lunedì, 28 settembre, 2020
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OPERAESTATE FESTIVAL VENETO40: "IL CANMINANTE: UN FILO D'ACQUA" con Mirko Artuso. -di Federica Fanizza

Wagner in Arena. Foto di Evvevi, Arena di Verona Wagner in Arena. Foto di Evvevi, Arena di Verona

Valbrenta (VI) 09 Agosto 2020
IL CANMINANTE: UN FILO D'ACQUA
Mirko Artuso / Patrizia Laquidara
Lungo Brenta di Campolongo,
OperaEstate Festival 2020
Liberamente tratto da
Marco e Mattio di S. Vassalli
con
Mirko Artuso, Sergio Marchesini, Francesco Ganassin
e la partecipazione straordinaria di Patrizia Laquidara, canto
Regia Mirko Artuso
coproduzione Operaestate Festival Veneto, Teatro del Pane

Lungo i fiumi che scorrono per la pianura veneta per raccogliere testimonianze tra storie di vita e memorie collettive. Dopo l'esperienza sul Piave dal Cadore all'Adriatico, l'attore e regista Mirko Artuso ripercorre in questo 2020 il fiume Brenta, riprendendo un progetto teatrale dal titolo Un filo d’acqua: ricerca per una narrazione contemporanea, iniziata nel 1990 ed evolutasi, poi, nella prima edizione de Il Canminante, spettacolo di narrazione della storia di un cammino durato nove giorni lungo il fiume Piave nell’agosto del 2019 e che approderà a Treviso al Teatro Comunale (9 - 10 Settembre 2020). In questi primi giorni di Agosto ha intrapreso un cammino lungo il Brenta che lo porterà dal Lago di Caldonazzo, in territorio Trentino dove il Brenta ha origine, per terminare in laguna veneta in un viaggio a tappe per condividere, con chi incrocerà sul suo percorso, storie, pensieri, musiche. Mirko Artuso si rifà ai narratori di un tempo, viaggiatori che portavano, camminando, le notizie di paese in paese; dal loro peregrinare, parte la ricerca a ritroso nel tempo, cercando nel passato, le risposte al presente. Un viaggio nel tempo in un passato di cui restano le impronte nel paesaggio di un fiume che raccoglie ciò che gli uomini immettono nelle sue acque, affidando i segni della loro presenza al suo scorrere. Sabato 8 e domenica 9 agosto di questo 2020 il progetto Il Canminante, dedicato al Piave ha fatto tappa in due comuni lungo il Brenta, Cismon del Grappa (Pescatori di frodo con Massimo Cirri) e Campolongo di Valbrenta, in una sorta di passaggio di testimone, ospite di OperaEstateFestival di Bassano, punti di sosta sul cammino verso il mare. Ad accompagnare Mirko Artuso in questo toccante viaggio nella memoria, la musica di Sergio Marchesini, eseguita alla fisarmonica e al piano elettrico, di Francesco Ganassin ai clarinetti, e la magica voce del canto di Patrizia Laquidara autrice di interventi tra il pop e arie dal mondo del classico.

IL CANMINANTE: UN FILO D'ACQUA - Mirko Artuso

La seconda tappa a Campolongo (Un Filo d'acqua) era dedicata a memorie di fatti e genti del Cadore con una narrazione che ripercorre la vicenda di Mattio Lovat e al suo peregrinare tra Zoldo e Venezia, ai suoi molteplici echi e rimandi storici, culturali e morali, emersa dal racconto di Sebastano Vassali, Marco e Mattio del 1992. E' un teatro di narrazione quello che pratica Mirko Artuso che risiede nella vicenda narrata in solitaria e scandita in ogni sua parola sulle assi del palcoscenico, ricostruendo tragedie collettive e storie dimenticate. Famoso caso clinico per la nascente psichiatria (“la più futile delle scienze umane”), Mattio Lovat finì i suoi giorni in uno dei primi ospedali psichiatrici d’Europa, l’isola di San Servolo, nella laguna veneta. Oppressi e miseri, i poveri affamati insieme ad altra fauna umana dei margini sono i protagonisti di questa narrazione che Vassalli trae dalle cronache e dalle memorie storiche in cui la Val di Zoldo aveva l’aspetto dei mucchi di carbone, dei tabià, delle fusine fumose, di una grande fabbrica di chiodi, e di miniere dalle quali venivano estratti i metalli che fecero grande anche Venezia; dei boschi sulle pendici dei monti che venivano devastati dai carbonai. Ma anche riflesso della storia di un’intera popolazione, coinvolta nella Storia, talvolta stritolata tra le sue pieghe, segnata da un’unica costante: la fame, “La curiosità per la vita al di fuori dell’uomo: nelle erbe, negli insetti, nelle montagne, nei mondi lontani, è il legame che unisce tra loro i protagonisti della mia storia, ed è anche ciò che li unisce al loro autore, la ragione che mi ha spinto a cercarli, e a farli rivivere” così Vassalli spiega le motivazioni dei suoi racconti alla ricerca di storie non conformi e che Artuso ritiene specchio del suo narrare. Il tutto inizia nel 1761 quando uno straniero con lettere di accredito del vescovo di Bressanone e di quello di Belluno si fa ospitare dal pievano del paese creando ben presto dicerie e maldicenze su questo "prete" don Marco che studiava erbe e piante, insetti e pietre e conosce le stelle, il protagonista Mattio allora ragazzino ne rimase affascinato e lo segue nel suo girovagare per la valle. La cronaca ci riporta un delitto: il pievano viene aggredito e ferito gravemente e la perpetua uccisa. Mattio scopre il cadavere in una stanza e poco prima, camminando lungo la strada buia, aveva incrociato tre uomini i volti coperti da panno bianco: tre Diavoli, e un volto conosciuto, quello del don Marco! Passano le stagioni e Mattio esce dalla valle natale per scoprire Venezia, la Dominante, dai palazzi nobili e odorosa dei brulicanti mercanti, di costumi, licenziosità e mongolfiere. Preso dalle allucinazioni della la malattia regnante in quelle zone povere, la pellarina, (pellagra) che provoca la distruzione del sistema nervoso e quindi la follia, si pratica la castrazione e si auto-crocifigge per salvare l’umanità. Il «matto» Lovat è una figura fatta emergere dalle nebbie del tempo, sottratta alla mera casistica psichiatrica e risuscitata nella sua semplice e immediata umanità. E il fiume Piave, nel suo scorrere dalle montagne al mare l'ha raccolta, da memorie antiche disperse negli archivi, riportandole all'attualità del nostro tempi, di follie e falsi o veri profeti. Mirko Artuso ha dimostrato di suscitare empatia tra il pubblico con una narrazione dal ritmo sostenuto dato dall'andamento delle vicende stesse tra poesia surreale e cronaca giudiziaria, facendo il pieno (circa 400 persone) dei posti disponibili nello spazio antistante la riva del Brenta, che accanto, vi scorre tranquillo, lasciata ormai alle spalle la Valsugana.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Mercoledì, 12 Agosto 2020 09:47

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