sabato, 28 marzo, 2020
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GIARDINO DEI CILIEGI (IL) - regia Alessandro Serra

"Il giardino dei ciliegi", regia Alessandro Serra. Foto Alessandro Serra "Il giardino dei ciliegi", regia Alessandro Serra. Foto Alessandro Serra

Di: Anton Čechov

Regia: Alessandro Serra

Con: Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel,
Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti,
Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini

Drammaturgia, scene, suoni, luci, costumi: Alessandro Serra

Consulenza linguistica: Valeria Bonazza e Donata Feroldi

Realizzazione scene: Laboratorio Scenotecnico Pesaro

Direzione tecnica e tecnico della scena: Giuliana Rienzi

Tecnico della luce: Stefano Bardelli

Tecnico del suono: Giorgia Mascia

Collaborazione ai costumi: Bàste

Attrezzista: Serena Trevisi Marceddu

Organizzazione, distribuzione: Danilo Soddu

Produzione: Sardegna Teatro, Accademia Perduta Romagna Teatri,
Teatro Stabile del Veneto, TPE - Teatro Piemonte Europa, Printemps des Comediéns

Coproduzione: Compagnia Teatropersona, Triennale Milano Teatro
Milano, Teatro Triennale il 18 dicembre 2019

www.Sipario.it, 21 dicembre 2019

È dentro di noi un giardino

Sognato e sognante. Incredibilmente atteso, dopo il debutto estivo alla Biennale di Venezia, arriva a Milano “Il giardino dei ciliegi” in cui l’ultima commedia cechoviana incontra l’estro artistico di Alessandro Serra. L’occasione di arginare, per un momento, il solenne iceberg del Macbeth che, dopo più di due anni e duecento repliche, ancora continua a collezionare sold out, costituendosi archetipo postumo. Ma Serra non è Macbeth. O meglio: non solo. “Macbettu è da dove vengo, Cechov è dove sono diretto”1. Ma dove si è diretti con l’autore russo? La meta è sconosciuta, introspettivo il viaggio. Comunque, non a senso unico. Scivola tra presente e passato, si incastra in un tempo e lì si paralizza lasciando un contorno lapidario. Un punteruolo onirico che la memoria distorce e non permette di vivere una seconda volta. Sono forse i personaggi stessi a non esistere: non sopravvivono nei ricordi altrui che, a loro volta, hanno bisogno di incastonarsi a vicenda per non sublimare.  Lo straordinario afflato di Serra li fa gravare solo per sopraelevarli in una dimensione ultraterrena: dei Sigismondi inconsapevoli, de “La vita è sogno” di Calderón de la Barca. L’uomo che vive solo sogna di essere quello che è fino a quando si desta. I personaggi del giardino vivono senza essersi ancora svegliati. Per questo le immagini non riescono a cristallizzarsi in azioni ma in un fuoco fatuo di pura forma.
Si respira morte e vita nel cocktail fanciullesco della messa in scena di cui ogni personaggio sembra conservare avidamente un distillato. “[…] è quello dunque che ha paura del buio perché al buio vede o crede di vedere (Ljuba); quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai (Anja); quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole (Charlotta), alle stelle (Petja); che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi […]”2. La metafora del fanciullino è la stessa che regala una doppia natura al testo cechoviano, perfettamente rispettata da Serra, che fa sorridere a catastrofe consumata: Firs che trasporta il peso di una speranza troppo lunga quindi vana e trasformata in condanna.
Intrappolati in un presente che non vuole sgranarsi: attori mascherati in ruoli che non vogliono esplodere. Perché l’hanno già fatto: in un passato raccontato o in un futuro ricorrente. Valore conoscitivo, moralità e linguaggio: confluiscono tutti nella commedia arrugginita di Serra. Feste, luci, canti e balli sembrano risuonare da una dimensione parallela, intubati nel fanciullino di ciascuno che ancora sgomita per farsi spazio. Le risate crescono comunque spontanee in un terreno decadente dove la realtà esiste solo nell’intuizione dissolvendosi, invece, appena viene indagata. È quindi necessario un linguaggio lato, poetico che più l’impianto scenico che la recitazione riesce a creare. Arricchito solo da pochi elementi, lo spazio è una fotografia in continua oscillazione. Sono le luci ad evidenziarne i profili nascosti, le potenzialità incuneate, le onde di ricchezza. Ormai sfitto, il giardino è sempre popolato da fattezze fugaci in un matrimonio di morte festoso e colorato. Una medaglia in continua rotazione.
Dal lavoro di Serra emerge l’ineguagliabile lavoro di Serra oscurando, però, le dinamiche attive tra i ruoli, impigliati in un’estetica già di per sé meravigliosamente evocativa.
1 Corriere della Sera, 1/12/2019, di Laura Zangarini;
2 Feltrinelli, Nuovi Materiali. Saggi brevi a cura di Franco Rella, Giorgio Agamben, Prima edizione, 1982. “Il fanciullino”, Giovanni Pascoli.

Giovanni Moreddu

Ultima modifica il Sabato, 21 Dicembre 2019 23:30

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