lunedì, 18 ottobre, 2021
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(CINEMA) - "Qui rido io" regia Mario Martone.

Toni Servillo in "Qui rido io", regia Mario Martone Toni Servillo in "Qui rido io", regia Mario Martone

QUI RIDO IO – Regia di Mario Martone

Soggetto Mario Martone, Ippolita Di Majo
sceneggiatura Mario Martone, Ippolita Di Majo
fotografia Renato Berta
con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell'Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta

Regia Mario Martone

Non sarà stato certamente facile portare sul grande schermo la storia di una delle maschere del teatro italiano più note e replicate d’Italia. La sua vita, la sua carriera, le sue opere, le sue vicissitudini, la sua popolarità, il regno artistico che l’inventore della maschera di Sciosciammocca ha creato intorno a lui con decine di figli, figlie, mogli, amanti, amici, nemici, successi, insuccessi… insomma: un’operazione pressoché impossibile da sintetizzare in una sola pellicola.

Ma, Mario Martone e la scrittrice Ippolita Di Majo, mettono giù una sceneggiatura “romanzo” (come loro stessi la definiscono) in cui riescono abilmente a tracciare una linea biografica che tocca i principali capitoli del “reame” artistico di Eduardo Scarpetta.

“Qui rido io” è il titolo del film: celebre frase del drammaturgo partenopeo, che conquista la 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con dieci minuti di applausi, interpretato dall’ormai simbolo del teatro e del cinema contemporaneo Toni Servillo.

Parliamo di un film che mostra palesemente la firma di Martone, che ci ha già abituati alla narrazione storica e in costume in diversi altri momenti (“Noi credevamo” e “Il giovane favoloso”, per esempio), con la differenza che questa volta brilla, in tutta la sua bellezza e fascino, il teatro, il pubblico e la meravigliosa musica napoletana, protagonisti esattamente quanto Servillo, Maria Nazionale e, per esempio, l’ultimo vero discendete degli Scarpetta presente nel film: Eduardo, figlio del compianto Mario Scarpetta.

“Qui rido io” è un film che punta subito al cuore: sfonda e commuove anche senza dramma, lambendo marcatamente i sentimenti soprattutto di coloro che conoscono bene il calore e l’emozione del teatro. In quel caso, è davvero difficile restare impassibili.

C’è tanto sentimento in questo progetto. Martone gira al Valle di Roma, ridestando antiche emozioni di tradizione e ingiustizia; riscopre villa Scarpetta, dove il tempo ha lasciato solo sulle sue mura il ricordo delle “santarelle” e dei “peppeniello”, personaggi che hanno reso celebre e ricco Eduardo; ma soprattutto, il regista, restituisce finalmente dignità e spessore a quelle donne che hanno subito l’atteggiamento patriarcale e spesso maniacale di Scarpetta. Poi, ancora, racconta i tre piccoli De Filippo, costretti tutta l’infanzia a sottostare all’incolumità del buon nome del patriarca, tutelandolo sotto la denominazione di “zio”. In fine, ma non tematica ultima, grazie anche a un meraviglioso monologo che il bravo Lino Musella recita nei panni di Benedetto Croce, restituisce finalmente dignità a quello che fu lo screzio di plagio e tentativo di discredito che l’arroganza di D'Annunzio tentò verso Scarpetta, quando questo “ribaltò” con una parodia la tragedia pastorale “La figlia di Iorio”.

I tempi del film si appesantiscono leggermente nella seconda parte, quando si entra nel vivo di quell’apparente “caduta” che i più noti autori dell’epoca (Bovio, Di Giacomo, ecc.) si auguravano per Scarpetta, sostenendo l’accusa del Vate “Principe di Montenevoso”. Il tutto, però, accade in modo legittimo: Martone ci
riserva il tempo necessario per capire i fatti, senza trascurare sentimenti e tribolazioni degli altri componenti della grande famiglia Scarpetta. Ricorda (“e ho detto tutto!”) l’infanzia di Peppino e del suo rapporto col padre, magistralmente raccontato nel libro che il papà di Pappagone scrisse negli anni ’70, “Una famiglia difficile”; quello stesso libro che più incrinò i rapporti col fratello Eduardo, talmente innamorato del teatro da vivere un eterno conflitto interiore tra il dubbio di una bramata paternità e la forte attrazione verso la scena.

“Qui rido io” dimostra un altro aspetto fondamentale: il “fattore popolare” è sempre vittorioso e universale. Come sempre accade. Non solo per la questione legale con D'Annunzio, che Scarpetta vinse come sempre aveva vinto in tutta la sua carriera: “a furor di popolo”. Ma perché l’interpretazione in napoletano, resa dai migliori attori presenti oggi sulla scena (da Nello Mascia a Gianfelice Imparato a Tommaso Bianco al grande Giovanni Mauriello) resta sempre la più vera, la più dettagliata, colorata, significativa, giusta, espressiva e narratrice; a differenza di quella che è ormai l’esasperato stereotipo di una forma ossessiva e macchinosa di dizione che ha appiattito letteralmente l’interpretazione presente in scena oggi. Risultato di alcune scuole di recitazione che continuano a far danno in quasi tutta la penisola.

Sam Neill, celebre attore neozelandese, interprete di Alan Grant nel capolavoro rivoluzionario “Jurassic Park”, racconta che, inizialmente, Steven Spielberg, regista del film, lamentava il suo marcato accento australiano, tentando così un doppiaggio. Poco dopo, il celebre allestitore di “Schindler's List”, fu pronto a rimangiarsi tutto, constatando che la dizione originaria di Sam Neill bucava lo schermo esattamente così com’era. E così restò.

Encomiabile il lavoro e la scelta degli attori. Magistrale ovviamente Servillo, anche se ormai tende a esasperare alcuni “vocalizzi” che se moderati avrebbero ammorbidito quelle poche stonature presenti. Magistrale Maria Nazionale in Rosa De Filippo, per la forza e la tenacia regalata a questa coraggiosa madre; meravigliosa e significativamente espressiva Cristiana Dell'Anna (Luisa De Filippo); bravo l’“astro nascente” Eduardo Scarpetta, interprete del suo vero bisnonno, ultimo erede della dinastia artistica Scarpetta e anche (ora lo possiamo dire) De Filippo, dopo la morte di Luigi. Bravissimo il piccolo Alessandro Manna, fisionomicamente uguale a Eduardo o Luca De Filippo da bambino e abilissimo nell’interpretare il piccolo genio del teatro; così come Salvatore Battista che ha reso alla perfezione l’incontenibile personalità di Peppino bambino. Indiscutibile come sempre Gianfelice Imparato; poco contestuale Iaia Forte nei panni di Rosa Gagliardi, in una (forse) malriuscita imitazione di Dolores Palumbo.

Indubbia la precisione e la composizione fotografica, in ottima armonia con la regia che tende, certamente in modo premeditato, a far sentire lo spettatore tra i loggioni o le poltrone di un teatro. Perché di teatro si racconta. Nonostante il film sia cosparso di musiche napoletane d’epoca, mai sono invadenti e mai inopportune, creando un quadro partenopeo dalle esaustive pennellate.

“Qui rido io” è un magnifico ritratto di una importante storia che probabilmente meglio di così non poteva essere raccontata. In tanti dovrebbero vedere questa pellicola, soprattutto chi si occupa di teatro. Per diversi aspetti. Per esempio, la consapevolezza di quanto l’arte sia stata veicolo di sopravvivenza per decine e decine di persone, partendo semplicemente da un unico testo; o quanto si sia mobilitata l’alta sfera intellettuale dell’epoca per difendere il diritto di “parodia” e “satira”, scomodando, per esempio, personalità come Benedetto Croce.

Poi c’è il “fattore Napoli”, che è stata indiscutibilmente centro del mondo, culturale e storico, interesse dei fratelli Lumière (come Martone dimostra in apertura del film) e probabilmente di Chaplin che da Sciosciammocca ne prese gli atteggiamenti. Ma, aspetto conclusivo più importante: “Qui rido io” ci insegna che l’arte è libera! Libera e basta. Da binari, regole, censure e costrizioni. Fino al suo collasso totale o massima esaltazione, che non spetta a nessuna regola o intellettuale sentenziare, ma solo a una singola e insostituibile entità: il pubblico.

Valerio Manisi

Ultima modifica il Giovedì, 23 Settembre 2021 17:11

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