sabato, 08 agosto, 2020
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, con Isabella Ferrari. -di Giuseppe Distefano

ESTATE TEATRALE VERONESE 2020, TEATRO ROMANO DI VERONA: "Fedra", regia Fabrizio Arcuri

, con Isabella Ferrari. -di Giuseppe Distefano

"Fedra", con Isabella Ferrari, regia Fabrizio Arcuri "Fedra", con Isabella Ferrari, regia Fabrizio Arcuri

Fedra
di Ghiannis Ritsos
con Isabella Ferrari
musica al violoncello Aline Privitera
regia Fabrizio Arcuri
Al Teatro Romano di Verona, il 24 luglio 2020

“Quel che si chiama una ragione per vivere è anche un’eccellente ragione per morire” scriveva Camus. Risponde a questo disegno l’alienata passione amorosa che fa maturare un vertiginoso suicidio qual è quello di Fedra. Della tragedia di Euripide, il poeta e scrittore greco Ghianni Ritsos (1909-1990) cultore dei miti classici, ne ha fatta una sua riscrittura indagandone l’archetipo per ricondurlo alla contemporaneità e farlo erompere in confini spazio-temporali non identificabili. Una rappresentazione della versione di Ritsos in forma monologante di lettura teatrale, si è vista all’Estate Teatrale Veronese con Isabella Ferrari e la regia di Fabrizio Arcuri.
Bionda, vestita tutta di rosso, tacchi luccicanti, entra sicura collocandosi al leggio. Con un sospiro, come se riprendesse un dialogo già iniziato e appena interrotto, parla al suo interlocutore assente, Ippolito. Quel colore, citato a tratti anche dalle luci in scena, è il continuo richiamo, nel testo, alla «porpora segreta» della passione divorante, all’immagine del sangue, dei paragoni cristologici, e della morte. L’attrice incarna Fedra, moglie di Teseo e matrigna del giovane e vigoroso figliastro di cui è segretamente innamorata. La donna tutta ardore di sensi e di cuore, il giovane dedito solo alla caccia e fissato in una spietata misoginia, che si alimenta del culto maniacale della Dea vergine, Artemide, ovvero Diana, lontana e fredda non meno della Luna, suo simbolo. Accecata della passione proibita che la divora, prima rassegnata, quindi in lotta contro un sentimento cui poi sembra piegarsi, Fedra si vendicherà dell’amore non corrisposto suicidandosi ma prima lasciando una lettera al marito nella quale denuncia, falsamente, di essere stata violentata da Ippolito. La reazione di Teseo nei confronti del figlio sarà brutale e ingiusta facendolo travolgere dai suoi cavalli in riva al mare. Questa la vicenda che ha mosso l’ispirazione di autori illustri nel corso dei secoli, da Euripide a Seneca, a Racine, a D’Annunzio. E a Ritsos. Fedra fa parte del ciclo di monologhi di ispirazione mitologica, Quarta dimensione, che il poeta scrisse durante l'esilio a cui fu costretto dalla dittatura dei colonnelli alla fine degli anni '60.
La raffinata operazione linguistico-espressiva che il poeta greco compone, scava passaggi osmotici di rimandi e corrispondenze, dove anche i particolari della quotidianità alludono a nuovi sensi, con le immagini della realtà che si caricano di simboli. Troviamo, ad esempio, una piuma color blu – «Davvero, di cosa vai a caccia? Non sarà che offri a Artemide tutte le tue prede? Eppure mi piacerebbe molto una piuma blu scuro per il mio cappello; forse potresti offrire qualcosa anche a me. Blu scuro, sí, come i miei occhi, e i tuoi del resto… Ogni piuma nasconde un foro insanguinato» -; chiodi da estrarre dal muro; un frigorifero – «Non apristi mai il frigorifero da solo per prendere due ciliegie, una pesca, un pezzetto di cioccolata. Perfino la tua pronuncia era contratta, e ti mangiavi un mucchio di vocali, quasi cercassi di dire a mezzo le parole, per finire più in fretta e poi tacere, come se aspettassi da altrove la risposta e non dal punto verso cui guardavi» -; una catenina col crocefisso – «Dalle mie dita pende quella catenina familiare con la tua crocetta (quella che dicono ti abbia regalato la Dea), quella che ti pendeva sul petto, che sprigionava un alito leggero dal tepore della tua carne; (sí, te l’ho rubata io)… Questa catenina rubata mi pende dalle dita quando poso i piatti sul tavolo; tintinna sui coltelli, sulle forchette con suoni minuscoli, traditori; talvolta s’infila in un bicchiere di vino – si bagnano la croce e il Crocifisso» -. E ancora: il gracidio furioso delle rane cui allude; una lucertola fissa che guarda con il suo occhio onniveggente; uno strambo viandante con una valigia vuota che racchiude due biglie di vetro. Nello spezzare infine la maschera Fedra si solleva contro Ippolito con questi versi: «Entra nel tuo bagno, entra a sciacquarti dai miei discorsi scellerati, dai miei occhi empi, dai miei occhi rossi, infangati. Forse lí dentro ti toglierai anche tu, per poco, la tua maschera, la tua armatura di vetro, la tua gelida santità, la tua micidiale viltà. Vattene, ti dico. Non sopporto l’oltraggio del tuo silenzio. Ho già preparato la vendetta. Vedrai. Peccato – non potrai ricordartene a lungo».
Tra sensualità, rimorsi, paure, ricordi, illusioni che Fedra vive con la maschera che i doveri sociali le impongono, il monologo della Ferrari, a tratti accompagnata dal violoncello di Aline Privitera, non va però oltre la semplice interpretazione monocorde e gestuale, priva di icastiche sfumature di toni e umori -, senza restituirci appieno – questa la personale sensazione all’ascolto – l’energia poetica e la sostanza evocativa del logos di Ritsos che di Fedra incarna la forza selvaggia e indomabile dell’eros, con i suoi improvvisi squarci di bellezza che il flusso delle parole dovrebbe generare.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Martedì, 28 Luglio 2020 10:23

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