lunedì, 26 ottobre, 2020
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ECUBA E LE STREGHE – CASTRACAGNA, LA STREGA DEL PO - regia Ivana Monti

Ivana Monti in "Ecube e le streghe - Castracagna, la strega del Po". Foto Roberto de Biasio Ivana Monti in "Ecube e le streghe - Castracagna, la strega del Po". Foto Roberto de Biasio

di Ivana Monti
con Ivana Monti
regia di Ivana Monti
73.mo Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza
Vicenza, teatro Olimpico, 29 settembre 2020

www.Sipario.it, 1 ottobre 2020

L’incedere lento, progressivo di Ecuba nella scena annuncia in anticipo il dolore, quello fortissimo causato dalla guerra, che è morte, oscenità del vivere. Si mostra così l’inizio della tragedia di Ecuba, con un segnale che è più un’invettiva rivolta ad Athena, venduta agli Achei, distratta, perita, ipocrita. Nella rilettura che l’attrice milanese Ivana Monti fa appositamente per l’Olimpico emerge un dolore lancinante, infinito. Lo spettacolo è diviso in due parti, nella seconda il dramma passa attraverso alcuni aspetti più leggeri, se vogliamo, almeno dal punto di vista del linguaggio. Ma sorridere non è far finta di nulla, e questo lo vedrem poi, nel calarsi in Castracagna. Di certo Ecuba rivive le tragedie personali con strabiliante lucidità seppur annegata in un oscuro rintontimento della sua esistenza, chiamando a raccolta per le accuse i nemici che l’hanno martoriata, e ricordando profusamente Polissena, rivangandone i ricordi anche attraverso la sua voce. Gli Achei, nefasti protagonisti, vengono così maledetti da Ecuba, regina di Troia, in un confronto acceso e dimenato, segno di forza interiore di grande e infinita beltà d’animo, e di perseverante ricerca del momento bello di vita passata. E’ un martirio in diretta quello che si vede, perché c’è tutto il peso di una tragedia dal peso potente, devastante. L’attrice entra in una specie di trance dal quale non esce fino a monologo compiuto, narrando gesta, altalenando voci anche stridule come una pura interprete sa fare. Il silenzio irreale in sala dimostra che il pubblico segue con partecipazione l’orrore del male che si sviluppa sempre più dirompente. L’invito a Zeus di rimettere gli umani a quattro zampe è altamente indicativo, il male non può, non deve vincere nonostante sia già così. E’ la speranza del nuovo, del rifarsi, che vuole primeggiare in questa canto della disperazione che attacca il tradimento, le viltà, effetti e sentimenti disumani. Visioni distanti che si allontanano sempre più, contrastanti azioni che mettono a confronto assassini di conflitto e sensibilità di donna, di regina. Non è volata mezza mosca si potrebbe dire, e al termine della prima parte, questa appunto, calorosissimi sono stati gli applausi, e tocca proprio alla Monti far capire che di lì a poco si riprende con Castracagna, la strega del Po. Dinanzi a un leggìo l’attrice rivive anche la vicenda dell’ottantenne accusata del funesto straripamento del fiume Po, invitata più volte a confessare le sue colpe, quelle di contatto col demonio. Prova lei, Castracagna, a difendersi, in un dialetto mantovano (è di Ostiglia), dicendo alla corte che le ha curate con le erbe, lei , le persone, non ammazzate, ma il potere non ne vuol sentire, gliela vuole far pagare. Un personaggio dal quale Ivana Monti entra ed esce usando tutta la perspicacia possibile, ribaltando situazioni tragiche con battute persino a volte divertenti, anche se immerse decisamente nella tragedia piena. L’accusa rivoltale di stregoneria e collaborazione col demonio va ad impattarsi con l’estrema autodifesa che la donna esprime, lei, la blasfema eretica. I tentativi di smascherarla sono vani, inutile chiederle la formula della pozione in che cosa consisteva. Viene addirittura accusata la povera vecchia di aver volato sulla scopa sempre col maligno accanto, e sotto insinuazione di un congiungimento carnale con lo stesso, un crescendo di malignità. L’induzione alla confessione celebra il rito finale, dove Castracagna appare rassegnata ricordando la sua vita ottantenne , come in una guerra della stessa durata. Nel finale, la donna altro non può che mandare un segnale matriarcale forte, un monito di cuore spaccato dal quale non ne esce. Che è quello di invitare alla vergogna, “potrei essere tua madre”. Ivana Monti porta a Vicenza una prova d’attore di grande carattere, che fa ricordare a chi caso mai lo avesse dimenticato, anche solo per un po’, la possenza di un’artista di questo calibro. Il successo è stato pieno, decretato con affetto dal numeroso pubblico.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 01 Ottobre 2020 23:28

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