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EDIPO TIRANNO - regia Marco Sciaccaluga

Edipo tiranno Edipo tiranno Regia Marco Sciaccaluga

di Sofocle
Versione italiana: Edoardo Sanguineti
Regia: Marco Sciaccaluga
Interpreti: Nicola Pannelli (Edipo), Eros Pagni (coro), Aldo Ottobrino (Creonte), Federico Vanni (Tiresia), Federica Granata (Giocasta), Massimo Cagnina (Messaggero di Corinto), Roberto Alinghieri (Schiavo di Laio), Orietta Notari (Serva di Giocasta)
Scene: Catherine Rankl e Jean-Marc Stehlé
Costumi: Catherine Rankl, Musiche: Andrea Nicolini, Luci: Sandro Sussi
Teatro della Corte, Genova dal 9 novembre al 2 dicembre 2012

www.Sipario.it, 10 novembre 2012

La scena, costruita su più livelli, rimanda ad un immaginario mondo primitivo: un mastodontico albero, bruciato dall'arsura, abbraccia con le radici tentacolari l'antro di una grotta. Il telo che racchiude il fondo e i lati della scena ha il colore del deserto, su cui spiccano i tratti neri di ideogrammi che riportano ad una società pre-letteraria, tribale, magica.

L'indefinitezza della scenografia mette in luce il carattere arcaico e universale della tragedia di Edipo. La stessa traduzione di Edoardo Sanguineti rende la lingua di Sofocle materia grezza nella voce degli attori, con l'epurazione del congiuntivo e la ripetizione dei pronomi personali. La traduzione letterale del titolo mantiene il termine "tiranno" che rappresenta lo spauracchio del destino di Edipo: "diventa tiranno chi non rispetta gli oracoli divini e si pone contro la propria sorte".

La scelta di affidare il ruolo del coro ad un unico attore, nonostante esso rappresenti con una sola voce l'intera collettività, mortifica la potenza e la solennità che sono proprie di questo personaggio. L'interpretazione atonale e lamentevole di Eros Pagni non si sposa con il carattere risoluto del popolo di Tebe, che commenta le vicende alternando empatia e ammonimento.

Nicola Pannelli dona al personaggio di Edipo l'umanità dell'antieroe: l'andatura sbilenca e scimmiesca dovuta alle ferite ai piedi che lo tormentano sin da bambino, la voce scura che esplode in risate profonde, fanno di lui un uomo del popolo, un membro del clan, non il sovrano di una polis. Il colore, le sbavature, le esitazioni che allungano i suoni danno corpo e identità al personaggio ma, a lungo andare, rendono difficoltoso l'ascolto.

Bravo tutto il cast che riesce a dare carne e sangue, chiarezza e intensità, ad una lingua che al nostro orecchio suona barbara e ripetitiva. Una menzione in particolare per Orietta Notari che, nei panni della serva di Giocasta, è presenza attiva e silenziosa per buona parte dello spettacolo, fino al momento in cui le viene affidato il compito di riferire al popolo la morte di Giocasta e l'accecamento di Edipo, in un'interpretazione di rara bravura.

Un'altra scena che riesce a raggiungere il pathos tragico, dopo tante parole spese alla ricerca della verità, è il dialogo teso e fisico tra Edipo e lo schiavo di Laio, un Roberto Alinghieri che indovina la nota remissiva e fragile del vecchio servo, colpevole di aver avuto compassione del piccolo Edipo, risparmiandogli la vita.

Marianna Norese

Ultima modifica il Giovedì, 19 Settembre 2013 08:39

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