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CATERINA LA FIGLIA DEL BANDITO - coreografia Fredy Franzutti

Caterina la figlia del bandito Caterina la figlia del bandito Coreografia Fredy Franzutti

Balletto romantico in due tempi
Musica di Cesare Pugni
danzatori: Mario Marozzi, Gaia Straccamore, Alessandro Molin e corpo di Ballo del Teatro dell'Opera di Roma
direttore d'orchestra: Gianna Fratta
coreografia: Fredy Franzutti
scene e costumi: Maria Filippi
Roma, Teatro Nazionale dal 11 al 16 maggio 2007

Il Messaggero, 15 maggio 2007
Il Tempo, 13 maggio 2007
Corriere della Sera, 14 maggio 2007
CATERINA LA FIGLIA DEL BANDITO

Ottimi interpreti (Mario Marozzi e Alessandro Molin perfetti, Gaia Straccamore strepitosa) musiche deliziose, belle scene, magnificamente dipinte, e la coreografia di Fredy Franzutti nel complesso ben congegnata fanno di questo “nuovo” balletto un bel successo. Ma qualche pecca c’è: Kristine Saso è graziosa ma poco “in parte”, l’ambientazione che dovrebbe essere seicentesca pare piuttosto ottocentesca e nella scena che precede il finale, quella delle maschere, costumi chiassosi e poco pertinenti e una scrittura coreografica improvvisamente confusa, inadeguata e banale fanno precipitare bruscamente il livello. Che si riprende però nel finale. Oggi ultima replica.

Donatella Bertozzi

Brillano gli interpreti al Teatro Nazionale

Continua al Teatro Nazionale, dopo “La Gitana” della scorsa stagione, la rivisitazione, anzi ri-creazione del repertorio ballettistico romantico. Si trattava questa volta di un dimenticato di Perrot, coautore della romantica Giselle del 1841, ambientato nella Roma pontificia e andato in scena a Londra nel 1846 nella interpretazione della Grahn e dello stesso Perrot. Un’occasione troppo ghiotta per un segugio come Beppe Menegatti che ne riscrive liberamente il libretto sulle musiche  d’epoca di Pugni e Bajetti riorchestrate da Benedetto Montebello e dirette con attenzione dalla giovane Gianna Fratta. Ne viene fuori una «Catarina,la figlia del bandito», coreograficamente riscritta in stile d’epoca da Fredy Franzutti, che sembra uscita dai disegni di Pinelli in una Roma papalina, tra ruderi e locande. Si fanno apprezzare le scenografie di Maria Filippi, che rimandano a una Roma papalina un po’ oleografica, animata da banditi e armigeri, da preti incappucciati e nobili arroganti e da un carnevale romano senza verve. La storia vede protagonista il pittore Salvator Rosa, che si innamora della figlia del bandito abruzzese tanto da agevolarne la fuga suscitando le gelosie di Diavolino, il suo attendente che alla fine maldestramente la uccide durante il carnevale. Brillano i tre interpreti: la delicata Gaia Straccamore per la romanzesca banditessa, Mario Marozzi per l’impulsivo pittore e Alessandro Molin per l’onnipresente Diavolino.

Lorenzo Tozzi

Salvator Rosa danza tra banditi e cardinali.

Un altro recupero dell’Ottocento, all’Opera, all’insegna dell’allegria, della irriverenza, della tragicommedia. Al Nazionale è rinata “Catarina, la figlia del bandito” nata a Londra con la coreografia di Jules Pierrot, le musiche di Pugni e Bajetti, e Lucile Grahn nel ruolo della protagonista. Il balletto andò in scena per l’ultima volta a Roma nel 1850 e ora vi ritorna con successo, molto ben ricostruito sul piano musicale da Benedetto Montebello e su quello scenico da Maria Filippi che evoca in lievi tinte i luoghi della capitale papalina del XVII secolo. I costumi, vivaci e colorati sembra escano dalle migliori stampe dell’epoca, e quindi sono gradevolissimi. “Catarina” si iscrive nel filone romantico molto in voga a metà Ottocento, dando spazio a artisti e masnadieri, ad amori folli e a delitti passionali, nel clima più italiano possibile. Al centro della vicenda sta infatti il pittore Salvator Rosa poeta della libertà artistica e sempre in lotta contro gli accademici e i servi di potere: Rosa visse fra il 1615 e il 1673, ed ebbe una esistenza avventurosa come era in uso in quei tempi. Pierrot si ispirò a un fatto realmente avvenuto: il pittore fu infatti rapito da banditi abruzzesi, ma riuscì arditamente a cavarsela. Naturalmente, in modo meno romanzesco rispetto a quel che ci mostra il balletto. Infatti Catarina è il capobanda, e Rosa ne apprezza la bellezza e il coraggio al punto di innamorarsene. Ma deve fare i conti col brigante Diavolino, feroce e geloso spasimante della banditesca, e con l’aristocratica fidanzata Florida, in un intreccio di equivoci, con battaglie tra fuorilegge e guardie pontificie, fra arresti e liberazioni, condanne e perdoni. Salvator Rosa salva più volte Catarina, travestendosi anche da frate; i banditi si rifugiano nella città eterna, vengono ripresi e lasciati liberi; in breve, tutto si riduce a farsa, in questa commedia all’italiana, con un finale festoso, un Carnevale dove il duca-cardinale e il boia, i militari e i fuorilegge, le maschere e le vivandiere danzano un sabba strepitoso…Ma qui, come in un “Ballo in maschera” trasteverino, fa capolino la tragedia: Diavolino vuole uccidere il pittore, ma Catarina si intromette e viene colpita dal suo amico e compagno. La ragazza muore, il pittore torna da Florida, Diavolino salvo è in fuga. Il coreografo Fredy Franzutti ha riscritto “Catarina” con briosa fluidità, gran senso del ritmo e altrettanto grande varietà di passi e di gesti; il balletto non ha momenti morti ma viene continuamente reinventato con semplicità e chiarezza drammaturgica. Usando con rigore e rispetto il vocabolario classico, Franzutti sfrutta bene le non vaste dimensioni della scena del Teatro Nazionale, esaltando la dolce bravura di Gaia Straccamore, ballerina di limpido stile, e l’energia di Mario Marozzi, un Rosa vigoroso e tecnico. Una lode speciale va a Alessandro Molin, un diavolino brillantissimo e estremamente simpatico, e a Kristine Saso, nel ruolo della perfida fidanzata. Il corpo di ballo diretto da Carla Fracci è anche qui molto disciplinato e efficiente, l’orchestra diretta da Gianna Fratta – una giovane competente e severa, puntuale in ogni passaggio – ha contributo a dare slancio ad uno spettacolo che riporta abilmente fra noi un divertimento del passato, evitando le trappole dei manierismi romantici per dare vita, invece, all’eterno gusto del buon teatro, auspice Beppe Menegatti.

Mario Pasi

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 09:49
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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