venerdì, 04 dicembre, 2020
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45° Cantiere Internazionale d'Arte 2020. "CELLISSIMO!", "FUGA A TRE VOCI - Intorno al carteggio Bachmann/Henze". -di Marco Ranaldi

Michela Cescon e Alessio Boni Michela Cescon e Alessio Boni

1 agosto
Ore 18.00 Cortile delle Carceri
CELLISSIMO!
Filippo Burchietti, Lorenza Baldo, Martina Biondi, Andrea Nocerino,
Duccio Dalpiaz, Marina Margheri, Niccolò Brini, Costanza Panerai violoncelli

Anna Cimmarrusti soprano
Eleonora Contucci soprano
Benedetto Miro arpa
Alain Meunier supervisione artistica
Villa Lobos - Bachianas Brasileiras n. 1
Henze - Being Beauteous
Villa Lobos - Bachianas Brasileiras n.5
in collaborazione con la Scuola di Musica di Fiesole

Cosa c’è di più bello del vedere un gruppo così eterogeneo di 8 violoncellisti che in comune hanno mostrato d’avere grande musicalità e perizia tecnica. Ebbene il gruppo capitanato da Filippo Burchietti. Di lui la cosa che più s’apprezza è nell’essere oltre che violoncellista esecutore, violoncellista didatta. Non è una cosa scontata. Anzi. Bene questa sua professionalità ha prodotto un gruppo creato in pochi giorni su progetto di Giovanni Oliva e supervisionati dalla perfetta idea di cello di Alain Meunier, quello che è sintesi fra ritmo e armonie di rara fattura. Partendo da una delle pagine più profonde, ricercate e essenziali al contempo di Henze, Being Beauteous il gruppo che si presenta in formazione con l’aggiunta dell’arpista e della giovanissima e convincete Anna Cimmarrusti è esperta nell’integrare la logica ferrea del compositore alla duttilità del linguaggio. Molto bravi. I soli 8 celli hanno poi aperto alle “danze” di Hector Villa Lobos del quale hanno proposto le Bachianas Brasileiras n. 1 e n. 5 con una coda di Piazzolla. Ebbene senza ombra di dubbio quello che gli otto hanno saputo fare è in una ricerca di equilibrio d’assoluta bellezza. Villa Lobos per essere suonato si deve innanzitutto arrivare alla comprensione di un progetto bachiano dell’autore. In più Villa Lobos ha saputo infondere il suo colore personale fra l’intimista e il quasi Poulenc. Insomma qualche cosa di intimo, di ricerca senza mezzi termini di sonorità motivate. Cosa volere di più? L’entusiasmo di giovanissimi musicisti e di un maturo cellista che assieme sanno essere forti anche e più di alcuni che si pensano assoluti dioscuri della musica. Non è necessario essere ma vivere la musica nella grandezza della semplicità. Pertanto il progetto di Oliva è stato ben mirato e studiato. In tempi in cui l’idea di suonare assieme non è fra le più rasserenanti. Eppure….

Ore 21.30 Teatro Poliziano
FUGA A TRE VOCI - Intorno al carteggio Bachmann/Henze
Marco Tullio Giordana drammaturgia e regia
con Michela Cescon e Alessio Boni
Giacomo Palazzesi chitarra
in collaborazione con il Teatro di Dioniso di Torino

Bisogna mettere le mani dentro, anzi parecchio, immergerci tutto il pacco, Jannacci docet. Si bisogna soffrire per capire cosa è stato capace di fare Marco Tullio Giordana nella scrittura di un testo talmente drammatico ed umano che alla fine ti lascia fra lo sgomento e il malinconico. Henze ha avuto una incredibile vita, mai facile. Bachmann scriveva sapendo che la vita è come la sabbia, ti sfugge dalle mani senza che tu neanche te ne renda conto. Insieme sono stati ricercatori di sassi perduti, di infiniti punti di coesione fra l’oggi e il domani. Una poesia infinita della vita. Eppure Henze e la Bachmann hanno selezionato i propri affetti, hanno cercato di difendersi a vicenda, di affrontare la vita con la forza dell’amore che è ciò che ci rende liberi ed indipendenti. Ma le umane ferite, le lacerazioni di vite fatte per sfuggire alle stesse, la capacità di non preservarsi a volte da situazioni frustanti e disdicevoli sono mezzi per salire sulla funivia che ti porta lontano, molto lontano. Si inizia un viaggio alla ricerca di qualche cosa di talmente poco umano che si rischia poi di non tornare indietro, di non essere capace di prendere la macchina, accostarsi e tornare indietro, o solo cambiare strada. Henze dal conservatorio aveva compreso che per non morire di disperazione doveva darsi un metodo, le regole appunto. La Bachmann non riuscì a mettere in atto il suggerimento di darsi una disciplina della scrittura così come avrebbe voluto Henze. Ebbene Giordana trova una macchina appartenuta al compositore. Fra le cime di una vita vissuta lì dentro ritrova delle carte che erano lettere vergate da Henze e da Bachmann inedite, intrise di sangue di vita, di emozioni. S’innamora perdutamente, sente il pericolo della follia e del dolore. Ma nella vita bisogna immergere il pacco nel secchio, anzi parecchio. Prende queste carte le rielabora, cerca di capire da dove può prendere una narrazione che possa diventare testo teatrale. In 15 giorni, seguendo la luna come Henze scrive il suo carteggio, lo dedica ai due amanti e lo affida alle tre voci di Michela Cescon, Alessio Boni e Giacomo Palazzesi. Il tutto su una scena scarna, su un tempo sospeso. Scorrono le parole, le lettere, le cariche emotive. Sono giovani entrambi, s’innamorano e lei giunge in Italia e assieme sulla costa amalfitana vivono il loro idillio. Sembra una storia di Wagner ma manca l’enfasi apoteotica. Infatti Henze e Bachmann sono silenziosi o strillano la vita, sono nascosti oppure evidenti come le luci. Ma non sono enfatici e non amano le apoteotiche vite. C’è già il sentiero degli Dei che incombe, la loro felicità fa invidia ad essi. Si allontanano, vivo le loro vite che iniziano ad essere difficili. Henze decide di vivere in Italia, a Marino. Poi s’inventa l’ininventabile ovvero Montepulciano. Bachmann torna nella stretta Germania, non ama più quel posto e alla fine sceglie Roma per proseguire la sua amara vita. Sono lontani eppure si scrivono. Lui soprattutto si preoccupa, prova una grande affettività. Lei è già su quella macchina ma non accosta per tornare indietro o cambiare strada. Finisce in un interminabile tempo in una casa di una città che non le appartiene e che certamente non riconosce i segni delle ferite. Lui si dispera, telefona, la cerca, non risponde. Lo sa, glielo dicono. Corre in ospedale. E’ inutile. Troppo dolore è uscito fuori, troppo, tanto, incandescente. Lei finisce in un letto di ospedale. Lui la ritrova in una dimensione che non è terrena. Si vedono, lei vede lui, lui non riesce, non riesce proprio. Grida, le grida addosso tutto l’amore disperato che non le ha potuto garantire la vita. Lei lo guarda, lo osserva, fuma. Lui le tende la mano, anche lei. Ma lì non si toccano. Forse non serve. Henze scrive Pollicino. Bachmann scrive per sempre. Le mani tese. Non s’incontrano. Forse. Applausi.

Marco Ranaldi

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Agosto 2020 08:36

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