje, condirettore artistico del Gorki Theater, figura che riassume tutte le declinazioni del drammaturgo oggi». Sulla sintesi di Baratta si innesta naturalmente la riflessione poetica e politica che ha attraversato il programma eterogeneo e molteplice messo in campo da Antonio Latella. Per sintetizzarlo – a nostra volta – si terrà conto della citazione del Leone d'Oro alla carriera, che ha chiuso il festival, così come il Leone d'argento, Jetse Batelaan lo aveva aperto.

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«Conquistare nuovi spettatori» – Il riferimento non va solo ai 9mila spettatori citati da Baratta, ma dalla pro-vocazione messa in atto da Latella, nell'aprire il festival con gli spettacoli The story of the Story e War di Jetse Batelaan, regista e drammaturgo olandese, legato al mondo del teatro della gioventù. A fronte di chi ha criticato la scelta di un Leone d'argento alla carriera a un artista poco noto, se non del tutto ignoto alla realtà italiana e per di più legato al mondo del teatro ragazzi, Latella ha dimostrato di perseguire con coerenza la sua idea pedagogica del teatro e l'urgenza di trovare il modo non solo di sparigliare le carte, ma soprattutto di aprirsi e concedersi a nuove prospettive, anche quella del teatro ragazzi che solo in Italia vive di una sua marginalità più o meno dorata. L'attenzione a un pubblico in grado di leggere The Story of the Story o War nella loro costruzione visiva con una forte attenzione alla figura e all'utilizzo degli oggetti ha declinato e mostrato come drammaturgia voglia dire non solo e non esclusivamente parola, costruzione di un discorso basato sul logos, ma sia azione, fare per agire, per trasformare e mutare. E non è un caso che Batelaan vada in cerca di «un teatro che interagisce col pubblico e non obbedisce alle sue regole. Un teatro che disturba ed è disturbato. Un teatro in cui pubblico e performance si trovano reciprocamente in uno stato condiviso e di confusione. Nulla è più definito». In parte questo è accaduto nei due lavori presentati dal teatro Goldoni: The Story of the story dedicato al bisogno di racconto dell'uomo e alla sua impraticabilità nel tempo dei mainstream, oppure War, un'allegoria della guerra, giocata con leggerezza ma con una inquietante sensazione di ineluttabile destino. Se il teatro per ragazzi ha coinvolto famiglie e bambini – non troppe – l'attenzione al rinnovamento del pubblico sta nel progetto di Biennale College, nei seminari e masterclass che fanno dei ragazzi iscritti non solo i protagonisti, ma anche i fruitori di un teatro che sente la necessità di rinnovarsi e condividere il rinnovamento dello sguardo.

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«Favorire nuove prospettive» è questo uno degli obiettivi di ogni festival, ma in particolar modo di questa edizione di Biennale Teatro dedicata alle drammaturgie. Un plurale che ha trovato una sua coerenza di proposte e che ha chiamato gli spettatori a confrontarsi e in alcuni casi scontrarsi con spettacoli, e scritture teatrali eterodosse rispetto al logos. Mauser di Oliver Frljić è un esempio di questo approccio eterodosso della drammaturgia del logos. A fronte di un punto di partenza testuale forte: Mauser di Oliver Frljić, la forza espressiva è affidata ai corpi degli attori, alla potenza dell'agire più che del dire. Al tempo stesso questa azione di violenza che denuncia l'annientamento dell'io in condizioni di rivoluzioni violente e di regimi incipienti finisce con l'essere 'smentita', disattesa nella sua drammaticità agita, nel colpo di coda di un lavoro che, improvvisamente e efficacemente, mette in crisi quanto fatto e detto, portando in primo piano la figura controversa del drammaturgo e un certo, voluto, spiazzante straniamento di senso che impone allo spettatore più interrogativi che risposte. Parole di carne per Mauser, per la giovane performer e artista Miet Warlop in Mistery Magnet e Ghost Writer and the Broken Hand Break a giocare l'azione sono i linguaggi dell'action painting, piuttosto che il movimento che s'innesta sulla musica. Tutto ciò si spiega nella dichiarazione d'intenti dell'artista: «Il mio lavoro si è sviluppato principalmente verso la performance art, dove cerco di animare ciò che è statico, ma anche di fermare ogni movimento. Sono arrivata alla conclusione che la parte visiva del mio lavoro sia un'interpretazione dell'invisibile e offra al pubblico un senso di libertà». Anche per questo spiega Warlpop: «forse la drammaturgia è per me uno speciale cocktail di ritmi, velocità, volumi, colori, dimensioni e tempi». Nel rinnovamento dello sguardo c'è anche la voglia e la determinazione di affidare – attraverso i bandi di Biennale College – testi e regie a giovani artisti, di produrre ogni anno il lavoro più interessante come nel caso di Cirano deve morire di Leonardo Manzan e Rocco Placidi, vincitore della Biennale College Teatro 2018/2019 insieme al Saul di Giovanni Ortoleva. Anche in questo caso l'approccio al testo e la costruzione drammaturgica hanno dato corpo ad allestimenti freschi, magari con qualche ingenuità, ma nel pieno dell'obiettivo che si è posto Antonio Latella: fare in modo che il rinnovo dello sguardo passi attraverso la possibilità di agire e produrre affidata a giovani artisti, registi e drammaturghi, cui viene offerta la possibilità di fare e creare con tutti i crismi che una grande istituzione come la Biennale può offrire. Anche in questo sta l'obiettivo di rinnovare lo sguardo sul teatro.

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«Dare spazio a nuovi artisti e aprire il teatro a nuove realtà» Nella sintesi offerta dalla citazione su drammaturgia e poetica di Hiens Hillie si pongono le prime assolute del festival, delle produzioni della Biennale, ma anche le prime europee di Love e Shit di Susie Dee, oppure la prima assoluta di Assedio di Pino Carbone, o ancora le prime italiane di Estado Vegetal e Realismo di Manuela Infante o i debutti del trittico di Julian Htzel, oltre che de Il giardino dei ciliegi affidato ad Alessandro Serra di Teatropersona. In questo senso artisti italiani sconosciuti alla platea internazionale e spettacoli stranieri di registi e performer poco noti in Italia hanno formato un programma composito ed eterogeneo che ha intrecciato stili e tematiche con una serie di richiami tematici e linguistici che hanno dato alla versione Drammaturgie della Biennale Teatro 2019 di Antonio Latella una grande coerenza interna che non necessariamente si traduce in allestimenti forzosamente indimenticabili. In tutto questo ciò che conta è l'energia innestata per dare movimento, per avviare al rinnovamento, per offrire e proporre visioni insolite, poco note, magari che hanno fatto discutere, ma che non hanno lasciato indifferenti operatori, giornalisti e soprattutto il pubblico. Paolo Baratta in merito alla felice intuizione di Biennale College ha osservato: «Dal 2008 al 2019 sono transitati per il College 2173 giovani artisti con 145 maestri. Negli ultimi due anni si sono aggiunti i progetti speciali per registi e per autori. Si tratta di un progetto che per impegno e completezza è unico in Europa». Nell'epoca dei like, delle condivisioni, del pensiero quantitativo le cifre hanno il loro peso, ma in questo caso dicono qualcosa di più di una valutazione meramente quantitativa, raccontano di un impegno costante del fare dell'apertura del teatro, del coinvolgimento dei giovani artisti un tratto distintivo di una manifestazione che all'autorevolezza istituzionale affianca il dovere e la responsabilità di un reale rinnovamento dello stato dell'arte.

Ultima modifica il Sabato, 12 Ottobre 2019 10:43

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