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FRANCESCA DA RIMINI - regia Giancarlo Del Monaco

Francesca da Rimini Francesca da Rimini Regia Giancarlo Del Monaco

musica di Riccardo Zandonai
regia: Giancarlo Del Monaco
scene: Carlo Centolavigna, costumi: Maria Filippi, direttore: Nello Santi
con Emily Magee, Marcello Giordani, Juan Pons, Boiko Zvetanov
Zurigo, Teatro dell’Opera, dal 6 giugno al 7 luglio 2007

Corriere della Sera, 11 giugno 2007
ELZEVIRO Successi dell' opera ispirata a Dante

Una Francesca per Due Musiche

In breve giro scrivo di due Opere intitolate Francesca da Rimini, ambo derivanti dal V dell' Inferno. La prima è lo stringato Atto Unico di Rachmaninov (1906) che anche nella cornice esterna, non solo nelle citazioni testuali, si attiene il più possibile alla terzina originaria: grazie a un libretto, mi piace ripeterlo, del fratello di Pietro, Modesto Ciaicovski, solitamente considerato un minus habens e invece uomo retto e intelligente. La Francesca di Rachmaninov, praticamente ignota, è un capolavoro e ne abbiamo scritto dalla Fenice di Venezia. La Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, in quattro atti (1914), è stata invece uno dei grandi successi del Novecento musicale: fino a un certo momento, fu uno dei titoli più rappresentati al mondo. Adesso decade sino a essere quasi ignota quanto la sorella russa. La causa di tale oscuramento è da ricercarsi in un fenomeno più generale, da me più volte esposto prima con preoccupazione, ora con disperazione: la decaduta capacità di ascolto del pubblico. Fuori da ritmi chiari e riconoscibili, da melodie semplici e diatoniche, è come se sentisse qualcuno che si esprime in una lingua incognita. Viene inoltre meno quella tensione attiva dell' ascolto che c' era quando in un ambiente si decideva di far musica: adesso l' ascolto (che, appunto, ascolto non è, ma mera imbibizione di suoni del mondo esterno in un soggetto passivo) avviene coattivamente, in banca come nella stazione della metropolitana. Onde non meraviglia che un «linguaggio musicale» dal pubblico inteso perfettamente contemporaneo e comprensibile centocinquanta e cent' anni fa appaia oggi «difficile» specie sotto il profilo armonico. Ho descritto il destino di enorme quantità di musica e fra questa la Francesca. N' è essa più danneggiata d' altra per esser forse il suo autore, roveretano, un poëta unius libri. Non per aver egli scritto una sola Opera, ma per aver toccato una sola volta la grandezza assoluta. La sua Tragedia non deriva direttamente da Dante bensì da quella che Gabriele D' Annunzio scrisse nel 1901 per Eleonora Duse; e ne restano meravigliosi versi per l' occasione dedicati alla Divina, tradotti in tedesco nel 1926 da Walter Benjamin(!) «(...) Questa è colei che all' arco mio sonoro / pose la nova corda ch' ella attorse / ed incerò perché sicura scocchi. (...)». Tra D' Annunzio, fluviale, e Zandonai, per sintetico che fosse, occorreva tuttavia un quid medium che scrivesse il Libretto: il quale fu Tito Ricordi. Costui da tutto si guardò tranne che dal toccare l' artificioso arcaismo del linguaggio del Poeta. Il povero Zandonai, invero con risultati perfetti, inserisce nel singolarmente moderno suo linguaggio musicale i generici equivalenti arcaistici musicali, anche con strumenti pseudo-antichi in scena: si tratta dell' aspetto, dirò così, decorativo di un' Opera in quattro atti e a due facce. L' altra faccia, che fa un uso non sistematico del sistema motivico di Wagner, vibra tutta di sensualità estrema per l' innestar l' autore l' esperienza dell' Impressionismo francese sul corpo wagneriano ma anche per la sua scrittura vocale sempre oscillante fra un declamato e un lirismo aperto, con netta prevalenza di questo (noterò che il tenore tocca forse il record di note «sul passaggio» del repertorio) e veri e propri magistrali pezzi chiusi. A questo si presta un' orchestrazione a tratti pesante, ma d' un' originalità e una capacità dell' Autore di dar corpo attraverso di essa alle sue speciose armonie, che ha pochi confronti. Alla stregua di ciò che si è detto, una nuova Francesca diviene oggi un avvenimento: per tale l' ha pensata il Teatro dell' Opera di Zurigo. La messinscena si deve a Giancarlo Del Monaco, che non riusciamo a trovare banale neanche quando non siamo d' accordo con lui; ma la vera stella, e lo vedi anche dall' accoglienza del pubblico ogni volta che sale sul podio, è il direttore d' orchestra, Nello Santi. A settantacinque anni conduce la difficillima partitura a memoria, parco di attacchi e di spettacolo, ma dominandola al punto da instaurare un magnetismo con orchestra e palcoscenico onde sortono l' equilibrio anche fonico, pel quale sei sempre col cuore in gola, e un' analisi timbrica da manuale. Dei cantanti non v' è molto da dire, atteso che non per lor colpa la species vocale alla quale appartengono può mostrare la buona volontà per un risultato di compromesso: così Emily Magee, la protagonista, e Marcello Giordani (Paolo). In forma smagliante trovo il Gianciotto di Juan Pons ed efficace, con ricorso a stile espressionistico, il Malatestino di Boiko Zvetanov. La messinscena (bozzetti di Carlo Centolavigna, figurini di Maria Filippi) mescola con grande raffinatezza, e mai a caso, il Dugento con ambientazioni dell' epoca delle Cronache bizantine di D' Annunzio. Certe cose sono indimenticabili, come il jardin d' hiver del primo quadro o lo sbucare Gianciotto nientemeno che dalla prua dell' Incrociatore Puglia! Vorrei solo che il terribile guerriero, sciancato ma, giusta Leit-Motiv, marciante, non giacesse su di una sedia a rotelle...

Paolo Isotta

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 10:42
La Redazione

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