martedì, 10 dicembre, 2019
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BISBETICA DOMATA (LA) - regia Andrea Chiodi

"La Bisbetica domata", regia Andrea Chiodi "La Bisbetica domata", regia Andrea Chiodi

di William Shakespeare,
adattamento e traduzione di Angela Demattè,
regia di Andrea Chiodi,
con Tindaro Granata, Angelo Di genio, Christia La Rosa, Igor Horvat,
Rocco Schira, Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto e Ugo Fiore,

scene di Matteo Patrucco,
costumi di Ilaria Ariemme,
musiche originali di Zeno Gabaglio,
disegno luci di marco Grisa,
movimenti coach Marta Ciappina,
assistente alla regia Margherita Saltamacchia,
coproduzione di LAC Lugano arte e cultura e centro d'arte contemporanea Teatro Carcano,
al teatro Ponchielli di Cremona, 29 gennaio 2019

www.Sipario.it, 13 febbraio 2019

Alla fine della Bisbetica domata, Rocco Schira, la statuaria e illibata Bianca, sorella di Caterina, chiede: «Andava bene il suono del violino. Qui a Cremona me la facevo un po' sotto». Ed è infatti il violino bachiano di Schira che apre l'elegante Bisbetica domata di Andrea Chiodi, visto al Ponchielli. Il suono del violino evoca un'immagine rembrandtiana: personaggi con gorgiere bianche che si prendono gioco di un poveraccio ubriacone, decidono di agghindarlo da signore per regalargli una vita da sogno o quasi... Shakespeare pone tutto sotto una sorta di finzione elevata all'ennesima potenza: si sogna di essere altro. Si è per essere costretti a diventare altro. E' un gioco ad incastri la Bisbetica domata con centro una partita da giocare fino all'ultimo: maritare Caterina (Tindaro Granata), donna intrattabile e aliena alle convenzioni sociali. Dal matrimonio di Caterina dipende quello di Bianca, in una Padova immaginaria, città universitaria in cui le goliardate sono l'occupazione di una gioventù senza padri, perché morti, oppure disinteressati ai figli.
Tutto è gioco e per Chiodi è gioco soprattutto di parole, match che si coniuga in riferimenti agli sport: il baseball nella primo incontro fra Caterina e Petruccio (Angelo Di Genio), con tanto di mazza lei e palla lui in un duello senza esclusioni di colpi. Su una scena fatta di luci e dei praticabili su cui siedono gli arbitri di tennis si muove quella compagnia di ragazzi di nero vestiti in uno sfidarsi continuo che è sfida a chi domerà Caterina e gioco di parole, travestimenti, inganni che non sempre sono facili da sciogliere. Tutto lo spettacolo – ben orchestrato da una compagnia coesa e senza scompensi interni – è giocato dall'incontro/scontro fra Caterina e Petruccio, lei irrequieta, animalesca, lui in cerca di fortuna, squattrinato e disposto a tutto pur di avere le ricchezze di quella donna intrattabile. La sfida alla fine sarà vinta, Caterina sarà domata, dopo che Petruccio l'avrà sottoposta a umiliazioni e digiuno.
Questo è il racconto, ma ciò che colpisce e diverte di Bisbetica domata sta nella presenza 'mostruosa' di Tindaro Granata, in stato di grazia. Granata è Caterina, assomma in sé maschile e femminile, non è un uomo che fa la parte di una donna, è semplicemente Caterina, una donna che difende sé stessa e quando decide di accondiscendere alle convenzioni sociali lo fa, ergendosi a simbolo astratto, sacro della condizione di donna e moglie, lo fa come Elisabetta I si mise al servizio dell'Inghilterra. In Tindaro Granata non c'è macchietta del femminino e del travestito, si muove con incredibile e commovente naturalezza, è presenza scenica potente, animale in gabbia, donna che vuole e sa, donna che sente e tutto può. L'abito di velluto dà morbidezza e regalità alla sua bisbetica, le calze rosse dicono di un osare seduttivo che ammalia. Tindaro Granata vive di una autenticità che portano lo spettatore a dimenticare subito che il ruolo femminile è rivestito da un uomo, l'attore sa essere dolce e spietato, forte e debole, leggiadro e greve. Col suo lottare fisico e verbale contro le convenzioni racconta la guerra di Caterina alla sottomissione della donna, solo perché è donna, ruolo passivo da subire, senza la possibilità di scegliere. Caterina vuole la libertà di scelta e Granata la esprime con inusuale potenza attoriale.
A contrastare la irrequieta e animalesca forza di Caterina/Granata è il Petruccio atletico e maschio di Angelo Di Genio che sa contenere e valorizzare l'istintività nervosa e dolce di Granata, ne contiene gli eccessi e ne stimola le sfumature di una diatriba in cui maschile e femminile fanno a pugni. L'effetto di tutto questo è un duello a tratti fisico, in cui le parole sono carne e sangue, laddove negli altri attori: il regista interno Christian La Rosa, Igor Horvat, Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto e Ugo Fiore sono abilità vocali e cornice a una storia che si scioglie nel commovente monologo finale di una Caterina 'rinsavita' e disillusa. Applausi, applausi, meritatissimi applausi.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Giovedì, 14 Febbraio 2019 12:34

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