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DECADENZE - regia Gaddo Bagnoli

Claudia Franceschetti e Andrea Magnelli in "Decadenze", regia Gaddo Bagnoli. Foto Margherita Busacca Claudia Franceschetti e Andrea Magnelli in "Decadenze", regia Gaddo Bagnoli. Foto Margherita Busacca

Compagnia Scimmie Nude
di Steven Berkoff
Regia di Gaddo Bagnoli
Con Claudia Franceschetti e Andrea Magnelli

Traduzione di G. Manfridi e C. Clerici

Visto allo Spazio Scimmie Nude, Milano, 19 maggio 2019

www.Sipario.it, 26 maggio 2019

A un certo punto, nel crescendo satirico degli appetiti disperati, cinici e feroci dei quattro personaggi, una doppia coppia, impersonata dallo stesso duo di attori, ecco, nel perverso pirlare su se stessa della girandola delle avidità senza fondo, tra progetti di turpi assassinii e riferimenti continui alla genitalità esasperata di una monomania sessuale che si intoppa in sempre più trionfali e tronfie lanciate a urlo libero invasature "vieni che ti scopo!"; in un atroce titillarsi reciproco, premessa e conseguenza di un'oscena sazietà la quale non neutralizza affatto l'immediato risorgere di ogni istinto predatorio possibile, ecco che di colpo, circa a metà spettacolo, si mostra il rovescio squallido di tutta questa perfetta costruzione del vuoto; ecco l'azione, tutta verbale, tutta impregnata e affogata dalla parola, cadere in un punto morto: sono le battute di una delle due donne (la moglie ricca) riferite all'amante (tipo da working class, con leggero accento calabrese) quando gli rinfaccia che alla fine lui è uno che si gratta le palle dalla mattina alla sera, un meschino imbranato e impotente a fare quello che dovrebbe, e cioè, oltre a scoparsi l'amante, far fuori il di lei marito. Ed ecco l'adrenalinico agitarsi sulla scena del desiderio patologizzato dall'abnormità del suo stesso desiderare ritrarsi meschinamente e mostrare quello che poi questi personaggi in realtà sono: piccoli animali umani che si dipingono con i colori squillanti della potenza; piccolo borghesi banali, intemperanti, sempre lì intenti a misurarsi la lunghezza dello sfilatino o a tastare la voracità della cozza.

Con il sesso che alla fine non si rivela essere altro che un'ennesima occasione per provare a testare il proprio potere sull'altro, per erigersi il piedistallo sul quale poter guardare dall'alto gli altri, gli impotenti, quelli che non scopano così tanto!, e che soprattutto non hanno denaro. Il sesso come metafora del potere e il potere come unica cosa cui vale la pena consacrarsi. Ma tutto questo conduce a un happy end al cianuro, nella luce livida di un nuovo giorno che è un day after senza remissione.

Il testo di Berkoff crudo, perverso, luciferino, meschino, brutale, banale, vuoto, barocco, urticante, ripetitivo, ossessivo, genitale, non poteva che essere reso da una recitazione estrema. Ed è quello che fanno i due bravissimi attori, intenti a una tensione nervosa tenuta sempre alla massima temperatura: una prova di atletismo, anche muscolare, che si impone di tenere sempre alla massima frequenza la mobilitazione fisica, per portare al più alto grado di espressività il grottesco senza chiaroscuri delle situazioni. Ed è di questa assenza di chiaroscuri che un po' si soffre, la luce violenta e senz'ombre del testo è anche dello spettacolo; così che l'eccesso di brillantezza mondana può evocare per analogia oppositiva la luce piatta e fredda di un obitorio. Perché il senso di morte è lì, che chiama, appena al di sotto di tutto il rutilante vitalismo ostentato. E in quell'unico punto d'ombra sopra accennato, che è come un'istantanea nuda e cruda della reale statura di questi personaggi, si inserisce la leva che scardina; nel punto ombroso di una negazione improvvisa, ecco il dialogo che scrolla il castello di parole gonfiate come osceni pupazzi di lattice colorato, artificialmente pompate nei nervi per quell'atroce ossessione sessuale che tutto contamina. Questi quattro in fondo sono mattaccini ubueschi nemmeno calati in quell'aura d'ambizione regale vagamente nobilitante che i personaggi di Jarry potevano respirare sulla spalla della tragedia shakespeariana: no, qui l'orizzonte è vasto quanto la curva della tazza del water, l'unica via di fuga è verso il basso, nel gorgogliante risucchio di ogni aspirazione che non sia meno che degradante. Se, come scrive Simone Weil, "siamo incapaci di levarci in alto quanto un lombrico", qui i lombrichi non presagiscono neanche lontanamente l'esistenza di una qualche spinta verso l'alto.

"Si può cacare pisciare vomitare tutto in una volta?" domanda uno dei due personaggi maschili dopo una memorabile e lunga scena di ingozzamento al ristorante, tutta sostenuta da un parossistico gioco attoriale per cui ogni più lussuosa vivanda viene plasticamente modellata nell'aria dal gesto esatto di Andrea Magnelli, smembrata e divorata. Si può? Certo che si può, è la massima ambizione che sembra muovere i personaggi, il capolavoro dell'evacuazione totale e simultanea di tutti i liquidi e i solidi da ogni orifizio, quasi parodia satanica di un riguadagnato stato d'innocenza, premessa alla rimonta di un istinto predatorio sempre più affilato. Che poi diviene metafora dello stesso istinto che tiene vivo il corpo sfatto del capitalismo occidentale.
La prova attoriale, nella regia di Gaddo Bagnoli, è tesa a tenere lo spettatore sulle spine di un'attenzione nervosa, tutta reattiva. L'esagerato vitalismo sessuale tutto esposto al livello verbale risulta miseramente comico e strappa qualche risata a denti stretti. L'alternarsi della coppia di personaggi è ben resa dagli attori con un lavoro di personificazione fisica, di montaggio posturale, con i volti tesi a modellare maschere facciali, specie nel lavoro di Claudia Franceschetti. Il rapido metti-e-togli di una giacca a paillettes dorate per l'uomo, e per la donna di una vestaglia da casa su un abito da sera ugualmente paillettato, è il segno distintivo e sufficiente a ribaltare di scena in scena, in un meccanismo di alternanza simmetrica, l'avvicendarsi delle due situazioni parallele. Il tutto spesso in arrampicata su una struttura scenografica bianca che è praticabile piramidale a tre gradoni, su cui gli attori agiscono in piedi, seduti, sdraiati, e dietro cui scompaiono.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Domenica, 26 Maggio 2019 20:54

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