sabato, 26 settembre, 2020
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46° FESTIVAL della VALLE D'ITRIA 2020 - Il filo d'Arianna e il suono di Strauss. -di Piero Mioli

"Borghese Gentiluomo", mise en espace Davide Gasparro "Borghese Gentiluomo", mise en espace Davide Gasparro

Valle d'Itria 2020
Il filo d'Arianna e il suono di Strauss

Il 46° Festival della Valle d'Itria cambia pelle, all'improvviso, clamorosamente, senza una ragione apparente. Grande musica, questa "nuova" di Strauss, e ben eseguita dall'Orchestra del "Petruzzelli" diretta da Fabio Luisi, ma la sorpresa e la domanda restano. Dopo tanto belcanto, Rossini, Settecento, Händel, e poi napoletanità, pugliesità, comicità, il testimone passa non a Verdi, non a un celebrando Mercadante (scomparso 150 anni fa), non a un recuperando Wagner italiano, ma a Strauss. Senza ricorrenze, peraltro, e senza speciali "simpatie", visto che Richard II si svegliò a festeggiare un Verdi soltanto all'altezza di Falstaff e davanti a uno Scarlatti o un Piccinni avrebbe sicuramente arricciato il naso. Ma così è: ogni scelta ha la sua dignità e questa funziona di per sé; prossimamente, il festival tornerà sui suoi passi antichi, continuerà sul moderno, si disporrà a un ventaglio qualsiasi di scelte anno per anno, si esprimerà a piacere. Per ora, la ragione è tutta esterna e si dichiara nel titolo dell'annata, Per ritrovare il filo, 19 serate dedicate al mito d'Arianna e destinate a ritrovare il filo dello spettacolo dopo il lockdown, come se questo lockdown fosse il labirinto di Creta donde Teseo, ucciso il Minotauro, riesce a fuggire grazie al filo offertogli da Arianna (poi lui mollerà Arianna e si beccherà Fedra, di lei sorella e con lei figlia di quella buona donna di Pasifae).
Il 14 luglio l'inaugurazione a Palazzo Ducale ha avuto luogo con uno spettacolo impostato sul Borghese Gentiluomo di Strauss, impostato a sua volta sulle musiche di scena scritte da Lully per la commedia di Molière: nel 1670 era Le Bourgeois Gentilhomme, nel 1918 Der Bürger als Edelman. Perché dunque il titolo italiano? Perché l'occasione ha propiziato una nuova versione del testo, già tedesco e già francese, e perché lo spettacolo che ne doveva sortire non era quello stesso ma una rivisitazione, un aggiornamento, una contaminazione (parola invero non felicissima). La barocchissima comédie-ballet è diventata una commedia quasi neoclassica fatta di suono, canto, ballo, recitazione, nel suo senso accogliendo alcune tirate abbastanza divertenti e in effetti anche congrue sebbene non proprio necessarie. La simpatica voce attoriale di Stefano Massini ha parlato, raccontato, spiegato, saltabeccato da Molière bambino al giorno d'oggi, dai mestieri alle arti, dalle ambizioni alle carriere, dai borghesi ambiziosi ai gentiluomini falsi e perfino commoventi nella loro dabbenaggine. Bello il canto di Vittorio Prato nei panni del protagonista Monsieur Jourdain, limpido nella pronuncia ed elegante nel porgere; e notevole la prestazione dell'orchestra, impegnata ad addensare gli archi come in grandi quartetti e schiarire i fiati in amabili concertini campestri sotto la guida di Michele Spotti. Era spettacolo, però, e allora anche la mise en espace (che sarà poi la messinscena, a sua volta traduzione di mise en scène) di Davide Gasparro va approvata, con i movimenti scenici di Fabrizio Di Franco: cantanti distanziati, cordoni (o fili?) orizzontali sul palcoscenico, movimenti pochi ma sufficienti. Non meno importante del resto, il libretto era in nuova versione ritmica italiana di Quirino Principe con Valeria Zaurino.

"Arianna a Nasso", regia Walter Pagliaro

Seconda serata nel sempre affascinante cortile di Palazzo Ducale, come si diceva ancora Strauss, ancora in nuova versione: Arianna a Nasso, un'opera vera e propria, cantata e suonata, complesso libretto di Hofmannsthal per una musica meravigliosa che a suo tempo nacque insieme a una prima edizione del Bürger als Edelman e poi, staccatasene, divenne il testo che si conosce dal 1917. Stavolta (dal 21 luglio) la disciplinata orchestra barese era diretta da Fabio Luisi, mentre allo spettacolo provvedevano Walter Pagliaro come regista, Gianni Carluccio per gli elementi scenici, Giuseppe Palella come costumista. Dei cantanti, la maggioranza era italiana (ma non per questo si percepiva bene il testo, specie da parte delle signore avvezze a cantare di testa) e preparatissima a mescere e contrappuntare una musica così bella e difficile. Hanno cominciato la Naiade, la Driade e l'Eco, due soprani e un contralto (in mezzo) con le voci di Barbara Massaro, Ana Victoria Pitts e Mariam Battistelli. E ha proseguito la protagonista Carmela Remigio, già efficiente donn'Elvira e ora aperta a qualunque repertorio, anche al meno frequentato: l'arduo canto di Strauss, così sbalzato fra i registri, l'ha trovata a posto, sia nelle note gravi (l'indimenticabile Jessye Norman) che in quelle acute, spesso prese d'acchito. Contro di lei (ma è l'intreccio che vuole così), ecco la Zerbinetta di Jessica Pratt: acutissima, brillantissima, perfino spavalda (e qui s'ha da ricordare la Gruberova). In faccia ad Arianna, Bacco era il tenore Piero Pretti, che dovendo cantare di petto finalmente ha permesso l'intendimento del testo e della nuova versione: voce nitida e fresca, di calibro lirico ma non dolce bensì squillante, giusta per un personaggio eroico che ha evitato le gli inganni di Circe e cerca le effusioni di Arianna. Brave le maschere, ben differenziate di calibri e registri fra Vassily Solodky, Eugenio Di Lieto e Manuel Amati, con menzione speciale per l'Arlecchino di Vittorio Prato e la sua grazie speciale.
Attorno alle due opere, molto di "ariannesco" ma non solo. Il personaggio ha centrato in particolare un concerto barocco provvisto di musiche di Locatelli, Händel e Porpora; ma il basso Alex Esposito, già mozartiano, ha squadernato tutto il Verdi possibile (fino al Mefistofele di Boito), il soprano Anna Caterina Antonacci ha raccolto col solito fiuto anche Les chemins de l'amour di Poulenc, i soprani Leonor Bonilla e Lidia Fridman hanno cantato e perfino duettato nella Norma di Bellini, il soprano Jessica Pratt ha composto un recital di belcanto dove qualche aria settecentesca averebbe figurato bene, il tenore Francesco Meli e il baritono Luca Salsi hanno fatto gli amiconi con Don Carlos e sono diventati acerrimi nemici con La forza del destino e Otello.

Piero Mioli

Ultima modifica il Lunedì, 14 Settembre 2020 10:36

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