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FRANCESCO E IL RE - regia Geppy Gleijeses

Francesco e il Re Francesco e il Re Regia Geppy Gleijeses

di Vincenzo Ziccarelli
regia: Geppy Gleijeses
scene e video proiezioni: Paolo Calafiore
musiche: Matteo d'Amico
costumi: Gabriella Campagna
con Ugo Pagliai, Paola Gassman e la partecipazione di Philippe Leroy
Napoli, Teatro Politeama, settembre 2007

Il Messaggero, 15 maggio 2010
www.Sipario.it, 15 ottobre 2010
Il Giornale, 2 ottobre 2007
Il Mattino, 27 settembre 2007
"Francesco e il Re", un santo rebus

Vincenzo Ziccarelli ha annotato con precisione, cronologicamente, le vicende che condussero il frate calabrese Francesco di Paola fino ai gradini del trono di Francia. Francesco e il re, in scena al Quirino con la regia di Geppy Gleijeses, è lo spettacolo nato da questo lavoro diligente. Racconta la storia dell'umile religioso settantenne (Ugo Pagliai) che lascia la propria terra, il proprio convento e i poveri che contano su di lui per obbedire a una richesta del Papa. Siamo all'alba del XVI secolo. Luigi XI (Philippe Leroy) è gravemente malato e conta di guarire incontrando Francesco, in odore di santità e capace di miracoli. Ma i due uomini viaggiano su strade opposte: il frate pensa alla salute e all'eternità dell'anima; il sovrano non vuole abbandonare l'esistenza terrena, che gli ha dato grandi soddisfazioni. Gli argomenti sono nobili. Degli attori (nel cast c'è anche Paola Gassman) è inutile dire, data la loro fama e la loro popolarità. Resta da capire perché il regista abbia inchiodato le stazioni del dramma a una scena unica, dietro la quale si succedono le proiezioni di ambienti diversi. E perché si sia rassegnato a far scorrere le scene, una dopo l'altra, come per un saggio d'accademia. Gleijeses, che il teatro lo conosce bene, con tutti i suoi umori, avrà avuto dei buoni motivi. Forse intendeva sottolineare soprattutto il testo, pur senza chiedersi di che tipo di testo si trattasse.

R. S.

Lungo viaggio per salvare un'anima

La partenza è la storia, quella vera, dell'incontro fra l'eremita calabrese Francesco di Paola e Luigi XI di Francia e lo scontro tra Religione e Potere. Vincenzo Ziccarelli la riscrive però nel suo stile asciutto, diventando un ottimo banco di prova per i suoi tre protagonisti in scena con  Francesco e il Re, spettacolo che conclude la stagione del Teatro Quirino di Roma e che aveva debuttato qualche estate fa alla Festa del Teatro di San Miniato.

Un destino ingrato, del resto, quello di quest'opera sulle scene italiane. Comparve velocemente a fine settembre del 2007 tra la Calabria e Napoli. "Il Giornale" di Milano, dopo aver lamentato che il teatro religioso non ha fortuna in Italia, si compiaceva con "la lodevole iniziativa del Teatro di Calabria di esumare a inizio stagione un testo di significativa rilevanza come Francesco e il Re, che a suo tempo destò l'ammirazione di Diego Fabbri. Vincenzo Ziccarelli, scontroso figlio del suo popolo e innamorato della sua terra, orgogliosamente lontano dagli allori ufficiali, affronta nella sua opera lo spinoso tema della fede e del potere". Dopodiché il testo scompare per quasi tre anni, per riapparire tre anni dopo al Quirino, a metà maggio di quest'anno. E finisce lì.

E ci limitiamo a questo solo commento, evitando anche titoli e apprezzamenti entusiastici della stampa calabrese che aspettava, trentatrè anni dopo la prima messa in scena, protagonisti Nando Gazzolo e Salvatore Puntillo, su iniziativa dell'allora grande drammaturgo e presidente dell'ETI Diego Fabbri.

Mosso dalla fede, Francesco percorre a piedi oltre mille miglia per incontrare il potente Re in fin di vita. Attraverso il pentimento potrà salvare la sua anima e liberarla dalle violenze commesse durante l'esistenza terrena. Poli opposti che si attraggono, Philippe Leroy e Ugo Pagliai, severi e malinconici, danno anima e corpo rispettivamente al Santo e al Re, orogliosamente ritratti dalla ispirata penna di Ziccarelli. Accanto a loro una vibrante Paola Gassman in due cammei.

Le musiche di Matteo D'Amico sono funzionali ai diversi cambi di scena così come i costumi di Gabriella Campagna rievocano le suggestioni dell'epoca con la complicità delle luci disegnate da Luigi Ascione. La scena fissa di Paolo Colafiore, una sorta di terreno lunare, è sovraffollata di proiezioni che, distraendo dalla dettagliata struttura drammaturgica di Ziccarelli, sembrano essere scappate di mano al regista. Infinita serie di immagini fisse e in movimento che riportano i luoghi, ma anche i presagi dei protagonisti.

Completano il cast artistico gli affiatati Antonio Ferrante, Ferruccio Ferrante, Luciano D'Amico, Giuseppe Cucco, Augusta Barili, Francesco Cordella, Giuseppina Mellace, Francesco Pupa, Rodolfo Media e Enzo de' Liguoro.

A questo punto vogliamo pensare che ci sia la possibilità di una ripresa, con la prossima stagione, perché l'auspicio formulato da "Il Giornale" tre anni orsono abbia adempimento, superando le ragioni ostative che l'allora critico del quotidiano milanese Enrico Groppali attribuiva "in parte, alla miopia delle istituzioni e alla mancanza di un piano organico di programmazione teso a restituire alle voci più importanti del dibattito cattolico del Novecento il posto che gli spetta nella storia della cultura".

C.M.

Grandi Pagliai e Leroy nello scontro tra potere e santità In Italia il teatro religioso non ha mai avuto molta fortuna. Per molteplici ragioni riassumibili, in parte, nella miopia delle istituzioni e nella mancanza di un piano organico di programmazione teso a restituire alle voci più importanti del dibattito cattolico del Novecento il posto che gli spetta nella storia della cultura e della fede. Tanto che oggi, al di là di qualche sporadico revival, la sola Festa del Teatro di San Miniato dedica ogni estate uno spettacolo all'eterno contenzioso sulla dannazione e la grazia.

Accogliamo quindi con piacere la lodevole iniziativa del Teatro di Calabria di esumare a inizio stagione un testo di significativa rilevanza come Francesco e il re di Vincenzo Ziccarelli che, a suo tempo, destò l'ammirazione di Diego Fabbri. Questo autore scontroso, figlio del suo popolo e innamorato della sua terra, orgogliosamente lontano dagli allori ufficiali, affronta nella sua opera lo spinoso tema della strana fascinazione che su Luigi XI di Francia, vecchissimo autocrate che non si rassegna a morire, esercita la figura di Francesco di Paola, dipintogli come un santo eremita capace di restituirgli la salute perduta. In una serie di quadri simili a tableaux vivants si succedono le tessere del gran mosaico della storia pubblica e della storia privata del fraticello che ha scelto di vivere umile tra gli umili. Fino a quell' incontro lungamente atteso che non si concluderà, come si attendeva il sovrano, in un empito destinato a garantirgli un rinnovato dominio su sudditi e subalterni ma in un addio definitivo al mondo, doloroso quanto inconciliabile col mistico afflato del santo. Nei confronti di un copione che si rifà con misura ai «miracle play» di ascendenza anglosassone, Geppy Gleijeses con la sua ben nota intelligenza e discrezione ha composto un affresco di nobile e alto nitore in uno spettacolo di grande semplicità evocativa. Cui ha dato un contributo essenziale la prova 2) ispirata e commovente di Ugo Pagliai a fianco di Paola Gassman ambigua maschera di demoniaca seduzione all'ombra del re di Francia di Philippe Leroy.

Enrico Groppali

«Francesco e il re» un duello d'anime tra santità e potere Il trono del re di Francia sembra un'escrescenza della terra, scavata o nella roccia o nel legno di un tronco d'albero secolare. Ma capiterà che su quel trono (lasciato sempre al centro della scena, quale che sia l'ambiente dell'azione) si sieda, durante il suo viaggio, anche Francesco di Paola, il fondatore dell'Ordine dei Minimi spedito da Papa Sisto IV a compiere il miracolo di prolungare la vita al moribondo Luigi XI. È il segno decisivo dell'allestimento di «Francesco e il re» di Vincenzo Ziccarelli, che, a causa del maltempo, il Teatro di Calabria ha presentato al Politeama invece che, come previsto, in piazza del Plebiscito. Ed è decisivo perché dice, insieme, dell'intelligente regia di Geppy Gleijeses e del fatto che (ormai accade sempre più raramente) quella regia ottiene persino il risultato di migliorare il testo: un testo che - vertendo per l'appunto sull'incontro, avvenuto nel 1483, fra il santo frate calabrese e il cristianissimo ma dispotico sovrano francese - risulta in sé piuttosto pretenzioso e, nello stesso tempo, scontato e scolastico. Dunque, il segno di cui parliamo: l'escrescenza è qualcosa che sta fra il basso e l'alto, la roccia o il legno stanno per la forza e l'innocenza della natura, il fatto che sul trono possano sedersi sia il re che Francesco sta per la preminenza dell'Uomo sulle istituzioni e sui ruoli che agli uomini vengono attribuiti dall'organizzazione sociale e dalla gerarchia del potere. E forse che tutto questo non sottolinea al punto giusto (e, ripeto, esalta) l'assunto di Ziccarelli compendiato nello scambio di battute in cui, a Luigi XI che gli ha chiesto: «E io che cosa farò?», Francesco risponde: «Il re fino all'ultimo e l'uomo per la prima volta»? Infatti, il frate si rifiuta di allungare la vita al sovrano e, invece, lo invita a prepararsi alla morte imminente pentendosi del male compiuto e ponendo riparo ai patimenti e alle violenze inflitti al suo popolo. E allora si capisce che qui - ben al di là dell'episodio storico - divampa, in effetti, un duello fra due anime, emblemi l'una dell'Immanente (la vita che esaurisce tutte le sue ragioni nel qui e ora) e l'altra del Trascendente (la vita che riunisce tutte le sue ragioni nella tensione verso l'infinito e l'eternità di Dio). Al riguardo, vorrei citare soltanto un'altra delle belle e fondate invenzioni di Gleijeses: sul fondale vengono proiettate, a tratti, le visioni allegoriche di Bosch, ma non compare, mai, neppure una delle immagini più o meno agiografiche fornite nel corso dei secoli dai vari pittori che hanno ritratto san Francesco di Paola, da quelli pressoché sconosciuti (come Marco d'Oggiono, suo contemporaneo, e Paris Nogari) a quelli celebri (come van Dyck, Luca Giordano, Guido Reni, Mattia Preti, Tiepolo e Murillo). E il resto, naturalmente, è affidato all'eccellente trio d'interpreti protagonisti in campo. Accanto a Philippe Leroy, che presta a Luigi XI carisma ed esperienza impareggiabili, agiscono un Ugo Pagliai (Francesco) capace di accoppiare una finissima analisi psicologica con il calore della passione civile e una Paola Gassman (il Diavolo e la Morte) sorretta da stile e misura esemplari. Bravo, tra gli altri, anche Antonio Ferrante nel ruolo di Sisto IV.

Enrico Fiore

Ultima modifica il Venerdì, 30 Agosto 2013 10:14

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