martedì, 13 aprile, 2021
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BACK TO BECKETT – regia Marco Carniti (IN STREAMING)

Francesca Benedetti in "Back to Beckett", regia Marco Carniti Francesca Benedetti in "Back to Beckett", regia Marco Carniti

progetto e regia di Marco Carniti
Drammaturgia di Francesco Tozzi
Musiche di David Barittoni
Interpreti: Francesca Benedetti e Dario Guidi
Aiuto Regia: Lonano Francesco
Domenica 21 MARZO 2021 - h.17 diretta streaming
Organizzazione: Livia Pomodoro e Giulietta Albanese. Stagione 2020/2021
SPAZIO TEATRO NO’HMA di Milano - Rassegna LE DOMENICHE SPECIALI
in scena dal Teatro Basilica di Roma (la prima è stata il 18 febbraio 2020)

www.Sipario.it, 22 marzo 2021

Le 99 poltrone rosse del Teatro Basilica di Roma sono state impacchettate con plastica trasparente come in alcune installazioni di Christo. Un omaggio forse di Marco Carniti, che conosco da quando aveva i capelli neri, all’artista della Land art scomparso l’anno scorso, per avvolgere e fondere i tre romanzi di Samuel Beckett Molloy, Malone muore e L’innominabile, scritti tra il 1951 e il 1953, in unico delirante monologo, titolato Back to Beckett, propiziato dalla drammaturgia di Francesco Tozzi, organizzato da Livia Pomodoro e Giulietta Albanese dello Spazio Teatro No’hama di Milano e donato in streaming al grande pubblico dei social network da una strepitosa, incredibile, unica…Francesca Benedetti (potrei continuare a lungo con gli aggettivi). Che per poco più di un’ora ci introduce nelle viscere di Beckett, regalandoci, a mia memoria, una delle sue più straordinarie interpretazioni. Somigliando all’inizio, con quelle sue chiome rossastre tenute in alto da una fascia scura, ad una Winnie di Giorni felici sbucata fuori dal suo monticello di sabbia, indossando un paio d’occhiali vintage, un trasandato tailleur nero su una camicia bianca sbottonata, vagolando tra le poltrone vuote della gradinata del Teatro sostenendosi ad un frondoso bastone di legno, scandendo le parole. martellandole con toni estesi e sincopati, uscendo fuori una voce chiara, netta e “portata”, non come quelle arrangiate che udiamo sempre più spesso nelle fiction televisive. Scopriamo in questa sua narrazione nuove pagine dello scrittore irlandese, pure poetiche e divertenti, talvolta disperate, come quando augura a tutti una vita atroce senza perdonare nessuno. La Benedetti che qui si esprime al maschile si rivolge a tale Jo dicendogli che la felicità non è l’amore ma la stanchezza, non parlare più e chiudere gli occhi, diventare ciechi con un muro davanti. In Molloy c’è l’eco dell’infanzia di Beckett, il rapporto con la madre, il suo vagare in bicicletta per il paese incontrando una serie di personaggi bizzarri. Un servo muto (Dario Guidi) s’aggira fra quelle poltrone, a volte illumina Francesca con una torcia, altre volte toglie la plastica da quei sedili. In questo esaltante spettacolo di Carniti dalle tinte espressioniste si sfiora Aspettando Godot quando la Benedetti con la voce di Pozzo dice di smetterla con la storia del tempo perché un giorno siamo nati, un giorno moriremo... “partoriamo a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte". Un pensiero che accomuna Beckett a quei tre versi di Quasimodo che già nel 1930 scriveva: "Ognuno sta solo sul cuore della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera". Ergo: moriamo nel momento in cui nasciamo. Francesca come l’anziano Malone si sdraia su quelle poltrone come fossero quasi quelle d’un ospizio, d’un ospedale o d’un manicomio. Le proprie cose gli sono state sottratte (tranne un cappello senza falde e un bastone macchiato di sangue), ma gli è stata data carta e matita e la facoltà di scrivere e parlare quasi ininterrottamente, somigliando a tratti alla faccia di Medusa di Caravaggio. Non tacerà mai Malone anche se poi dirà che “se aveste i miei occhi vedreste il mondo senza aver scoperto nulla”. C’è un profondo pessimismo nei romanzi di Beckett e anche L’innominabile è permeato da toni disperati sino alla fine, puntellati (come nell’Ulisse di James Joyce) da una lunga serie di frasi non separate fra loro da segni di punteggiature e la cui conclusione risulta quasi come un enigma: I can't go on, I'll go on (Non posso andare avanti, andrò avanti) che è stata in seguito usata per intitolare un'antologia sullo stesso Beckett.

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Martedì, 23 Marzo 2021 10:25

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