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Six épigraphes Antiques, En blanc et noir, Le sacre du printemps - coreografia Edward Clug

Balletto del Teatro Nazionale croato di Zagabria in "Le sacre du printemps" Balletto del Teatro Nazionale croato di Zagabria in "Le sacre du printemps"

"Six épigraphes antiques" - "En blanc et noir" - "Le sacre du printemps"
Spettacolo di danza su musiche di C. Debussy e I. Stravinskji
con il Balletto del Teatro Nazionale croato di Zagabria
coreografia e Luci Edward Clug
scene Marko Japelj
costumi Leo Kulaš
Direttore Mladen Tarbuk, Orchestra della Fondazione Teatro Lirico "Giuseppe Verdi" di Trieste
Trieste, Teatro Lirico "Giuseppe Verdi" 22 aprile 2014

www.Sipario.it, 23 aprile 2014

Due coreografie pensate per comporre un intenso dialogo musicale e corporeo ed esaltare l'impeto avanguardistico primonovecentesco. L'una plasmata sulle brevi "Six épigraphes antiques" (1914) e sulla fantasia "En blanc et noir" (1915) di Debussy, l'altra su "Le sacre du printemps" (1913) di Stravinskij. Due partiture veementi per imprevedibilità tradotte in fluida materia tridimensionale dal geniale coreografo romeno Edward Clug, a capo del Balletto del Teatro Nazionale di Zagabria.
Le epigrafi (composizioni per pianoforte a quattro mani che la moda voleva eseguite nei salotti borghesi) sembrano accadere semplicemente, senza narrare alcuna storia. Musicalmente traducono, come secondo un ossimoro, riflessioni di sogni. E Clug, con una vena creativa notturna, assegna un movimento, un gesto, una postura, un profilo tridimensionale ad ogni suono, quasi a esaltare un rapporto biunivoco perfetto tra atmosfere evanescenti e plastica fluidità corporea. In un palcoscenico delimitato da drappi bianchi e da un organico tappeto d'erba, le silhouettes dei danzatori verdi e nere disegnano passi che scavano nelle emozioni, alla ricerca continua di nuovi equilibri e di nuovi contatti con lo spazio circostante. Come fili d'erba mossi casualmente dalla rugiada, come tableaux concettuali costituiti da pigmenti che sfuggono al pennello, inverano un linguaggio sonoro inquieto che in generale – nelle parole di Debussy – è "un mysterieux accord entre la nature et notre imagination" ma che, nella suite "In bianco e nero", diventa conflitto tra i sensi, "fantastico duello" tra la vista e l'udito.
La seconda parte della performance è tutta metateatrale e "intertestuale": è un balletto ispirato alla coreografia che Nijnskij elaborò per Djagilev, ricca di forza scenica ed artistica.
La leggenda precristiana del "Rituale di primavera" è riletta accentuandone l'ossessiva solennità, l'ineluttabilità connaturata ad una società chiusa e primitiva. I performers, posizionati in file orizzontali simmetriche, indossano dei body color pelle, con facce e corpi dipinti di bianco ad alludere la tradizione del Butoh giapponese. Secondo la rigorosa divisione di genere all'interno della comunità (donne con trecce e guance dipinte di rosa e uomini con barba), evocano una cerimonia di grande potenza iconica, archetipo di rinnovamento della vita nella morte corroborato dall'elemento acquatico che cade sulla scena come una profluvie purificante, foriera di un "germe di germoglio" e di una "promessa di crescita". Statue scolpite da luce lunare, individuano gradualmente la vittima destinata al sacrificio, tra scrosci improvvisi d'acqua, scivolamenti, battiti violenti di piedi e salti dionisiaci, seguendo la figuratività agitata di Stravinskij. Lei, l'hostia urgente e necessaria, fanciulla con la postura di bambola crocifissa, non concede passività al destino e mostra dignità durante l'agonia.
Due prove coreutiche intellettualmente sofisticate e sicuramente da vedere, molto applaudite anche grazie all'accompagnamento dell'Orchestra del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste diretta dal maestro croato Mladen Tarbuk.

Elena Pousché

Ultima modifica il Sabato, 26 Aprile 2014 21:11

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