domenica, 26 giugno, 2022
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CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF? - regia Antonio Latella

Sonia Bergamasco in "Chi ha paura di Virginia Woolf?", regia Antonio Latella Sonia Bergamasco in "Chi ha paura di Virginia Woolf?", regia Antonio Latella

di Edward Albee,
regia di Antonio Latella,
traduzione di Monica Cpuani,
dramaturg Linda Dalisi,
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini,
scene Annelise Zaccaria,
costumi Graziella Pepe,
musiche e suono Franco Visioli,
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo,
assistente volontaria alla regia Giulia Odetto,
produzione Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli,
al teatro Ariosto, Reggio Emilia, 26 gennaio 2022

www.Sipario.it, 6 febbraio 2022

Lo spazio scenico è chiuso da tende verdi, nel centro un pianoforte verticale, un doppio armadio in cui un’anta si apre su bottiglie e bicchieri e l’altra dà accesso a spazi altri, una poltrona, una lampada. In primo piano una serie di gatti di porcellana. Non c’è altro e c’è tutto. Lo spazio è quello di un ring. Andare all’angolo – forse – vuol dire entrare in quegli spazi altri in cui prendere fiato o chissà cosa, cercare di uscire dal gioco, eppure trovarvisi sempre immischiati, come nella vita. Un gioco, una danza macabra, un massacro delle anime, un rito crudele fatto di parole, in cui l’essere passa attraverso il dirsi e il dire, il vomitarsi addosso verità presunte e menzogne quasi certe.
Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee è dramma notturno: è, infatti, in un clima da sabba alcolico che si può avere il coraggio di guardare in faccia il lupo, cercare di non averne paura. E il lupo alla fine altro non è – forse - che la morte. E diceva Virginia Woolf: «Ogni volta che entra la morte, bisogna inventare, mentire, ricostruire. La morte la puoi vincere solo con l’invenzione».
In scena Martha e George, lei è figlia del rettore, lui è docente di storia, ma senza la grinta di fare carriera, schiacciato dalla figura del padre di lei. È notte, il tasso alcolico è altissimo, i due si sbattono in faccia livore e rabbia, rancori e delusioni, giocano o fanno sul serio? Ad assistere a questo duello e ad esserne risucchiati sono Nick, giovane docente di biologia, disposto a tutto pur di far carriera, sedotto da Martha, mentre la moglie Honey mostra tutta la sua fragilità, indifeso coniglietto in balia del lupo. In una notte di Walpurga le verità vengono a galla, il figlio tanto decantato da Martha è forse una semplice invenzione, Nick ha sposato Honey perché incinta, salvo poi scoprire che si era trattato di una gravidanza isterica. Tutto questo accade o è proiezione della mente, tutto ciò è reale o un’architettura del linguaggio? Antonio Latella decostruisce quanto accade, lo raggela, lo distanzia. Nessuna inclinazione al realismo ed ecco che il ricorrere continuo di alcool diventa un semplice porgere bicchieri e bottiglia vuoti e poi riporli nell’armadio. Tutto accade nella costruzione linguistica, nelle parole che fanno realtà di Martha e George, nella rete linguistica in cui vengono imprigionati Nick e Honey. Antonio Latella è come se raggelasse i meccanismi del gioco al massacro, come se chiedesse agli attori di dire e vivere tutto dall’esterno, di mostrare la costruzione di quello che accade, di muoversi sulla scacchiera di verità inconfessate e menzogne opportunatamente confezionate. A questo compito di regista interno della vicenda assolve con potenza straordinaria Vinicio Marchioni che non sbaglia un tono, gioca con secchezza ogni passaggio, ogni snodo del suo George crudele, inetto, così come Sonia Bergamasco dota la sua Martha di un crescendo di intensità interpretativa come di credibilità. Cinico al punto giusto è il Nick di Ludovico Fededegni, spregiudicato con giudizio, bella la fragilità nevrotica costruita da Paola Giannini per la sua Honey. Chi ha paura di Virginia Woolf? di Antonio Latella vive di una sua coerenza estetica e di una faticosa verbosità che prima respinge, poi ti soffoca pian piano e alla fine ti seduce e stordisce per la crudeltà raggelata che mette in atto. Per questo alla fine l’applauso è un applauso di commossa liberazione, di visione dell’alba, dopo una notte bruciante di confessioni inaudite e crudeli.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Sabato, 12 Febbraio 2022 12:58

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