martedì, 21 gennaio, 2020
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FEDRA - regia Walter Pagliaro

FEDRA FEDRA Regia Walter Pagliaro

di Jean Racine
traduzione: Giuseppe Ungaretti
con: Micaela Esdra, Attilio Fabiano, Diego Florio, Roberta Caronia, Marina Zanchi, Massimo Reale, Lidia Giordano, Maria Alberta Navello
regia: Walter Pagliaro
scene e costumi: Luigi Perego
musiche a cura di Paolo Terni
Roma, Teatro Ghione, dal 3 al 15 aprile 2007

Corriere della Sera, 15 aprile 2007
Nel capolavoro di Racine diretto da Pagliaro una memorabile Micaela Esdra

Fedra, la sposa uccisa dal dogma

Walter Pagliaro torna sulla Fedra di Jean Racine, che mise in scena con gli allievi della «Silvio D' Amico». Vi è in Pagliaro, a prescindere da questo ritorno, una certa ostinazione, o così mi sembra d' intuire. La sua vicenda è atipica. Già regista del Piccolo, il più promettente tra gli strehleriani abbandonò Milano e si trasferì a Roma. Ma non cambiò città perché chiamatovi a dirigere un teatro o per una qualche altra prebenda. Al contrario, fu una scelta di autonomia. Pagliaro voleva essere Pagliaro e niente altro. Per qualche tempo la sua attività rallentò, la sua figura pubblica s' inabissò. Con Micaela Esdra aveva formato un sodalizio all' antica, un regista e un' attrice e, se non sbaglio (non ne ho nozione diretta), cominciò a lavorare in periferia, in un piccolo teatro. In una città come Roma che sempre meglio si configura, per quanto riguarda il teatro, come monopolio del Comune, solo per ostinazione si può sopravvivere e vincere la propria battaglia. Di questo io parlo, di un regista che sta vincendo la battaglia di avvicinamento al centro, non solo della città ma della propria ispirazione, del proprio travaglio, del proprio lavoro. Lo si tocca con mano confrontando la prima e la seconda edizione di Fedra. La scenografia (di Luigi Perego) è la stessa, o simile. Vi è una pedana che scende fino alla platea, in leggera pendenza. In cima, uno specchio riflette i due simboli di maggior spicco del testo, il Sole e la Luna, ebbrezza e malinconia. Ai lati vi sono gli accenni di un rosso sipario. Il suo sfarzo rimanda al luogo in cui siamo, un teatro; ma rimanda anche al luogo di finzione. A questa altezza, nella mia percezione, o nella mia memoria, il nuovo testo si differenzia dal precedente. Nella Fedra del 2007 il luogo della finzione è una reggia e insieme una chiesa. Vi sono due inginocchiatoi, uno a destra e uno a sinistra; e svettano, come fossero stendardi, quattro croci d' oro. Non basta. Quasi tutti i personaggi indossano un costume che rinvia agli abiti talari, sacerdotali o vescovili o cardinalizi, cioè neri, viola e porpora. Questi costumi non sono chiaramente definiti, voglio dire che i personaggi non pensiamo mai appartengano ad uno specifico clero. A un certo punto, Fedra ha un doppio abito, la veste talare è slacciata e sotto c' è un' altra veste, una veste di questo mondo, allusiva dei trionfi della carne. Già, proprio così, i trionfi della carne. Chi vincerà, la carne o la rinuncia al desiderio, al desiderio colpevole? Nel corso dei secoli, Fedra ha avuto letture innumerevoli. Gli interpreti hanno disputato su chi realmente fosse Fedra. I nemici di Racine pensavano che avesse un carattere forsennato, in lei troppo amore, troppo furore, troppa sfrontatezza. Voltaire rovesciò il luogo comune e vide in Fedra «un giusto a cui è mancata la grazia»: con il che siamo nel cuore del problema. Fedra è davvero, come credeva Chateaubriand, una «sposa cristiana». Il suo proibito amore per il figlio del marito Teseo, per Ippolito, non verrà consumato. Resta nel regno delle intenzioni anche quando vi è il falso annuncio della morte di Teseo; e se così accade è non solo per la virtù di Fedra ma, nello spettacolo di Pagliaro, per lo schiacciante peso del dogmatico, tenebroso mondo che la circonda. Non vi è in Pagliaro un' intenzione polemica nei confronti della Chiesa cattolica. Vi è una descrizione del mondo di Racine (conflitto tra gesuiti e giansenisti) in cui Fedra rifulge nell' interpretazione di Micaela Esdra, memorabile nella scena della confessione del colpevole amore, che qui diventa, alla lettera (alla visione), un parto o, forse, molto più straziante, un aborto. Accanto a lei ricordo Attilio Fabiano, Diego Florio, Roberta Caronia, Marina Zanchi. FEDRA di Racine/Pagliaro Teatro Ghione di Roma.

Franco Cordelli

Ultima modifica il Giovedì, 29 Agosto 2013 10:55

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