lunedì, 20 settembre, 2021
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X Edizione CORTILE TEATRO FESTIVAL, MESSINA - "Astolfo sulla luna", regia Filippo Luna. -di Gigi Giacobbe

Astolfo sulla luna
liberamente tratto dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto canto XXXIV
Regia e interpretazione di Filippo Luna
Musiche eseguite dal vivo alla fisarmonica da Virginia Maiorana
Produzione: Nutrimenti Terrestri di Messina
X Cortile Teatro Festival
MuMe/ Museo regionale di Messina 26 luglio 2021

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto… comincia così l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, una delle opere più bistrattate dai professori durante gli anni di liceo di ognuno di noi, credo, al punto da ricordare a malapena il nome del suo rinascimentale autore, ma è stato così in parte anche per I promessi sposi di Manzoni e la Divina Commedia di Dante. Opere odiate a scuola e amate, forse, dopo, nella vita. Io stesso ho apprezzato l’opera dell’Ariosto grazie a Luca Ronconi e alla Rai che la mandò in onda in cinque puntate dopo aver debuttato nel luglio del 1969 nella Chiesa di San Nicolò a Spoleto. Uno spettacolo da antologia teatrale che rimarrà nella storia grazie pure alla riduzione di Edoardo Sanguineti, alle scene di Uberto Bertacca, ai costumi di Elena Mannini e alle musiche di Salvo Sciarrino, nonché alla presenza di numerosi interpreti quali Massimo Foschi, Edmonda Aldini, Luigi Diberti, Mariangela Melato e tanti altri, compreso Duilio del Prete nei panni di Astolfo. Un personaggio quest’ultimo preso di mira adesso da Filippo Luna che, giocando sul suo cognome, ha incentrato il suo spettacolo sul canto XXXIV dirigendolo interpretandolo e titolandolo Astolfo sulla luna, con l’accompagnamento musicale dal vivo dell’ottima fisarmonicista di Virginia Maiorana, dove sfodera le sue innate doti metamorfiche, già evidenziate al cinema e in televisione, culminate in Teatro con Le mille bolle blu di Totò Rizzo che gli è valso tra l’altro il Premio della Critica Teatrale 2010 per la sua commovente interpretazione. L’opera dell’Ariosto, (lo ricordo a chi legge ma anche a me stesso), non è tanto la guerra intrapresa dal re saraceno Agramante contro Re Carlo di Francia, ma quel continuo intrecciarsi delle labirintiche vicende dei diversi personaggi che costituiscono i tantissimi fili narrativi tutti armoniosamente tessuti insieme. Certamente su tutte prevale la vicenda amorosa della bella Angelica, sempre in fuga da chi vuol farla sua, in particolare il paladino Orlando di cui sin dai primi endecasillabi in ottave, viene preannunciata la sua pazzia perché la donna ha sposato il musulmano Medoro, con grande scorno degli altri cavalieri. Ed è qui che entra in scena l’Astolfo di Filippo Luna, in abito neo, maglietta girocollo e cilindro d’identico colore, da farlo somigliare ad un Petrolini d’antan o ad un prestidigitatore senza bacchetta magica che per un attimo ci fa vedere uno dei due occhi della faccia della luna perforato da un razzo così come l’aveva disegnato Georges Méliès nel suo Viaggio nella luna (1902). Astolfo è una figura bizzarra, un paladino bislacco, protagonista delle vicende più avventurose del poema che più tendono al fantastico, cui la sorte ha voluto offrire al meno valoroso dei guerrieri cristiani poteri soprannaturali che gli permettono sempre clamorosi trionfi: fuggendo per magia al regno incantato della maga Alcina, sconfiggendo molti avversari col suo corno fatato, dissolvendo il castello di Atlante, inconsapevole spesso di questi suoi poteri ai quali crede in buona fede. Sicché in tutto il poema, Astolfo sembra rappresentare la comicità del magico piena di misura e di dissimulata arguzia. Le ottave ariostesche sembrano diventare musica per bocca di Filippo Luna, più volte applaudito a scena aperta, sul palcoscenico allestito al Museo Regionale di Messina, intersecandosi con le note dilanianti della fisarmonica della Maiorana, per cui si ha quasi la sensazione telematica di vedere Astolfo che dà la caccia alle puzzolenti Arpie, infilarsi con loro nell’antro dell’Inferno, riemergendo poi alla luce per essere condotto dall’ippogrifo (una sorta di macchina volante leonardesca), verso il Paradiso terrestre assieme a San Giovanni Evangelista: il quale dopo avergli reso nota la pazzia di Orlando lo accompagnerà per recuperare il senno dell’eroe cristiano, chiuso in una fragile ampolla, riabilitando così la salute dell’eroe per sconfiggere i pagani e porre fine alla guerra. In chiusura mi piace osservare come il viaggio di Astolfo sulla luna diventi occasione per Ariosto di fare una parodia contro il mondo terreno, allestendo una fiera delle vanità umane, responsabili della perdita dell’intelletto da parta della maggior parte degli uomini. “L’allegoria dei vizi e delle illusioni umane e la satira contro la realtà cortigiana si mescolano con le equilibrate considerazioni sulla caducità della vita umana e sulla futilità delle aspirazioni individuali. Tutto il ragionamento ariostesco conduce ad una lucida conclusione: solo la pazzia non abbonda sulla Luna, poiché essa è rimasta tutta sulla Terra, custodita gelosamente dagli uomini”.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Luglio 2021 20:41

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