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FIABE DEL BOSCO VIENNESE - regia Walter Le Moli

Fiabe del bosco viennese Fiabe del bosco viennese Regia Walter Le Moli. Foto Michele Lamanna

di Ödön von Horváth 

con Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Marco De Marco, Raffaele Esposito, Sergio Filippa, Francesco Gerardi, Luca Nucera, Tania Rocchetta, Federica Sandrini, Massimiliano Sbarsi, Paolo Serra, Nanni Tormen 

e con Sabina Borelli, Camilla Nervi*, Anna Laura Penna*, Chantal Viola
scene 
Laboratorio Progettazione Scenica Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro, Università IUAV di Venezia

Luca Giombi*, Giovanna Pozzato*, Martino Zabeo*

tutor Margherita Palli, Alberto Nonnato (assistente)

costumi Gianluca Falaschi

luci Claudio Coloretti

collaborazione alle musiche Alessandro Nidi

regia Walter Le Moli

assistenti alla regia Giacomo Giuntini, Ginevra Le Moli 
e Francesco Bianchi*, Francesco Lanfranchi*

collaborazione alla drammaturgia Julie Bernard

produzione Fondazione Teatro Due 

*Studenti dell'Università IUAV di Venezia, Dipartimento PPAC - Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro
PRIMA NAZIONALE
Parma, Teatro Due dal 9 al 14 gennaio 2014

www.Sipario.it,  1 febbraio, 2014

Il primo capitolo della trilogia di Ödön von Horváth, che inaugura il 2014 produttivo di Teatro Due, ci introduce, con un titolo che si rifà ad un noto valzer di Strauss figlio (Storie del bosco viennese), con scoperta virata allegorica, alle atmosfere grottesche e scellerate della piccola borghesia perbenista della provincia austriaca all'indomani della Grande Guerra. Tale retroterra sociale, postimperiale e depauperato di qualsivoglia valore ma ricco di rancori ed atmosfere da operetta, sarà di fatto il terreno di coltura più fertile del nascente partito nazionalsocialista, oggetto degli ulteriori due quadri del trittico, in programmazione nei prossimi mesi, ponendo al pubblico significativi interrogativi sul presente e sulle recrudescenze xenofobe e populiste dei nostri giorni. Su una lattea e maestosa scena minimalista di garza illuminata da luci diafane, realizzata dal laboratorio di progettazione scenica dello IUAV di Venezia, si svolge un insignificante dramma (piccolo) borghese: Marianne, figlia di un piccolo artigiano che produce giocattoli, è promessa sposa – ovviamente senza amore - allo stolido ma economicamente solido macellaio Oskar. Le nozze sono vicine ma nel giorno del fidanzamento la ragazza s'innamora d'uno squallido avventuriero, mantenuto da una vedova dalle parvenze dandy, Alfred, e manda tutto all'aria, rimane incinta, viene rinnegata dal padre - conservatore e clericale - e abbandonata dall'amante fedifrago, che torna dall'attempata compagna, e dopo aver consegnato la creatura alle cure sadiche della suocera e della madre aristocratica decaduta di quest'ultima, si guadagna da vivere prestando servizio in un cabaret-bordello. Insomma, una traviata in tono molto minore ed un infrangersi irreparabile dell'ideale romantico. Nel finale, alla riappacificazione col padre e alla riconciliazione col macellaio, sembra succedere la redenzione, ma no: in una società dominata dal pregiudizio e dalla maldicenza non c'è spazio per la salvezza, e anche chi, come la vedova-tabaccaia sembra rappresentare un baluardo di buon senso, finisce per piegarsi alle convenzioni ed alle regole del gioco al massacro sociale e storico del tempo. Ascesa e caduta d'un'ingenua e ostinata ragazzina, a metà via tra l'aristocratica signorina Else di Schnitzler e la più popolare Lulù di Wedekind, vittima sacrificale delle remore morali e dell'astio che attanaglia un'intera comunità, imbrigliata dal vicolo della rispettabilità e del buon costume. Mariane è metonimia di un intero sistema sul ciglio del collasso. Le Moli ripropone una fedele versione del testo dell'autore – quasi dimenticato e rimosso dalla storia letteraria dopo un exploit effimero negli anni '70, seppur così vicino, pur nella diversità di toni e stile, al contemporaneo Brecht, rispetto al quale la vena popolare è più accentuata, non senza raffinatezza – che si protrae per quasi tre ore. L'intreccio scorre didascalico, scolastico senza che la carica grottesca ed aggressiva del testo venga mai liberata appieno. Se il primo atto è ben concertato, nei tempi e ottimamente interpretato dagli attori, tra cui spicca una libertina Laura Cleri davvero ineccepibile, e ben introduce all'annidarsi nelle coscienze delle paure, delle angosce, delle esaltazioni assurde che deflagrarono nell'ideologia nazista, non riesce però a sostenere la minore articolazione dei successivi due quadri, in cui l'azione, seppur sviluppandosi coerentemente, lo fa con troppa lentezza e poco vigore. In parte ciò avviene perché la scena non può evitare di confrontarsi con l'incupirsi dei toni, che scivolano verso la tragedia della grettezza, ed in parte perché sembra che tra gli interpreti venga a mancare la coralità d'intenti che tanto aveva giovato al primo atto. La parte finale dello spettacolo, che pone scenicamente gli spettatori dietro al palco del cabaret su cui si denudano le ballerine, creando un rispecchiamento del pubblico reale in quello finzionale del dramma di von Horváth - insomma: non siamo poi tanto cambiati, nonostante le posizioni progressiste che ci vantiamo di aver conquistato -, richiama non poco L'opera da tre soldi di Wilson e rende poco fruibile l'azione e soprattutto l'agnizione. I costumi meritano una menzione a parte: davvero notevoli, coloratissimi ed eccentrici, compendiano degnamente il trucco espressionista ma variopinto e grottescamente deformante dei personaggi, in violentissimo contrasto con lo squallido conformismo che ne erode le esistenze, scandite da inconsapevoli e svagati giri di valzer sul bel Danubio blu, una distrazione felice per dimenticare, almeno momentaneamente, di stare danzando sull'orlo del precipizio.

Giulia Morelli

Ultima modifica il Sabato, 01 Febbraio 2014 21:36

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