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DOPPIO SOGNO - regia Giancarlo Marinelli

"Doppio sogno", regia Giancarlo Marinelli "Doppio sogno", regia Giancarlo Marinelli

di Giancarlo Marinelli
tratto dall'omonimo racconto di Arthur Schnitzler
con Ivana Monti, Caterina Murino, Ruber Rigillo, Andrea Cavatorta, Francesco Maria Cordella,
Serena Marinelli, Simone Vaio, Carlotta Maria Rondana
scene Andrea Bianchi
costumi Adelia Apostolico
musiche Roberto Fia
light designer Mirko Oteri
regia Giancarlo Marinelli
Prod. Compagnia Molière- Regione Veneto
Roma, Teatro Quirino 7-19 Aprile 2015 (con ripresa autunnale)

www.Sipario.it, 12 maggio 2015

L'universo di Shnitzler, così magmatico, tellurico (nella sua sospensione perturbata di sogno e realtà) è ancora disatteso da 'altri linguaggi', differenti da quello letterario, squisitamente novellistico, come dimostrano, oltre a "Doppio sogno", "Fuga nelle tenebre" e "il ritorno di Casanova", altre sue 'perle' dimenticate eppur emblematiche di certo decadentismo viennese (fine della Felix Austria), così contiguo alla 'dissoluzione' progressiva e inarrestabile dell'Impero d'Occidente, di cui – a posteriori- intravediamo le acuminate 'prove generali' nei romanzi di Musil e Svevo, nei racconti di Roth, nelle vagabonde 'cartoline' di Altenberg.

Nonostante la ponderosità del nome e tutta la discrezione dovuta ad una 'irrivelabile' opera postuma, non riuscimmo, ad esempio, a cavare un ragno dal buco (dell'analisi del profondo) dal pur celebrato Stanley Kubrick di "Eyes Wide Shut" (che si proponeva di 'rileggere' Schitzler per miasmi e turbamenti barocchi), sovrastato da sussiego onirico, sostanzialmente affogato in un simposio di gran cerimoniali e orge statuarie, psicologismi forzosi, sessualità mistico-eleusine rimandanti- per virtuosismo scenografico e patinatura fotografica- più ad un 'erotismo massonico' che a un normale consesso di vizi privati e pubbliche virtù

Nulla a che vedere, comunque, con il più 'casto', spoglio, acerbo "Doppio sogno", versione Marinelli, ove a prevalere mi sembra sia un mix di dramma a fosche tinte e coniugali inferni mutuati da Strindberg - e, per estensione, da tutto il teatro nordico di fine ottocento. Per quanto, l'adulterio 'sognato' e poi '(auto)inibito' della giovane moglie passa in secondo piano rispetto all'intrecciarsi di un'evocazione (sospensione del tempo, ipotesi di un incubo), popolata da maturi pedofili ed equivoci umanoidi 'apparenti' come pupazzi in peluche, Oltre ad improvvisa sparizione d'una bambina-figlia della coppia in crisi- verso un baratro di sospetta pedofilia, incesti e rimosse violenze d'un pernicioso ganimede schermato 'dalle buone maniere'.

Ed ancora, madri fallocratiche (nella pur superba interpretazione di Ivana Monti)- scaturigine di quello sconvolgente sentimento di "paternità monogamica" (ossessiva) che a me pare l'elemento di maggiore intuizione e inusitato scandaglio che qualifica, in parte, una rappresentazione che pone al suo epicentro la sobrietà espressiva e la 'normalità' borghese d'un microuniverso abitato da alienati al primo stadio di disagio comportamentale.

Quello, secondo il quale, il ritrovarsi della coppia in sottofinale non potrà che essere fittizio, illusorio, mentre il timore dell'adulterio, del 'depotenziamento' del desiderio erotico (specie da parte dell'uomo) saranno anticipazione di quei sensi di colpa e impotenza (l' 'uomo senza qualità') tipici di una certa cultura catto-protestante che divorerà (freudianamente) l'identità maschile del Novecento (e oltre). Non per nulla assimilata, come favola nera, al terrore genitoriale defluito dalla (immaginaria) bulimia di piacere al suo opposto anoressico. Sotto il manto protettivo, espiativo di una responsabilità paterna percepita come inadeguata, polarizzante, frustrante -dunque devastata dal da quel micidiale sentimento (capitolazione) che è la paura della perdita.

Messinscena tuttavia depotenziata da una sorta di disagio che è 'razzo frenante' di quasi tutto il cast degli interpreti: con brevi impennate d'orgoglio sia da parte di Caterina Murino che di Ruben Rigillo, scelti dalla regia per due ruoli oggettivamente ardui e costretti ad 'esteriorizzare', rendere pragmatico ciò che in Schnitzler viaggia (magistralmente) e per allusioni oniriche, barlumi dell'anima e quasi totale assenza di dialogo al cospetto di tutto ciò che agisce in 'prima persona' evocativa e narrante. Pagine del miglior Schitzler, in cui il lettore è sul serio trasportato verso un' amniotica, perturbante ipnosi di sogno e realtà, in rifrangenze ingannevoli e svilimento di un fragile ego (ruoli, identità sociali) giunto al crepuscolo della (sua) Storia.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Venerdì, 15 Maggio 2015 08:53

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