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BOTTEGA DEL CAFFÈ (LA) - regia Valeria Cavalli e Claudio Intropido

"La bottega del caffè", regia Valeria Cavalli e Claudio Intropido. Foto Roberto Rognoni "La bottega del caffè", regia Valeria Cavalli e Claudio Intropido. Foto Roberto Rognoni

di Carlo Goldoni
adattamento: Valeria Cavalli
regia: Valeria Cavalli e Claudio Intropido
con
Gaetano Callegaro, Pietro De Pascalis, Jacopo Fracasso, Cristina Liparoto, Andrea Robbiano, Roberta Rovelli, Simone Severgnini, Daniele Turconi, Debora Virello
Musiche: Gipo Gurrado, eseguite dal Khora Quartet (Luca Campioni violino, Andrea Aloisi violino, F. Saverio Gliozzi violoncello, Simone Rossetti Bazzaro viola)
costumi: Anna Bertolotti, assistente Alessandra Faienza
scenografia e luci: Claudio Intropido
produzione: Manifatture Teatrali Milanesi
Milano, Teatro Leonardo da Vinci dal 9 dicembre 2015 al 1° gennaio 2016

www.Sipario.it, 15 dicembre 2015

In prima nazionale una nuova rilettura de La bottega del caffè, spassosa commedia, frutto della sagace e feconda penna di Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793) che in un anno, dal carnevale del 1750 a quello del 1751, scrive addirittura 16 commedie di successo tra cui questa che stigmatizza l'abitudine al gioco in auge nel '700 e il dilagare dei vizi e della maldicenza mentre esalta la rettitudine di chi lavora onestamente come Ridolfo, esponente di una nuova classe sociale borghese, titolare di una bottega che mette in luce il potere conviviale e aggregativa del caffè, bevanda proveniente dal nuovo mondo e divenuta da allora molto di moda nel nostro Occidente.

L'opera comunque sempre di grande attualità e molto gradevole subisce per l'inventiva dell'estrosa Valeria Cavalli importanti variazioni, che tuttavia non ne snaturano lo spirito, a cominciare dall'ambientazione non più nel microcosmo di un campiello veneziano, ma in un angolo degradato di una Las Vegas decadente e senza tempo a significare il permanere nella società attuale di un decadimento che ha come epicentro una fantasmagorica, fatiscente, fumosa e torbida casa da gioco. Sotto la guida di Pandolfo, individuo ambiguo, contorto e subdolamente adescatore, al cui confronto quello goldoniano è un gentiluomo, vi trionfa il gioco d'azzardo con personaggi emblematici di una società in crisi come l'attuale in cui Eugenio e Flaminio si illudono di potere risolvere i loro problemi tentando una sorte che abbaglia e non costruisce, anzi porta sovente alla rovina.

Il pensiero corre facilmente all'odierna capillare diffusione di infinite slot machine anche on line, vera piaga sociale, oltre ai casinò dove sono dilapidate fortune e rovinate famiglie e persone con esiti a volte veramente tragici: il gioco, forza dei deboli, in ogni epoca manifesta la sua capacità distruttiva sia del singolo, sia della società perché comporta una deminutio delle capacità razionali.

Anche il saggio Ridolfo, proprietario del caffè contiguo alla sordida 'sala dei sogni', pare un pentito del gioco e per tale motivo diventa quasi manicheo con chi annaspa nel vizio come i tradizionali Eugenio e Flaminio, schiavi del gioco di goldoniana memoria, e il suo aiutante Trappola (stupendamente interpretato) adescato dalla capacità persuasiva del biscazziere cantastorie che sembra irretire tutti.

E in tutto questo trascolorare di passioni e vizi naviga alla grande quel pettegolo di Don Marzio capace di scompigliare ulteriormente i già fragili equilibri di questo microcosmo, esempio eterno di maldicenza meno sottolineata in questo adattamento rispetto alla più forte incisività nel testo goldoniano.

Una lezione ben costruita su cosa non fare per conservare ragione e pecunio.

Wanda Castelnuovo

Ultima modifica il Martedì, 15 Dicembre 2015 15:47

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