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FAUST E BAUCI - regia Cesare Lievi

Faust e Bauci Faust e Bauci Regia Cesare Lievi

da Johann Wolfgang Goethe
drammaturgia: Peter Iden
regia: Cesare Lievi
con Franca Nuti e Gian Carlo Dettori
CTB Teatro Stabile di Brescia,Teatro Santa Chiara, 30 e 31 marzo 2007

Avvenire, 16 marzo 2007
Il Giornale, 3 aprile 2007
Lievi conduce il suo Faust alla redenzione

In scena a Brescia in chiaroscuro un mixage del capolavoro di Goethe operato da Peter Iden, «Faust e Bauci». Applausi al cast: Giancarlo Dettori, Franca Nuti e la brava Margherita Giacobbi.

Difficile per un teatrante dalla bella sensibilità come Cesare Lievi staccarsi dalla drammaturgia d'area tedesca. Et pour cause. È a Vienna e a Berlino, accanto al fratello Daniele, che avvennero i suoi anni di apprendistato. È da lì che parti la sua riscoperta dei grandi classici: Tieck, Kleist, Hölderlin, Hoffmannsthal e, naturalmente, Goethe (ancor vivo il ricordo di Torquato Tasso e di Clavigo). Un grande amore al quale adesso, al Santa Chiara di Brescia, ritorna con questo Faust e Bauci, singolare mixage operato da Peter Iden, di brani del Faust e in cui, a essere coinvolti, (e lo spettacolo a diventare anche un omaggio a due "mostri sacri" della nostra scena) sono Franca Nuti e Giancarlo Dettori.

Si è detto mixage perché Iden, dei dodicimilacentoundici versi dell'immensurabile capolavoro, ne setaccia poche centinaia. E fra i più preziosi. Quelli che, a suo giudizio, servono a dimostrare il percorso interiore dell'uomo che, assetato di sapere e di amore, scivola nell'abisso del male, ma alla fine recupererà il senso del bene. Sceglie Iden il grandioso episodio di Faust e Margherita. Cioè quella devastante tragedia nella quale dolore, morte, angoscia e solitudine si susseguono e si intrecciano decretando un apparente trionfo del regista degli eventi, Mefistofele (la brava Margherita Giacobbi). E accosta poi ad essa la fiaba soave di Filemone e Bauci che, marginalmente, ma tale non è (non è perché se pochi sono i versi che la raccontano essi assumono uno straordinario significato), entra in campo nella seconda parte del grandioso poema. Già raccontata da Ovidio, ma che con Goethe subisce ampia variante, è la storia di quei due anziani coniugi uniti nella purezza di un amore totale, vissuto in modo autentico e generoso, in cui il viandante Faust, nel corso del suo tormentato cammino, incappa. E la loro morte in un incendio farà scattare in lui la ribellione nei confronti del male. Lo avvia alla redenzione.

Geniale l'operazione, anche se sulla scena arrivare un po' faticosamente. Forse perché il lavoro di ingegneria teatrale è imperfetto e il drammaturgo non riesce a risolvere bene l'aggancio fra le due vicende. L'episodio della sventurata Margherita appare inoltre sproporzionato e condotto piuttosto elementarmente rispetto al secondo. È, pur tuttavia, visivamente assai bello lo spettacolo di Lievi. E felice è la trovata (l'apparato scenografico di Josef Frommwieser, le splendide luci di Gigi Saccomandi) di gestire le azioni dentro un piccolo, raccolto teatrino dal frontale neoclassico che rimanda a quei teatrini di burattini tanto cari a Goethe. Un teatrino dal quale entrano ed escono in continuazione, in un susseguirsi di brevi (e lente) sequenze, i due protagonisti, quasi volessero mischiare sogno e realtà. Forti, la Nuti e Dettori, della loro sapienza attorale. Più brava la prima, dove può trovare l'accento drammatico. Il secondo è però un Faust di limpida vocalità.

Domenico Rigotti

IL «FAUST» ANGELICO FA UN PATTO CON GRAZIA E TRAGEDIA

Chi tra i teatranti europei non ha tentato o sognato, di mettere in scena il Faust?. Le strade del palcoscenico sono ingombre dei detriti, dei nobili conati di tutti coloro che, a torto o a ragione, hanno ritenuto di essere i depositari del maestro di Weimar. Ma solo i tedeschi non sono arretrati di fronte alla vastità dell'impegno, primi fra tutti Gruber a Parigi e Stein in giro per il mondo. Mentre da noi persino Strehler gettò la spugna dopo alcuni spettacoli d'avvio che poco ebbero a spartire con la sua arte. Miglior fortuna toccò invece all'Urfaust nelle messinscene superbamente stilizzate di Castri prima e di Scaparro poi. Dato che forse la poetica del frammento è la sola via accettabile di render giustizia all'immensità di Goethe.

Cesare Lievi ha oggi colto magistralmente la sfida e, sulla scorta della sapiente drammaturgia di Peter Iden, ci presenta in una sintesi risolutiva la vicenda dell'homo sapiens che, incamminatosi lungo gli impervi sentieri della negromanzia, incontra l'Angelo Caduto. Sulla scena spoglia e geometrica del Santa Chiara il regista rizza così un teatrino da fiera, memore dei minuscoli palcoscenici dove in terra teutonica la leggenda del saggio tentato dal diavolo veniva illustrata dalle marionette. Accanto al boccascena, in rigorosa redingote scura, il Mefistofele subdolo dell'ispirata Margherita Giacobbi provoca spavalda e insolente il filosofo deluso dall'empiria e ormai vicino ai testi sapienziali. E qui veniamo alla prima emozionante scoperta della serata grazie alla presenza insieme angelica e dionisiaca di un grande Giancarlo Dettori che, in camicia bianca da eroe romantico, il capo giovanile cosparso della neve del tempo, si piega fieramente al patto famoso prima di scorgere, tra le siepi di carta verde smeraldo e le aurore di polistirolo l'ombra di Margherita. A cui Franca Nuti, prima smarrita come una bambina sopraffatta dal Caos e via via conquistata dall'accento tragico, conferisce tutta la straniata dolcezza della poesia e della grazia. Prima di incamminarsi col suo partner verso la capanna di Filemone e Bauci: straziante immagine di quella che avrebbe potuto essere un'autentica vita a due.

FAUST E BAUCI - da Goethe Traduzione e regia di Cesare Lievi, con Franca Nuti e Giancarlo Dettori. Centro Teatrale Bresciano. A Brescia, fino al 15 aprile

Enrico Groppali

Ultima modifica il Giovedì, 29 Agosto 2013 10:57

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