lunedì, 18 ottobre, 2021
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TEATRO REGIO, FESTIVAL VERDI 2021 - "UN BALLO IN MASCHERA" (GUSTAVO III), regia Jacopo Spirei dal progetto di Graham Vick. -di Federica Fanizza

"Un Ballo in Maschera" (Gustavo III), regia Jacopo Spirei dal progetto di Graham Vick. Foto Roberto Ricci "Un Ballo in Maschera" (Gustavo III), regia Jacopo Spirei dal progetto di Graham Vick. Foto Roberto Ricci

UN BALLO IN MASCHERA (GUSTAVO III)
Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma
da Gustave III ou Le bal masqué di Eugène Scribe
Musica di Giuseppe Verdi
Edizione critica della partitura a cura di Ilaria Narici
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano
Gustavo III Piero Pretti
Amelia Maria Teresa Leva
Conte Gian Giacomo Anckastrom Amartuvshin Enkhbat
Ulrica Anna Maria Chiuri
Oscar Giuliana Gianfaldoni
Cristiano Fabio Previati
Ribbing Fabrizio Beggi
Dehorn Carlo Cigni
Il Ministro di Giustizia Cristiano Olivieri
Un Servo del Conte Federico Veltri
Filarmonica Arturo Toscanini
Orchestra Rapsody
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Jacopo Spirei
dal progetto di Graham Vick
Scene e costumi Richard Hudson
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti coreografici Virginia Spallarossa
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Teatro Regio – Festival Verdi 2021, 1 ottobre 2021

«Bonjour, beau masque ("Buongiorno, bella maschera"): così nella sua biografia Gustavo III, il re di Svezia, apostrofò una maschera in incognito che si rivelerà il suo attentatore Jacob Johan Anckarström, un ex capitano del suo reggimento reale, mentre si preparava per un ballo mascherato all'Haga Palace: fu tirannicidio, molto probabilmente le cause furono personali. Ferito gravemente alla schiena da un colpo di pistola il 16 marzo 1792, morì di lì a pochi giorni il 29 dello stesso mese. Questa, in estrema sintesi, la vicenda storica del protagonista de Un Ballo in Maschera (Gustavo III) di Giuseppe Verdi, opera prevista per il San Carlo di Napoli per il Carnevale 1858. Il suo libretto ebbe vita assai travagliata che, in sintesi, testimonia delle censure attive negli stati italici ante Regno d'Italia. Per semplificare: quattro sono state le fasi di stesura del libretto con quattro titoli diversi, con altrettante ambientazioni e cambiamenti di finale e personaggi. Alla fine un progetto pensato per Napoli approda a Roma: Verdi e il librettista Somma accettano le minime richieste della censura romana (spostamento dell’azione dalla Svezia reale a Boston a fine Seicento, cambiamento di Gustavo nel governatore Riccardo di Warwick, di Ankastrom nel suo segretario Renato, e modifiche a una sessantina di versi). L’ambiente censorio papalino si dimostrò molto più flessibile di quello borbonico Un re bisognava tutelarlo anche se fosse stato un massone, libertino e rinnegato luterano. Il libretto utilizzato per l’allestimento del Festival Verdi 2021 è quello del Gustavo III proposto alla censura romana prima che questa sollecitasse gli interventi che portarono alla trasformazione in Un ballo in maschera del Gustavo III, applicato però alla musica del Ballo, cioè con i ritocchi musicali già apportati da Verdi per la versione definitiva con un finale terzo più stringato.
E per un Festival che incentra le sue scelte di programma sulle opere verdiane in edizione critica, era doveroso presentare la versione originale, tra l'altro non trattandosi di una prima assoluta, essendo stata approntata a Napoli nel 2004 sotto l'egida critica di Philip Gossett e nel 2016 all'Opera di Roma. Parma ha voluto affidarsi al regista Graham Vick (scomparso il 17 luglio in corso di allestimento) per questo Gustavo III (Un Ballo Maschera) definendo già nella scelta del curatore dell'allestimento le possibili soluzioni interpretative che potevano o meno sollevare discussioni. Ma del resto è merito della cultura di provincia, che provinciale non è ma tale solo perchè prodotta in centri non metropolitani, che riesce ad accendere discussioni intorno al teatro lirico che rimbalzano sui media nazionali e che nulla hanno a che vedere con la musica ma solo per una cattiva lettura di raffigurazione equivoca del "povero Verdi" in versione amazzone ottocentesca per le anteprime giovani. Riprendiamo le dichiarazioni programmatiche di Graham Vick nelle sue note di regia dell'opera andata in scena grazie al contributo di Jacopo Spirei, a cui il Teatro Regio ha scelto di affidare il progetto conclusivo. “Cosa resta per il re che ha tutto? – scrive - Piaceri proibiti? Rischio? Rivoluzione? Oppure castrare l’establishment per conquistare l’amore del popolo?...del suo paggio? della moglie del suo migliore amico? Lo stile di vita revisionista dello svedese Gustavo III gli ha procurato molti amici e molti nemici, mentre lui stesso corteggiava il pericolo con tutto l’autodistruttivo fulgore di un artista la cui più grande creazione sarà la sua stessa morte”. Parole che inducono anche a curiosare nelle vicende del protagonista del libretto, Gustavo III (1746 - 1792), che fu re di Svezia dal 1771 alla morte nel 1792, tra i maggiori sovrani del suo tempo e indubbiamente tra le più dotate figure di spicco della storia svedese, che nell'epoca delle libertà illuministiche, con un colpo di Stato, pose fine alle funzioni del Parlamento svedese, trasformando il suo regno in Monarchia assoluta e di fatto diventando un despota illuminato assoluto. Sembra che nella nobiltà svedese la pratica dei balli in maschera in incognito fosse molto seguita e in qualche modo esportata presso le corti europee specie in Franca, dove lo stesso Gustavo III aveva strette relazioni diplomatiche e parentali. Nel tempo delle rivoluzione francese, la Svezia si schierò a sostegno del re Luigi XVI, offrendo alla sua controparte francese tutto l'appoggio possibile e attivando tutti suoi contatti a Parigi che comprendevano pure il conte svedese Hans Axel von Fersen, presunto amante della regina Maria Antonietta di Francia, da questi conosciuta in incognito in un ballo in maschera di corte, e indicato anche come intimo favorito del re Gustavo. Jacopo Spirei vuole condurre il pubblico nell'ambito del mondo fatto di mascheramenti e di travestimenti, di come niente sia come appare. Alla fine la sua trasgressione nel voler ribaltare i ruoli sessuali delle maschere che si agitano concitate in palcoscenico si rilevano alla fine quanto patetici nelle loro citazioni iconografiche. Costumi sono di Richard Hudson,  (come l'impianto scenico, luci di Luci Giuseppe Di Iorio e movimenti coreografici Virginia Spallarossa) che per i protagonisti rievocano un rassicurante '800 (situazione che sa di già visto), figurini e mimi acconciati come nelle raffigurazioni stravolte e deformate nelle più che centenarie iconografie dell'Espressionismo viennese (sovviene Otto Dix e Egon Schiele) come per il ballo finale che ci indirizza alle masquerade riprodotte nei tableau vivant della Contesa di Castiglione che giocava spesso sull'ambiguità dei ruoli. Ed ecco che il filo logico del gioco equivoco e provocatorio del travestimento diventa una semplice citazione che fa da sfondo alla trama sostanzialmente tradizionale di quanto Verdi ha voluto intendere: un dramma politico e d'amori interrotti. C'è da chiedersi cosa sia rimasto di originale di Graham Vick in questo prodotto finale: l'idea di morte che traspare fin dall'inizio con la scene di un funerale sulle note del preludio, nell'apparato scenico con l'incombente monumentale catafalco tombale del monarca, che funge da più usi, nella ricerca dei destini presso Ulrica o nel sorteggio a chi spetterà l'onere dell'assassinio. Come alcuni momenti che sottendono una precisa idea drammaturgica: l'antro di Ulrica, maîtresse di un bordello da bassoporto, con Gustavo in incognito in veste da marinaio (ampia citazione da Querelle de Brest da Jean Genet, quale ultimo film di Rainer Werner Fassbinder) a interrogare la propria sorte, come il duetto tra Amelia e il consorte Anckastrom seduti su due sedie su un piano ruotante che lentamente si allontanano tra di loro, immagine di rapporti interrotti e ormai irrecuperabili. Roberto Abbado, direttore musicale del Festival Verdi si è assunto l'incarico della direzione di questo Ballo coadiuvato dalla Filarmonica Toscanini. Ha lavorato nel dare un senso musicale a quanto è raffigurato sul palcoscenico, pervaso da questo afflato di relazioni interrotte, il tutto con uno svolgimento lineare e rigoroso anche se, nella rappresentazione assistita, si sono avvertiti inciampi orchestrali nel finale I atto. Si è percepito invece un gran lavoro sulle voci per renderle organiche al complesso interpretativo. Pietro Pretti, Gustavo III, si è presentato come tenore di slancio e brillante con emissione pulita squillante, senza perdersi in ricerche di effetti e senza alcun cedimento di voce. Accanto, Amelia di Maria Teresa Leva, debutto a Parma, voce fluida e morbida con buona impostazione nella parte alta della tessitura, ma segnava fatica nel fraseggio e nell'approccio ai toni più gravi della tessitura. Al debutto nel ruolo di Conte Gian Giacomo Anckastrom, il baritono Amartuvshin Enkhbat che aggiunge un altro ruolo verdiano dimostrando rigore interpretativo, compostezza nell'uso della voce sempre morbida dando autorità al suo personaggio. Forse i ruoli più riusciti in questa lettura del Ballo risultano proprio Ulrica, la Sibilla, con Anna Maria Chiuri, spavalda ma sorniona nel porgere vaticini e nel rievocare spiriti che per lei sono forse solo un terribile gioco del destino, come l'Oscar di Giuliana Gianfaldoni, soprano lirico ricco di agilità, attenzionato da una regia che ne fa un personaggio in bilico, presente nell'antro di Ulrica in veste femminile, perfetto giovane paggio/fattorino/segretario del re a corte, e nulla di più, se non nel retropensiero. Riuscite le parti di contorno come i bassi cospiratori Ribbing di Fabrizio Beggi e del Dehorn di Carlo Cigni, funzionali nella parte del disvelamento di Amelia nell'orrido campo. In ruolo, Fabio Previati come Cristiano, Federico Veltri e Cristiano Olivieri i ruoli di Servo del Conte e di Ministro di Giustizia. Allocazione del coro del Regio diretto da Martino Faggiani, distanziato, in cima al emiciclo scenico come in una cavea, ma che riesce a far arrivare la sua voce in palcoscenico. Applausi convinti e sinceri in questa replica, con numerose chiamate alla ribalta per tutti gli artefici dello spettacolo. Alla fine è sempre W. Verdi.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Lunedì, 11 Ottobre 2021 16:12

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