lunedì, 18 ottobre, 2021
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DONNE IN GUERRA – regia Laura Sicignano

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, leda Kreider, Egle Doria, Carmen Panarello, Federica Carruba Toscano in "Donne in guerra", regia Laura Sicignano. Foto Antonio Parrinello Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, leda Kreider, Egle Doria, Carmen Panarello, Federica Carruba Toscano in "Donne in guerra", regia Laura Sicignano. Foto Antonio Parrinello

di Laura Sicignano e Alessandra Vannucci
Regia di Laura Sicignano
Scene: Laura Benzi riprese da Elio De Franco
Costumi: Laura Benzi ripresi da Riccardo Cappello
Luci: Gaetano La Mela. Assistente alla regia: Francesca Mazzarello
Interpreti: Federica Carruba Toscano, Egle Doria, Isabella Giacobbe, Barbara Giordano, Leda Kreider, Carmen Panarello
Ufficio stampa nazionale: Nicola Conticello
Foto di scena: Antonio Parrinello
Ringraziamenti: Edmondo Romano, Fondazione Luzzati, Teatro della Tosse,
Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito Italiano, Ferrovia Circumetnea
Produzione: Teatro Stabile di Catania
Teatro Verga dal 27 settembre al 29 ottobre 2021

www.Sipario.it, 29 settembre 2021

Lo spettacolo Donne in guerra di Laura Sicignano e Alessandra Vannucchi che ha inaugurato la nuova stagione del Teatro Verga Stabile di Catania la cui location originaria d’una decina di anni fa ad opera del Teatro Cargo si svolgeva a bordo del Trenino Storico di Genova Casella, mi ha riportato ad un altro spettacolo di segno diverso titolato Il Viaggio (di autori vari) messo in scena da Walter Manfrè nel gennaio del 1997 su una carrozza ferroviaria di 3ª Classe anni Trenta rigorosamente in legno reperita a Caltanissetta e sistemata in un binario morto della stazione di Taormina-Giardini Naxos. Per Manfrè si trattava di consolidare quel filone teatrale iniziato nel 1989 con Visita ai parenti di Aldo Nicolaj al Cenacolo di Roma che sapientemente l’indimenticato critico de Il Giorno Ugo Ronfani aveva definito in un suo volumetto “Teatro di Persona”, rispondente a caratteristiche particolari, una delle quali certamente era l’annullamento della distanza tra attori e spettatori e l’assegnazione a questi ultimi di un ruolo all’interno del dramma senza che ciò potesse mutare lo svolgimento del plot. Per la Sicignano, direttrice artistica del Verga, si tratta di rinverdire antichi successi rimettendo in scena una pièce che ha risvolti contemporanei, basti solo vedere cosa succede in Afganistan, Libia e dove ancora si combatte, culminanti in sbarchi spericolati in terra di Sicilia di quei migranti che fuggono dai loro paesi e che spesso hanno come protagonisti bambini impauriti e madri coraggio. Anche se, è giusto ricordarlo, le sei donne in guerra in questione sbucano fuori dal secondo conflitto mondiale come delle figurine neorealiste in stile Rossellini o De Sica agghindate con i pertinenti costumi di Laura Benzi ripresi da Riccardo Cappello. Rispetto alle edizioni precedenti qui la Sicignano ha dovuto fare a meno, nella scena/installazione della Benzi, di immettere in quelle realistiche rotaie collocate in una sala completamente sgombra dalle poltrone, al trenino o ad una locomotiva, a qualcosa che potesse dare l’idea che le storie delle sei protagoniste venissero raccontate all’interno di quel trabiccolo in movimento o fermo. Insomma una rotaia senza treno è come una pistola che non spara in scena. D'altronde era oltremodo difficile collocare una macchina di quella portata in Teatro. Tuttavia occorre dire che dopo una sorta di prologo d’una decina di minuti sul palcoscenico del Verga, in cui i cento e passa spettatori (passati rigorosamente al vaglio del Green Pass) conosceranno i nomi delle sei protagoniste, ben in vista sopra delle casse lignee con a lato le scritte “sabbia”, venivano fatti accomodare, distanziati, su due tribunette con al centro la rotaia senza treno. Efficace escamotage (riferito allo spazio scenico) già messo in atto da maestri teatrali quali Eugenio Barba, Ariane Mnouchkine e altri. Lo spettacolo che ha sei superlative interpreti, tutte in stato di grazia, che rispondono ai nomi di Federica Carruba Toscano, Egle Doria, Isabella Giacobbe, Barbara Giordano, Leda Kreider, Carmen Panarello, è ricco di storie vere riprese dalle due autrici del testo da fatti veri o da colloqui con chi ancora è sopravvissuto alla guerra. Storie paradigmatiche, in grado di commuovere come quella raccontata da una strepitosa Isabella Giacobbe (nessuna parentela con lei) che vive col nonno e che ricorda quando in casa sua con sua madre ancora viva fa irruzione un manipolo di nazisti che gozzovigliano sino a notte tarda, imprimendo negli occhi della fanciulla il terrore perché l’indomani mattina verrà violentata da tutti quei barbari. Sono insieme le cugine Maria e Anita, quelle di Federica Carruba Toscano e Barbara Giordano, a dare corda al loro vissuto: la prima ha il marito che lavora in Germania mentre lei diventerà operaia d’una fabbrica distinguendosi per le lotte che porterà avanti con i suoi compagni: la seconda con basco in testa ha con sé degli scarponi nuovi tolti ad un tedesco in moto dopo averlo ucciso su un campo di papaveri con la rivoltella del suo amico, “sono un po’ grandi –dirà- ma con le calze andranno bene lo stesso”. La Milena di Leda Kreider è la fascistona del gruppo, una fanatica che inneggia alla patria, alla sua divisa di ausiliaria e a Mussolini che incontrerà pure ricevendo in cambio l’appellativo di “rondinella”: la poverina finirà nelle mani di alcuni indegni partigiani che insultandola in malo modo le raperanno i capelli con un rasoio imprimendole sulla testa una croce con la vernice rossa. Carmen Panarello, la più elegantina del gruppo con quello stretto tailleurino guarnito d’una pelliccetta di volpe spelacchiata, veste il ruolo della signora De Negri simpatizzando con i tedeschi, in particolare con tale Gunter che corteggia la figlia, colpito sfortunatamente con la mitraglia d’un aereo che gli ha falciato entrambe le gambe, imprecando pure contro i fascisti perché gli venga restituito indietro il marito ferito alle gambe. Chiude il cerchio la Zaira di Egle Doria che oltre a fare l’ostetrica si occupa pure di lavare e comporre i morti, come quando mitragliato il treno su cui viaggiava verrà ucciso il macchinista prendendosi cura di lui. Infine sarà lei stessa in una sorta di rituale a dare alle compagne, che intanto si sono tolti i vestiti, un limone che testimonia la loro fine intonando tutte quella canzone di Emilio Livi e Trio Lescano, Non dimenticar le mie parole/Bimba tu non sai cos'è l'amor/È una cosa bella più del sole/Più del sole dà calor...- .

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Venerdì, 01 Ottobre 2021 21:13

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