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COMPLEANNO (IL) - regia Fausto Paravidino

Il compleanno Il compleanno Regia Fausto Paravidino

di Harold Pinter
regia: Fausto Paravidino
scene e disegno luci: Laura Benzi
costumi: Sandra Cardini
con Giuseppe Battiston, Arianna Reggio, Fausto Paravidino, Beppe Chierici, Valentina Cenni e Paolo Zuccari
Roma, Teatro Quirino, dal 15 gennaio al 3 febbraio 2008

www.Sipario.it, 1 aprile 2008
Il Mattino, 22 febbraio 2008
La Stampa, 19 gennaio 2008
Il Manifesto, 27 gennaio 2008
Il Messaggero, 26 gennaio 2008

Il Compleanno di Pinter, scritto nel 1958, è uno dei primi testi del Premio Nobel, una sorta di concentrato di quelle che saranno le tematiche dell’incomunicabilità frequentate con sempre maggiore determinazione. In Festa di compleanno, questo il titolo originale della pièce, due ignoti visitatori piombano a casa di un giovane misantropo che vive isolato dal mondo e, senza che si chiarisca il motivo del loro arrivo (sono killer? infermieri di un manicomio?), organizzano una festa di compleanno per il protagonista terrorizzato, il quale non fa che insistere che non è il suo compleanno. Quella festa finisce col trasformarsi in una sorta di rito crudele senza fine a se stesso. Alla fine i due porteranno via il ragazzo senza dare giustificazione alcuna.

Harold Pinter costruisce con Festa di compleanno quella drammaturgia aperta che affida allo spettatore il compito di legare pezzi di quotidianità, presentati nel loro divenire, affiancati senza applicare il meccanismo di causa ed effetto. Fausto Paravidino, che firma traduzione e regia de Il compleanno, non scioglie gli enigmi e ci illude potenziando se possibile l’apparente naturalismo della messinscena. La scenografia piena e realistica di Laura Benzi non dà vie di uscita, soffoca e rende ancora più inquietante la prigione di quel ragazzone, interpretato da Giuseppe Battiston corpulenta presenza teatrale di buona espressività nel suo essere vittima inconsapevole, in balia della vecchia signora che l’accudisce in maniera ossessiva ed ha le fattezze di una credibilissima e in parte Ariella Raggio. L’arrivo dei due strani figuri (Fausto Paravidino e Paolo Zuccari) inquieta e trova nella scena centrale della festa il suo climax.

La regia di Paravidino non riesce a raccontare con la dovuta chiarezza e lucidità la parte centrale della pièce di Pinter ed è questo forse che rende lo spettacolo interessante ma non pienamente compiuto. Lo stesso Fausto Paravidino, nei panni di uno dei due personaggi che irrompono nel rifugio del ragazzo, cresce pian piano e dimostra una presenza scenica nervosa, quasi che il suo personaggio sia sotto l’effetto di stupefacenti, viva un’alterazione nei confronti della realtà. Vengono in mente alcuni personaggi di Quentin Tarantino e, per dire dello stile recitativo, Fausto Paravidino sembra richiamare in più punti Carlo Cecchi. Detto questo, Il compleanno è uno spettacolo che pur non convincendo a pieno dà conto con correttezza ed intelligenza del clima inquietante che Harold Pinter riesce a documentare e presentare nelle sue storie, rubate ad un’apparente quotidianità mascherata di normalità, ma che nasconde l’inquietudine per una vita che ha perso il suo senso.

Nicola Arrigoni

Berlusconi a pensione da Pinter

Dopo aver annunciato che al Palace «danno un nuovo spettacolo», Petey precisa: «È uno spettacolo vero, questo». E a Meg che domanda: «In che senso?» risponde: «Non ci sono né balli né canti». Infine, quando lei replica: «E allora che fanno?», conclude: «Parlano». In questo scambio di battute de «Il compleanno» - il primo testo lungo di Pinter, tre atti datati 1958 - stanno le radici, i temi e le forme di tutto il teatro del drammaturgo inglese Premio Nobel. A cominciare dall'assunto centrale, il rifiuto della comunicazione dettato dalla paura di affrontare i veri problemi che stanno alla base dei tormentati rapporti fra gl'individui: è tale, quel rifiuto, e talmente vani sono gli sforzi per mascherarlo (i balli e i canti, appunto), che il parlarsi, il semplice parlarsi, diventa, giusto, lo «spettacolo vero». E questo tema centrale si traduce, poi, nella situazione - una costante di Pinter, come sappiamo - rappresentata da uno spazio chiuso e (apparentemente) rassicurante, la famosa «stanza», su cui gravano indecifrabili minacce dall'esterno. Nella fattispecie, abbiamo qui una pensione che, gestita da due coniugi sessantenni, i citati Petey e Meg, al momento ha un solo «ospite», il trentenne Stanley, del quale ricorre, appunto, il compleanno. E la festa in suo onore, la sera, sarà di fatto «governata» da Goldberg e McCann, due personaggi misteriosi (killer, militari, politici?) arrivati all'improvviso per compiere una non meglio precisata «missione», e che si porteranno via Stanley dopo averlo sottoposto a una serie interminabile di torture. Ebbene, non poteva darsi - per l'allestimento de «Il compleanno» che lo Stabile di Firenze presenta al Mercadante - un regista più adatto di Fausto Paravidino. Perché il nostro giovane e già affermato drammaturgo (che ben a ragione si dichiara debitore del suo illustre collega britannico) adotta, come caratteristica portante della propria scrittura, per l'appunto gli altrettanto famosi monologhi travestiti da dialoghi che sono tipici di Pinter. Basterebbe, nel merito, pensare soltanto a «Natura morta in un fosso». E giustamente, allora, Paravidino - per rendere il clima da «giallo» e la parabola sul potere (comunque «istituzionalizzato») che s'accampano ne «Il compleanno» - punta sulla sottolineatura per contrasto, opponendo all'astrattezza pinteriana il realismo minuto delle scene e dei costumi e alle pause che scandiscono il testo l'esasperazione in senso nevrotico degli scoppi d'ira. In quanto attore, poi, Paravidino fa di Goldberg una sorta di yuppie che, supponente e scalcagnato insieme, la cadenza meneghina tradisce come una controfigura di Berlusconi. A posto anche Giuseppe Battiston (Stanley), Ariella Reggio (Meg), Paolo Zuccari (McCann), Beppe Chierici (Petey) e Valentina Cenni (Lulu). Semmai, l'avrete capito, lo spettacolo manca di scatti. E manifesta una precisione che troppo spesso sfiora la prevedibilità.

Enrico Fiore

Quando Pinter annoia
malgrado Paravidino

Prima commedia intera di Harold Pinter, Il compleanno ha esattamente mezzo secolo: se viene accolto con qualche riserva persino in un allestimento di prim'ordine come questo diretto da Fausto Paravidino, la cosa non dipenderà dunque dalla novità del suo linguaggio. Diversamente, mettiamo, dalla musica dodecafonica, che i frequentatori dei concerti classici si rifiutano a tutt'oggi di accettare, l'avanguardia del teatro è entrata infatti nel repertorio; ieri Ionesco e Beckett scandalizzavano, oggi sono routine. Oddìo, il caso di Pinter è particolare, parlo del Pinter più caratteristico (ce n'è anche uno commerciale, quello di Tradimenti o di memorabili sceneggiature cinematografiche): il Pinter che montava suspense e rimescolava le carte mostrando creature che non solo non spiegavano mai cosa stessero facendo, ma poi, violando antiche convenzioni drammatiche, mentivano anche su se stesse. Avvinto da un mistero di cui sperava di carpire la soluzione, il pubblico tendeva le orecchie fino alla fine, quando si rendeva conto che il mistero o non c'era, o non sarebbe stato svelato; e in ogni caso, che la commedia consisteva "solo" nella rappresentazione di tensioni - nella suscitazione di quel disagio che dopotutto ogni abitante del mondo moderno riconosce.

Il metodo incuriosisce, ma funziona una volta sola. Scoperto che non c'è nulla da scoprire, lo spettatore non abbocca più, il che vale non solo per le riprese dei Pinter più pinteriani, ma anche per il teatro degli imitatori. Anzi, soprattutto per questo, e soprattutto in traduzione. Perché Pinter, ma questo lo sa solo chi lo ascolta in inglese, è poi un signore del linguaggio, e le sue sono partiture musicali, dalle sonorità inimitabili, che in qualche modo vivono di vita propria. Cià è vero per il Pinter più maturo (supremo, secondo me, quello di Terra di nessuno), meno per Il compleanno, che presenta delle acerbità, e che - eresia per un Pinter normale! - sembrerebbe addirittura sfrondabile.

Sarà questo? O forse nella messinscena di Paravidino - mirabile, lo ripeto, e in perfetto carattere a partire dalla scenografia spiritosamente realistica di Laura Benzi - il lavoro viene affrontato con fin troppo rispetto, centellinato più che condiviso, sino a durare ben due ore e mezza con un unico intervallo? Sarò stato il solo a ricordare con rimpianto la lontana esecuzione, ben più sbrigativa ma a tratti tonicamente comica, di Carlo Cecchi?

La storia è sempre quella. In una pensioncina al mare con unico ospite un musicista che sembra averla scelta come nascondiglio e che la matura padrona coccola, si presentano due inquietanti figuri, i quali dopo avere imposto a costui una grottesca festa di compleanno, e averlo ridotto (con torture notturne?) in stato di passiva impotenza, se lo portano via. Il tutto si svolge preciso e minaccioso come un incubo popolato da personaggi di accattivante concretezza, qui resi come meglio non si potrebbe. Lo stesso minuto Paravidino è magnificamente minaccioso come gangster; Giuseppe Battiston sfrutta gustosamente la sua mole per commuovere con l'inermità della vittima Stanley; Ariella Reggio è brillantissima come la padrona - e sul loro eccellente livello si collocano gli altri tre, Paolo Zuccari, Beppe Chierici e Valentina Cenni. Metafora della precarietà della condizione umana? Sarà. Momento per momento, gli scambi sono vivaci e ben condotti, ma alla lunga nella sala del Quirino si manifesta non tanto disorientamento, quanto sazietà. Stiamo diventando incontentabili?

Masolino d'Amico

Mezzo secolo dopo, la festa ricomincia da zero

Compie giusto cinquant'anni Il compleanno, perché Harold Pinter presentò il suo secondo testo per il teatro nel 1958 al londinese Lyric Theatre di Hammersmith. Fu un disastro al botteghino, e anche la critica inglese non fu tenera verso quel debuttante che già suonava vago, misterioso e «imprendibile», anche rispetto ai suoi colleghi di generazione. Questi, i «giovani arrabbiati» come li raccolse una facile etichetta, si ponevano certo in modo traumatico rispetto alla tradizione britannica, ma almeno esibivano un solido impegno sociale e politico, a cominciare dall'Osborne di Ricorda con rabbia che contro ogni residuo salottiero e vittoriano andava a frugare in tinelli e cucine della classe operaia di sua maestà.
Col Compleanno invece, prende «semplicemente» maggior articolazione la situazione del testo di debutto di Pinter, La stanza. Che non è più un interno di periferia londinese, ma il soggiorno di una pensioncina di località balneare, col sole precario e pochi clienti. Anzi, per la verità uno solo, per quanto strano. Stanley era musicista, ma ormai suona poco il piano, non fa niente tutto il giorno, se ne sta quasi «clandestino» a farsi coccolare (con coccole che paiono un martirio) dalla vecchia Meg, sempre indecisa tra il ruolo materno e quello di amante, e del suo tranquillo marito factotum. Fino all'arrivo di una strana coppia di giovanotti, che forse sono alla ricerca di Stan (se non sono solo materializzazioni delle sue paure) e finiranno per portarselo via, non prima di avergli fatto letteralmente «la festa», seppure ammantata dalla ricorrenza del suo compleanno, quello del titolo appunto.
Trent'anni dopo la più memorabile edizione italiana, di cui fu strepitoso protagonista Carlo Cecchi affiancato da Marina Confalone, lo stesso produttore Roberto Toni presenta una nuova edizione generazionalmente aggiornata. Giuseppe Battiston è Stanley, Ariella Reggio è Meg, mentre la regia (nonché il personaggio di uno dei sicari indesiderati) è di Fausto Paravidino, in questo Compleanno del cinquantenario (fino al 2 febbraio al Quirino, poi a Parma, Bologna, Napoli e Chieti).
Paravidino possiede una delle scritture più felici dell'ultima generazione, ama il cinema (è suo il Texas ricercato sull'appennino tra Liguria e Piemonte) ed ha anche altre cose in comune con Pinter, da cui pure lo dividono svariati decenni. Ad esempio la posizione politica, in particolare sul G8 genovese, su cui il nobel inglese ha avuto parole di fuoco, mentre il giovane artista italiano ha scritto un testo molto esplicito commisionatogli per altro dal Royal Court. L'incontro tra il talento dell'uno e dell'altro è certamente felice, anche se diverso da come qualcuno avrebbe potuto immaginarselo.
Paravidino sceglie, infatti, come regista e come attore (firma anche la nuova accurata traduzione, assieme ad Alessandra Serra) la commedia. Il suo piccolo gangster Goldberg è davvero un azzimato malavitoso, tanto curato nei modi quanto determinato e lucido nel disegno criminoso (e inquietante è anche il suo compare McCann, Paolo Zuccari). Di fronte a loro e alle loro angherie, sta la bella presenza corposa di Giuseppe Battiston, Stanley. Burroso ma tosto, l'attore dà una bellissima prova, non inferiore a quelle cinematografiche che lo hanno reso famoso. Lui testimonia, nelle nevrosi e nelle intemperanze, lo spirito pinteriano minacciato da quella fastidiosa, doppia intrusione nella placida pigrizia di provincia marina.
La terribile e appiccicosa Meg trova in Ariella Reggio, attrice di antica tradizione, una micidiale ossessione domestica al profumo di lavanda, mentre suo marito Petey è l'occasione per un ritorno in scena della voce amata di Beppe Chierici. Valentina Cenni è la vicina di casa bella e svagata, predestinata alla fine di vittima.
La commedia pinteriana scorre come un teorema, fino al crudele finale che vede il «festeggiato» ridotto a una sorta di obbediente «frankenstein» portato via dalle sue ombre. Forse si rischia di perdere l'ambiguità costitutiva e assoluta che disorientò il pubblico inglese al suo esordio, ma è anche vero che la cifra e la scuola dell'ormai superclassico drammaturgo inglese, possono richiedere dopo cinquant'anni che i nostri fantasmi prendano corpo in modo nuovo e consono all'oggi.

Gianfranco Capitta

Paravidino e "Il Compleanno"
il primo dei testi di Harold Pinter

A un mese dal suo ultimo passaggio a Roma (Peanuts all'Eliseo) e a cinquant'anni dal concepimento del Compleanno (The Birthday Party) di Harold Pinter, Paravidino è al Quirino con la messa in scena del primo testo del premio Nobel. Con lui, interprete dell'enigma pinteriano nei panni di Goldberg, in palcoscenico anche Giuseppe Battiston (Stanley), Arianna Reggio (Meg) e Beppe Chierici, Valentina Cenni e Paolo Zuccari. Il compleanno è quello del pianista fallito Stanley Webber, che sceglie di alloggiare in maniera permanente presso i coniugi Boles, proprietari di una pensione in una cittadina di mare. "Fa" l'amante (disgustato) della padrona di casa, trova qualche impegno occasionale, finché il suo ordinato ménage viene sconvolto dall'arrivo di due ospiti, Goldberg e McCann, che scombussoleranno la sua vita senza nessun motivo apparente. Come del resto spesso accade nei drammi pinteriani, e come fa notare Paravidino, traduttore del testo con Alessandra Serra (curatrice anche dell'edizione Einaudi dei due volumi sul teatro pinteriano) «la storia procede di evento in evento e di azione in azione in maniera lineare ma senza mai rispondere a due domande: cos'ha fatto (e da dove viene) Stanley Webber e chi sono (e da dove vengono) Goldberg e McCann». Usando ancora le parole del giovane regista, classe '76 - che, lo ricordiamo, dopo il fortunato esordio a soli 23 anni con Trinciapollo ha collezionato successi anche e soprattutto come drammaturgo - diciamo solo che i due misteriosi figuri «i guardiani di un qualcosa che qui probabilmente è il passato», vengono a prelevare Stanley, «e poi lo torturano. E poi lo portano via e lo fanno diventare passato». Fino al 3 febbraio.

Paola Polidoro

Ultima modifica il Lunedì, 12 Agosto 2013 09:38

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