giovedì, 29 ottobre, 2020
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62. Festival del Cinema di Berlino di Franco Sepe

Cesare deve morire Cesare deve morire Diretto da Paolo e Vittorio Taviani

La Berlinale, giunta alla sua sessantaduesima edizione, si è conclusa quest'anno per gli organizzatori con un bilancio in attivo – ottocentomila i biglietti venduti, quattrocento i film presentati nelle varie sezioni – nonostante la penuria di opere di un certo rilievo; penuria non nuova, visto che ormai da un paio di decenni si premiano i lungometraggi in concorso usando criteri selettivi soventemente ispirati all'età anagrafica e al sesso del regista (meglio se giovane esordiente e donna), alle sue origini (meglio se da un paese, come si diceva una volta, del terzo mondo), e, se se ne dà il caso, alla correttezza politica del tema trattato. Questo tanto per esemplificare. Nondimeno alle giurie che si succedono di anno in anno va tutta la nostra comprensione, perché ad esse riesce sempre più difficile, data la media (artistica) piuttosto bassa dei manufatti, assegnare l'Orso d'oro con formula piena. E allora, in conclusione, è un bene per noi (e per loro) che questa volta l'occasione giusta si sia finalmente presentata.

Non pretenzioso rispetto alla materia affrontata (la resa cinematografica di uno dei testi drammaturgicamente più ostici del teatro scespiriano), né alla gravità dell'argomento prescelto (la disamina del rapporto tra potere e libertà, tra onorabilità e delitto), e neppure riguardo al significato civile e politico dell'operazione a monte del film (l'allestimento di un classico realizzato non con attori professionisti ma con un gruppo di detenuti), Cesare deve morire, diretto da Paolo e Vittorio Taviani, ha ottenuto il massimo riconoscimento (con decisione incontrastata e unanime dei giurati) per meriti artistici indiscutibili. Meriti cioè non tanto estesi generosamente alla carriera dei due cineasti – fu questo sicuramente il caso, ventuno anni fa, di Marco Ferreri, il quale con La casa del sorriso, opera tutt'altro che eccellente, riuscì a portarsi a casa un Orso d'oro, l'ultimo in ordine di tempo assegnato da Berlino al cinema italiano – quanto concernenti piuttosto la freschezza e virilità di una creazione novella che ha provvidenzialmente riaperto le porte al genio artistico dei due toscani, adombrando insieme il ricordo di quella loro ultima discutibile impresa, una disavventura chiamata La masseria delle allodole. Ma veniamo al film. Con una sobrietà e umiltà uniche, e usando al meglio l'arte del montaggio, i Taviani, anziché presentare nella sua forma compiuta lo spettacolo allestito nell'apposita sala di Rebibbia, magari con qualche accorgimento teso a giustificare e avvalorare la trasposizione mediale (sarebbe stata un'operazione troppo facile), invitano lo spettatore a ripercorrere le tappe di questo singolare viaggio nel quale la vita quotidiana del carcere con i suoi riti coatti, i trascorsi criminali che tralucono in filigrana dai volti dei personaggi-interpreti, e l'illusione dell'arte che offre una tregua di libertà a chi fisicamente l'ha già persa (significativa, anche se suona un po' posticcia, la battuta finale del detenuto-Cassio nuovamente richiuso a più mandate: "Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata per me una prigione"), si saldano in un tutto ben concertato. Dunque una sorta di diario di lavoro in bianco e nero, il grosso del film, che va dalla selezione e attribuzione di ruoli operata dal regista Fabio Cavalli, da anni animatore di questo genere di esperimenti condotti tra quelle medesime mura, all'individuazione dei punti nodali della tragedia (dove più potrebbero palesarsi certe concordanze tra l'indole del congiurato e l'attore dilettante che nell'azione scenica fa virtualmente appello al proprio vissuto), fino alla dislocazione delle scene da provare negli spazi più svariati del penitenziario, affidando così allo sguardo dello spettatore, di questa esperienza collettiva di lavoro durata circa sei mesi, non il prodotto finito, bensì il divenire dello spettacolo in uno dei suoi tanti percorsi possibili.

Barbara

Esaltato dalla stampa locale, che lo aveva dato già per vincitore assoluto, Barbara di Christian Petzold, Orso d'argento per la migliore regia, è un film di solida fattura, ben scandito nei tempi narrativi, magnificamente interpretato da Nina Hoss, ma manca a nostro avviso di quei pregi indiscutibili che avevano fatto di Le vite degli altri di Florian Henkel von Donnersmark quasi un capolavoro. Un po' sulla falsariga del suo antesignano – che resta a tutt'oggi l'archetipo della riflessione cinematografica sul controllo spionistico endemico nella Germania comunista – l'argomento trattato è quello di una vita professionale e privata mortificate da pedinamenti delazione e ricatti messi in atto dalla Stasi. Il film racconta infatti la storia di una dottoressa della Charité, rimossa per i suoi propositi di espatrio dal suo prestigioso posto di lavoro ed esiliata in un ospedale declassato di provincia, e degli inevitabili conflitti sorti nel nuovo ambiente. Ruvida e scostante con i suoi colleghi, sottoposta nelle pause di riposo a continue e umilianti perquisizioni, la donna, con l'aiuto del suo facoltoso amante che incontra clandestinamente in rapidi rendez-vous amorosi, persevera nei preparativi di fuga in occidente. Ma, proprio all'ultimo, quando tutto è ormai pronto, avviene l'imprevisto: una ragazza fisicamente provata dal carcere e da lei maternamente curata in ospedale la viene a cercare a casa stravolta, e Barbara, con un nobile atto di abnegazione, decide di farla partire al posto suo – sacrificio a tutto vantaggio del giovane direttore della clinica, il quale, nonostante la sua ambigua posizione, è infine riuscito, dopo vane dimostrazioni di affetto, a intenerire il cuore della recalcitrante e misteriosa collega.

The Flowers of War

Ancora a un artista tedesco, il secondo Orso d'argento. Si tratta di Lutz Reitemeier, direttore della fotografia del film Bai lu yuan (White Deer Plain) del regista Wang Quan'an (già vincitore di un Orso d'oro nel 2007 e di uno d'argento nel 2010). E' la storia di un villaggio cinese e delle sue vicissitudini politiche a partire dal 1912 fino alla prima incursione aerea giapponese, avvenuta nel 1937. Racconto epico di lungo respiro, paesaggisticamente affascinante ma poco originale nella drammaturgia, fa il paio con l'altro contributo cinese all'odierno festival, The Flowers of War, dell'altrettanto pluripremiato Zhang Yimou. Dispendioso e con evidenti ambizioni da kolossal, rifacendosi a un avvenimento realmente accaduto il film di taglio hollywoodiano diretto dal regista di Lanterne rosse descrive con estrema efficacia l'assedio e il massacro di Nanchino avvenuto nel dicembre del 1937. Nella generale cornice delle nefandezze belliche, delle mutilazioni e degli stupri perpetrati dall'esercito nipponico su duecentomila civili, si situa l'episodio delle fanciulle in cerca di scampo nella cattedrale di Westminster in lizza con un gruppo di prostitute rifugiate nelle cantine di questo luogo d'asilo (teoricamente) protetto. A dirimere le controversie è uno squattrinato e gaudente americano (Christian Bale) convocato in quella chiesa in qualità di imbalsamatore e tramutatosi a poco a poco da avventuriero in falso ma salvifico prelato. Sarà la sua astuzia e umanità, e il nobile sacrificio delle prostitute – le quali, camuffate da educande, si sostituiranno ad esse andando al banchetto dei vincitori e incontro a morte certa – a consentire infine la fuga alle innocenti.

A Royal Affair

Per En Kongelig Affaere (A Royal Affaire) gli Orsi d'argento conquistati sono stati due: quello per la migliore sceneggiatura è andato a Rasmus Heisterberg e a Nikolaj Arcel (che lo ha anche diretto); l'altro, per il migliore attore, è stato assegnato a Mikkel Boe Folgsgaard, nella parte del re di Danimarca. Ispirato a un capitolo piuttosto increscioso della storia danese, il film ripercorre la travagliata relazione tra Cristiano VII, re folle, e il medico tedesco Johan Friedrich Strunsee (Mads Mikkelsen), che lo ha in cura e forte della sua fiducia e dei suoi favori ne approfitta per dare libero corso alla sua fede illuminista addomesticando gli eccessi psichici del sovrano e contrastando ad un tempo le idee di una corte retriva e corrotta. Ma se ai proclami riformisti impavidamente esibiti non seguiranno le trasformazioni sociali sperate, a rendere il tutto ancora più incandescente contribuirà l'affare sentimentale tra il medico e la giovane e sfortunata Caroline Matilde d'Inghilterra (andata in sposa al re idiota), la cui passionale condotta costerà al medico il patibolo e a se stessa la privazione dei figli e l'esilio perpetuo.

L'Orso d'argento – Gran Premio della giuria è andato invece a Csak a szél (Just the Wind) della regista ungherese Bence Fliegauf, che ha rappresentato e denunciato, con la potenza realistica delle immagini, più che con un racconto serrato, gli atroci episodi di razzismo risalenti ad autentici e non troppo remoti raid notturni ai danni di una famiglia rom. Mentre più composita, alla maniera classica, è la storia narrata dal regista canadese Kim Nguyen con il suo Rebelle (War Witch), che ha per protagonista una bambina congolese. Komona (Rachel Mwanza, Orso d'argento per la migliore attrice), rapita dai ribelli dell'ex Congo belga, addestrata e trasformata in crudele guerrigliera, violentata psicologicamente e poi anche stuprata, è dai più temuta e discriminata per le sue inconsapevoli doti stregonesche. Riuscita a fuggire insieme a un negro albino, un suo coetaneo col quale divide degli affetti e un simile passato, viene nuovamente catturata dalla banda, terrorizzata e costretta a giustiziare atrocemente il suo compagno. Tutti episodi estremi che la "strega di guerra", riandando indietro col ricordo, racconta al nascituro (figlio dello stupro) e che formano le stazioni di questa puerile via crucis africana.

Ultima modifica il Lunedì, 09 Settembre 2013 09:13
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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