sabato, 26 settembre, 2020
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PESARO ROF 2020 - "La cambiale di matrimonio" non fa una grinza ma cambia look. -di Piero Mioli

"La cambiale di matrimonio", regia Laurence Dale "La cambiale di matrimonio", regia Laurence Dale

Pesaro 2020
La cambiale di matrimonio non fa una grinza ma cambia look

Inevitabilmente, quello del 2020 è un ROF in minore. Sconvolti i piani annunciati a loro tempo, almeno di scenico rimane davvero poco: un'opera, anzi una farsa, in coppia con una cantata da camera. Ma per fortuna il festival ha un suo asso nella manica, un'opera di repertorio suo (e non d'altri) che ha riscoperto quando era ancora adolescente e non si fa più scappare. E ancora per fortuna la musica di Rossini non è solo scenica: donde parecchie altre serate per canto e pianoforte (sei in piazza, quattro "al museo") e una prima o meglio anteprima in piazza di genere religioso. Questa è la Petite Messe solennelle, una partitura contraddittoria perfino nel titolo se deve essere tanto piccola quanto solenne: il 6 agosto l'hanno eseguita in piazza del Popolo il Coro della Fortuna di Fano istruito da Mirca Rosciani e diretto da Alessandro Bonato, e come solisti di riguardo Mariangela Sicilia, Cecilia Molinari, Manuel Amati e Mirco Palazzi. Orchestra niente, bensì i pianisti Giulio Zappa e Ludovico Bramanti e l'armonium di Luca Scandali. Già, perché dell'opux extremum di Rossini esistono due versioni, questa che è la prima e un'altra con orchestra vera e propria (orchestrazione d'autore, s'intende): la prima è solitamente la preferita, ma in piazza, en plein air non c'è dubbio che sarebbe stata più opportuna la seconda. Senza contare il fatto che la prima fu una commissione da eseguirsi in un salone di casa dove un'orchestra non era proprio prevedibile anzi contenibile.
Simpatici e originali i concerti tenuti al Museo Nazionale "Rossini" dagli arboscelli della piantagione accademica. Fuor di metafora, erano alcuni giovani cantanti prodotti dall'Accademia Rossiniana del compianto Alberto Zedda e sinceramente innamorati del belcanto, a cominciare, per esempio, dal basso Nicolò Donini. Classici, invece, i concerti, sempre vocali, programmati in piazza: quelli museali li accompagnava il pianoforte di Giulio Zappa, questi all'aperto li accompagnava l'orchestra, la Filarmonica "Gioachino Rossini" diretta, alternativamente, da Michele Spotti, Nikolas Nägele e Alessandro Bonato (è bene, fra parentesi, che si formi una generazione di concertatori di belcanto, specialisti di bacchetta e podio ma anche di stile, abbellimenti, puntature, edizioni critiche). E qui il ROF ha sparato alcune delle sue cartucce più efficienti: hanno cantato Olga Peretyatko il 9 agosto, Nicola Alaimo il 10, Jessica Pratt il 14, Juan Diego Flórez il 16, un originalissimo "trio di buffi" il 18, Karine Deshayes il 19. Un plauso speciale ai signori buffi, Alfonso Antoniozzi, Paolo Bordogna e Alessandro Corbelli, "animali" da palcoscenico capaci di onorare Rossini forse più di ogni altro tipo vocale: bassi comici? bassi cantanti? baritoni? baritoni leggeri? Certo quella di "buffi" è la definizione più giusta; e con tutti i "don" possibili, Bartolo, Magnifico, Asdrubale e Parmenione, sono in grado di reggere ogni lunghezza di serata.
Poi i solisti: il lirismo della Peretyatko, lo humour di Alaimo, l'autentica "coloratura" della Pratt, la classe sempre più evidente di Flórez hanno fatto il resto, confermando la valente nouvelle vague del canto rossiniano. «Se non si delira», disse Dante facendo un elogio, cioè se non si esce dal seminato, dalla buona regola, dalla realtà delle cose. Nella fattispecie, se Flórez, almeno in parte, ha recuperato la vocalità e lo stile di tenori antichi come David e Rubini, non ci si illuda: la vocalità di Isabella Colbran, musa e moglie di Rossini, è da tempo che s'è persa, e come è bene che ogni soprano cerchi la sua strada e la sua fortuna, così è bene che nessuno gridi alla scoperta, alla rivelazione, alla (figuriamoci) nuova Callas.
Quanto all'opera, al genere che non può non essere al centro di un festival rossiniano, prima dell'ennesima riproduzione della mascotte del ROF, ovvero Il viaggio a Reims nell'allestimento di Emliio Sagi con voci nuove, tipiche, "figlie" dell'annessa accademia di canto, lieta sorpresa è stato l'allestimento, al "Rossini", della Cambiale di matrimonio, l'arcinota prima opera del maestro in forma di farsa. Farsa vuol dire commedia abbastanza breve, durante quell'ora e mezza che una commedia normale dedica al solo primo dei due atti, e quindi non molti personaggi e niente coro. In coproduzione con la Royal Opera House di Mascate, la capitale dell'Oman che raggiungerà a gennaio, l'allestimento era firmato dal regista Laurence Dale e dallo scenografo-costumista Gary McCann con Ralph Kopp alle luci. Una piccola meraviglia di funzionalità, gradevolezza, fantasia, originalità: un prospetto di casa con porta e finestre a mo' quasi di secondo sipario, frequenti aperture per mostrare gli interni, pianterreno e primo piano, bella scaletta curvata in mezzo; luci non forti, ma sufficienti a oscurarsi nel momento per così dire del dramma, confondendo i contorni, e a squillare verso la fine. Magnifica idea registica: la storia contrappone un'intera famiglia europea, tranquilla e paga delle sue convenzioni, e un homo novus americano, canadese, che sarà anche un po' zotico ma fa presto a rivelarsi sensato, spicciativo, capace di sorridere e anche di "perdere". Questa volta capita che una fanciulla respinga il forestiero e si tenga il suo fidanzatino locale, ma che il primo, coi capelli lunghi, con le bretelle calate dalle schiena, con la camicia abbottonata male, sia un gran bel giovane, e il secondo, tutto elegantino e infiocchettato, sia sempre imbarazzato, stupidotto, così goffo da inciampare e scivolar per terra. Un bel messaggio, insomma, ricavato da una piece tanto graziosa quanto convenzionale che sul forestiero vorrebbe soprattutto sorridere come sull'indigeno per accondiscedere soltanto ai fidanzatini. Esemplare la resa musicale, propiziata da Dmitry Korchak dirigente l'Orchestra Sinfonica "Rossini": il vecchio Tobia era Caro Lepore, buffo d'antica specie e sempre "caricato" giusto, la figlia Fanny il soprano Giuliana Gianfaldoni con bella voce lirica e non certo da pigolante soubrette, il fidanzato il simpatico tenore Davide Giusti e il canadese il baritono Yuri Samoilov, d'una disinvoltura quanto meno attoriale e certo trasformato nel protagonista dell'operina.

Piero Mioli

Ultima modifica il Lunedì, 14 Settembre 2020 10:24

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