domenica, 20 giugno, 2021
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CORO DI BABELE (IL) - regia Claudio Zappalà

 "Il Coro di Babele", regia Claudio Zappalà "Il Coro di Babele", regia Claudio Zappalà

testo e regia di Claudio Zappalà
con Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano, Pierre Jacquemin
luci Claudio Zappalà
Scene e Costumi Barbe à Papa Teatro
Produzione Barbe à Papa Teatro / Teatro Libero Palermo
Teatro Libero di Palermo, dal 26 al 30 maggio 2021

www.Sipario.it, 1 giugno 2021

Migrare, errare e tutti gli altri verbi e sostantivi, sono sinonimi di un concetto che da sempre va a braccetto con la natura dell’uomo ma che, in quest’epoca, sembra essere sotto la lente d’ingrandimento.
“Il Coro di Babele”, lo spettacolo scritto e diretto da Claudio Zappalà e coprodotto da Barbe à Papa Teatro e dal Teatro Libero di Palermo, dove è andato in scena dal 26 al 30 maggio, racconta di questo fenomeno visto da angolazioni e prospettive diverse.
La pièce rientra nel progetto “Per un teatro necessario” ed è il racconto di tante voci che tessono un’unica storia, che può cucirsi sulle spalle di ogni spettatore.
Cinque voci, quelle di Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano e Pierre Jacquemin - tutti interpreti convincenti sulla scena - che sono cinque racconti di altrettanti migranti, che viaggiano nei voli low cost (non solo sui barconi) e che, insieme, tessono la coperta della memoria nostalgica e familiare di una terra d’origine, ormai lontana.
La “nuova terra” è per tutti Babele, crocevia di genti, dove però, spesso, la solitudine è la compagna più fedele.
Il canto di questi cinque corpi, cinque caratteri, è si melanconico e nostalgico, ma anche divertente e irriverente, e spinge ad una riflessione che passa attraverso la rievocazione di ricordi e traumi che, inevitabilmente, hanno segnato la vita di ciascuno.
Dal singolo all’universale il passo è breve finché “la terra dell’ultimo migrante rimarrà vuota”, perché il fenomeno è sempre esistito e, in qualche modo, ha scritto la storia dell’umanità.
Ma “partire è un po’ morire”, sempre.
Attraverso un rimbalzo, ben costruito e a tratti accademico, in cui si danno definizioni alle parole che sono alla base di un vocabolario comune, da casa a famiglia, ognuno di questi migranti s’interroga sulla propria vita, sulle scelte fatte e su quelle rimandate, sulle priorità e sui compromessi.
Il corpo e l’anima si confondono, le storie si intrecciano così come le lingue, gli amori, i drammi, le gioie, la malinconia, la voglia di conoscere, il desiderio di tornare.
Lo spettacolo scorre e convince, per quanto sul finale scivoli in una dimensione consolatoria cercando di risollevarsi, in alcuni passaggi, su troppo stereotipi e luoghi comuni.

Rosa Guttilla

Ultima modifica il Giovedì, 03 Giugno 2021 11:47

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