mercoledì, 13 novembre, 2019
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GIGANTI DELLA MONTAGNA (I) - regia Federico Tiezzi

I Giganti della montagna I Giganti della montagna Regia Federico Tiezzi

da Luigi Pirandello
di Federico Tiezzi
con Sandro Lombardi, Iaia Forte, Marion d'Amburgo, Massimo Verdastro, Silvio Castiglioni, Debora Zuin, Alessandro Schiavo, Ciro Masella, Chiara Galante, Andrea Carabelli, Aleksandar Karlic
drammaturgia: Sandro Lombardi
scene: Pierpaolo Bisleri, costumi: Giovanna Buzzi
Roma, Teatro Argentina, dal 3 al 25 novembre (prima nazionale)
Napoli, Teatro Mercadante, dal 11 al 22 marzo 2009

Il Mattino, 14 marzo 2009
Avanti, 13 novembre 2007
Il Manifesto, 18 novembre 2007
Il Messaggero, 10 novembre 2007
La Stampa, 7 novembre 2007
Avanti, 6 novembre 2007

Napoli, Teatro Mercadante, dal 11 al 22 marzo 2009

I «Giganti» tra i cartoon e il varietà

Come ho già scritto in varie occasioni, ci sono due modi d'intendere e mettere in scena «I giganti della montagna»: leggendo in quel copione monco il testamento di Pirandello, e quindi un semplice atto di fede e d'amore nei confronti del teatro; oppure individuandovi, sul piano ideologico, la contraddizione fra l'utopia di una sognata civiltà contadina e l'avvento inesorabile della società tecnologica. Federico Tiezzi - regista dell'allestimento de «I giganti della montagna» che la Compagnia Sandro Lombardi presenta al Mercadante - adotta la prima scelta. Ma si tratta di quella più superficiale, perché il vero tema del testo in questione è l'impossibilità del teatro in quanto pretesa illusoria di fondare (per mezzo della Forma) l'ordine in un mondo irrimediabilmente lacerato. Quell'opera incompiuta, infatti, concluse - dopo «La nuova colonia», «Lazzaro» e «La favola del figlio cambiato» - il ciclo che Pirandello volle definire dei «Miti» e in cui al conflitto sociale s'era sostituita la fuga nell'inconscio: e non a caso i teatranti che arrivano da Cotrone intendono rappresentare per l'appunto «La favola del figlio cambiato», che dei «Miti» precedenti costituisce una sintesi dichiarata. Pirandello, insomma, tentava - vedi la battuta di Ilse riferita a quel testo: «Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli uomini!» - di trasformare in messaggio universale il proprio, privato, rifugiarsi nel limbo consolante della Terra Madre. In altri termini, qui il conflitto non si determina fra i Buoni (la compagnia della Contessa) e i Cattivi (i «giganti»), ma, invece, è d'ordine interno, poiché Pirandello scontò il dissidio - che fu, del resto, di tutta la letteratura e di tutto il teatro della sua epoca - fra l'evasione e l'impegno, fra l'ipotesi puramente estetica e la presa di coscienza d'essere ormai in ritardo sui tempi. E quel dissidio non seppe comporlo, così come non aveva saputo condurre sino in fondo il processo intentato alla borghesia. Inoppugnabile, dunque, si rivela in proposito l'osservazione di Debenedetti: «Di questo dramma, ch'era stato intrapreso per chiudere il ciclo dei lavori teatrali, è quasi inevitabile pensare che non fu terminato perché non poteva esserlo». Ebbene, Tiezzi da un lato leva, per l'appunto, un inno al Teatro (il classico teatrino all'italiana piazzato al centro del palcoscenico, Cotrone che chiude il sipario...) e dall'altro moltiplica i linguaggi (il cinema, il circo, il varietà, i cartoon, il finale scritto da Franco Scaldati in chiave di cunto siciliano...). E certo, non tutto si tiene. Per esempio, accanto agli eccellenti Sandro Lombardi (Cotrone) e Massimo Verdastro (Cromo), Iaia Forte (Ilse) rimane piuttosto in ombra. Ma il problema decisivo è che moltiplicare i linguaggi significa moltiplicare proprio quella Forma («ogni forma è una morte») che fu l'incubo di Pirandello.

Enrico Fiore

Tra sogno e poesia

Su "I giganti della montagna" s'è aperto stavolta il sipario del Teatro Argentina di Roma. A proporre l'opera pirandellina è stata stavolta la Compagnia Lombardi - Tiezzi, che trova quale protagonista nel ruolo di mago Cotrone l'attore Sandro Lombardi. Nei principali ruoli recitano pure Iaia Forte, Marion d'Amburgo, Massimo Verdastro, Silvio Castiglioni Debora Zuin, Alessandro Schiavo, Ciro Masella, Clara Galante, Andrea Carabelli Aleksandar Karlic, Le scene sono di Pierpaolo Bisleri mentre i costumi recano la firma di Giovanna Buzzi. Nel rivedere questo testo, ancora una volta viene intanto da chiedersi che fine abbia mai fatto quel personaggio che di volta in volta ha preso il nome di Leone Gala, il Padre, Laudisi, Enrico IV, Ciampa, Martino Lori. Adesso si fa chiamare Cotrone e vive in una villa, detta "La Scalogna", solitaria in una valle deserta, con i suoi amici, gente strana che guarda la realtà con occhi trasognati. Sono venuti nella valle per vedersi vivere quali credono di essere. Campano di sogno e di poesia. Un giorno giungono alla villa un'attrice, Ilse Paulsen, detta "La Contessa", il marito di lei e pochi compagni. Sono i superstiti di una compagnia teatrale, diseredata dopo aver tentato invano di rappresentare "La favola del figlio cambiato". L'opera è stata scritta da un giovane poeta innamorato di Ilse che poi si è ucciso perché respinto dall'attrice. Cotrone invita gli attori a fermarsi nella villa, nel regno della poesia, dove i sogni dell'arte si realizzano. Ilse vuole proseguire la sua missione per portare tra la gente quella tragedia che è diventata per lei tormento e vita. Termina qui la stesura della commedia concepita incompiuta: l'ultima parte non è stata scritta e ne resta una sommaria descrizione dovuta al figlio, che la raccolse dal padre morente. Sembra che i "Giganti" rifiutassero l'offerta di Ilse della rappresentazione della "Favola" e, tutti presi ed intrappolati dalla loro razionalità e incapaci di comprenderla, la facessero recitare davanti ai loro servi, gli operai delle grandi costruzioni, che non la capiranno neanche e Ilse morirà o di dolore o uccisa dai servi stessi: l'arte e la poesia subiscono, sconfitte, la rigida logica della tecnica e dell'utilità concreta e immediata, logica che lacera ogni nobile ideale umano come la poesia, la fede e l'amore. Un Pirandello, questo di Tiezzi, giocato secondo i colori e le visioni del Fellini di "Otto e Mezzo" e soprattutto di "Giulietta degli spiriti" e con un finale dell'opera affidato al drammaturgo siciliano Franco Scaldati. "Mettere in scena questo testo oggi significa soprattutto legarlo alla contemporaneità, alla società attuale, alla nostra storia. E alla storia martoriata di una terra come la Sicilia. Significa anche non dimenticare che, pur trattandosi di un Mito, 'I Giganti della Montagna' raccontano delle concrete storie di esseri umani", dice Federico Tiezzi, che dello spettacolo cura la regia. L'opera espone una visione profetica della situazione nella quale il teatro si trova attualmente. "I Giganti" sono i protagonisti invisibili del testo: rappresentano il potere nella sua materialità, possiedono i mezzi di produzione e li utilizzano per realizzare opere immani, e al tempo stesso esercitano un controllo invisibile attraverso la manipolazione delle coscienze. Ilse, "La Contessa", è invece nemica della materialità nell'arte. La sua sapienza e il suo istinto indicano quale potrebbe essere il ruolo del teatro in un mondo dominato dalla vacuità e dall'irrazionalità: quello di riproporre il mistero e la ragione a una civiltà che ha perso ambedue. "I Giganti" e Ilse sono destinati a scontrarsi e in mezzo al conflitto si erge la figura magica di Cotrone; a lui e al suo pensiero "per immagini" si chiede forse una risposta alla crisi del teatro: il teatro è per coloro che sono disposti a contemplare i misteri del presente, le trasformazioni della realtà e della società. Tiezzi attualizza queste tre categorie: Ilse viene vista come portavoce rispettabile del teatro, il mago Crotone come portavoce del cinema ed i "Giganti" diventano la materializzazione della tv.

Renato Ribaud

Tra Pirandello e Fellini, i giganti in cerca di identità

È sempre stato un mito quasi indecifrabile I giganti della montagna, ultimo testo di Luigi Pirandello, e per di più incompleto. Perché, nonostante se ne trovino tracce negli appunti del drammaturgo fin dal 1928, alla sua morte nel 1937 mancava ancora la conclusione. È una visione «sconclusionata» e profetica di modi diversi di intendere il teatro, che confliggono tra loro, in uno scontro che finisce per una mano ancor più potente e irrefrenabile, quella dei «giganti» del titolo appunto, che scenderanno minacciosi e fatali dalla loro montagna. Si è rivelata una buona occasione per degli attori contemporanei di livello, la scelta di Federico Tiezzi di vedervi un panorama della scena culturale attorno a noi, con un occhio privilegiato alle arti visive (molto belli scene e costumi, rispettivamente firmati da Pier Paolo Bisleri e Giovanna Buzzi). Ma anche con un affondo nelle poetiche oggi possibili, così da fare di questi Giganti (coprodotti dalla compagnia Tiezzi-Lombardi col Teatro di Roma, all'Argentina fino a domenica 2 dicembre, poi a Prato) un campionario affettivo, memore e forse anche futuro, della scena di noi tutti, pur a partire da un testo così particolare.
Un testo davvero misterioso, dove Pirandello ha già maturato l'importanza della neonata regìa, la sua «invadenza» e la sua forza, e rende nel suo linguaggio il destino di un'arte che più di tutte rispecchia, rappresentandola, la società da cui nasce, con tutti i suoi conflitti, e anche le sue chances. Il racconto è infatti quello di una compagnia teatrale, gli Scalognati dal nome della villa dove hanno trovato rifugio. Con loro è Cotrone, detto il Mago per la capacità visionaria di evocare il teatro dai minimi gesti dei suoi coinquilini. Il loro tran tran artistico ed esistenziale viene turbato dall'arrivo di un'altra compagnia di teatranti guidati dalla contessa Ilse, grande attrice di antico stile, turbata lei come i suoi colleghi da una rappresentazione che per loro è stata scritta, La favola del figlio cambiato, da un drammaturgo che però è nel frattempo morto tragicamente. Quel titolo è anche un testo teatrale di Pirandello, che ne firmò anche una riscrittura per la versione musicata da Gian Francesco Malipiero. E del resto il «teatro nel teatro» è una formula di cui lo scrittore è sinonimo.
In quel gioco di rispecchiamenti del reale e di contemporanei sintomi di impossibilità di teatro, si sviluppa il racconto, che si conclude però con l'arrivo precipitoso dei Giganti dalla cima della montagna. Strehler, che nella seconda metà degli anni sessanta si dedicò a quel testo fissandone un canone classico (dopo quell'edizione con Valentina Cortese ne fece un'altra, negli anni novanta, con Andrea Jonasson come Ilse Paulsen), vi vide il pericolo mortale per la fragilità del teatro, tanto che il finale vedeva la carretta di Ilse morta e dei suoi comici, distrutta da una mannaia che cadeva dall'alto.
Tiezzi ha invece preferito aggiungere un finale apocrifo, che ha commissionato per l'occasione a Franco Scaldati, che nel suo siciliano immaginifico fa parlare da dietro le quinte due di quegli attori, in una sorta di radiocronaca amara di un destino funesto, o di una tragedia incombente. La cifra scelta fin dall'inizio, per quel mondo di Scalognati, è il circo felliniano, di cui Cotrone, con l'agilità di un meraviglioso Sandro Lombardi in abiti turcheschi, è l'imbonitore/domatore ricco anche di scenico buon senso. Attorno a lui un panorama attorale commovente dove oltre a Debora Zuin spicca il ritorno felice di Marion D'Amburgo, intenta a reinventare come Gelsomina il vecchio attorame della Sgricia. Dall'altra parte l'antica compagnia all'italiana della contessa ruota attorno ad una sanguigna e scultorea presenza di Iaia Forte tutta velata di viola come una madonna siciliana (e tra i suoi attori si spendono alla grande Silvio Castiglioni, Massimo Verdastro, Roberto Corradino, Ciro Masella). Tutti recitano, e cantano sulla traccia di musiche che da Nino Rota vanno a pescare nell'antropologia (il sud misterico e tarantato di quella magica terra del teatro) fino a un concertato quasi mozartiano, e perfino ballano in un tip tap che scopre l'omaggio anche a quegli altri teatranti sciammannati che erano Ginger e Fred.
A fianco al teatro, prendono così corpo anche il cinema (evocato pure dal treno dei fratelli Lumière) e infine la televisione, con un monitor che chiude al suo interno il teatro e ne segna la diversità di linguaggio. Mentre il filologo potrà rinvenire via via citazioni di molto altro teatro di Tiezzi e delle ultime generazioni. Così che anche per i ragazzi di oggi quel testo spigoloso e criptico, anche al di fuori delle teorie teatrali, può assumere un senso nuovo e comprensibile.

Gianfranco Capitta

I "Giganti" di Tiezzi
nel circo del Teatro

Sognanti eppure provvisti di denti aguzzi, I Giganti della Montagna in scena all'Argentina fino al 25 novembre, prodotti dal Teatro di Roma e dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi, non sembrano, data la forza che iniettano nel loro predicare, il fatidico testo incompiuto di Luigi Pirandello. Il suo ultimo, che getta un ponte, ma privo della parte finale, fra il miracolo della Poesia teatrale e il rischio di doverne fare a meno.
Anche qui, firmati da Federico Tiezzi, gli Scalognati della Villa dove il demiurgo è Cotrone, e gli Attori capitanati da Ilse, interagiscono nel territorio del prodigio, fisico e mentale, alla ricerca della Verità. Gli abiti sono clowneschi da una parte; borghesi e terribilmente calati nella concretezza dall'altra. Ilse (Iaia Forte) va invece abbigliata da sacerdotessa. E' vero: questi Giganti raccontano il disatro creativo, progettuale e "politico" del Teatro attuale, dilaniato da tensioni eccentriche, il circo, appunto, il funambolismo, il suicidio, la prevaricazione, l'annacquamento, il commercio e l'ostinazione di pochi. E i mostri potenti, i grandi oppressori senza volto dei quali si teme l'intervento, pesano sulla rappresentazione come il Potere e i suoi uomini sulla cultura di adesso. Da che parte starà il pubblico? Con il denaro e la materia dei Giganti o con gli ideali estetici e civili di Ilse? Nel cast Sandro Lombardi e Massimo Verdastro. Il finale è di Franco Scaldati.

Rita Sala

Parata di clown futuristi fra i "Giganti" di Tiezzi

I giganti della montagna parlano dei resti di una troupe di comici itineranti per finanziare la quale, e soprattutto per esaltare la missione della moglie attrice Ilse, un certo conte si è rovinato. Il malconcio carro di Tespi approda in una villa misteriosa, dove degli emarginati si sono uniti al seguito di tale mago Crotone dando vita a una comunità del tutto fuori dal mondo, che si nutre di sogni. Sedotti e frastornati da queste creature, se non addirittura trasportati in un'altra dimensione, i comici devono tuttavia riprendere la strada allo scopo di esibirsi davanti a un'altra comunità (i giganti del titolo), crassamente materiale quanto l'altra era dedita al puro spirito. Qui però la commedia si interrompe, ché Pirandello come si sa non scrisse mai il terz'atto; è lecito pensare che la conclusione prevista non lo convincesse più. Nel racconto di suo figlio Stefano, i giganti, incapaci di comprendere la poesia di Ilse (ma non è tutta colpa loro se sono ignoranti, né se i teatranti non sono riusciti a comunicare il messaggio), dovevano ucciderne barbaramente la latrice. Ai registi la scelta tra interrompere la pièce al punto in cui l'autore la lasciò, ovvero fornire un 'loro' finale. Alla prima del '37 un attore lesse il riassunto del terz'atto secondo Stefano. All'Argentina Federico Tiezzi affida un racconto più o meno analogo a dei cantastorie che porgono un testo scritto in siciliano da Franco Scaldati.

Questa soluzione convince ben più di altre adottate dallo stesso Tiezzi. Il quale all'inizio invece di sottolineare il contrasto tra i laceri, stanchi e sfiduciati istrioni e i seguaci di Crotone, che sono o almeno credono di essere realizzati e felici come un sodalizio di hippy prima maniera, vede i due gruppi come facce della stessa medaglia (quelli sono il teatro, questi il cinema, argomenta nel programma di sala), e quindi li fa vestire dalla costumista Giovanna Buzzi allo stesso modo, ossia come colorate, vivaci figurine di clown futuristi alla Depero. Allo stesso modo, poi, li fa recitare, livellandoli con strilletti e moine che tolgono riconoscibilità ai caratteri dei vari Quacqueo, Sgricia, Diamante, eccetera. Anche gli ambienti dello scenografo Pier Paolo Bisleri sono risolutamente giocosi e luminosi, con fondali di un unico colore brillante e al second'atto un teatrino nel teatro, dentro il quale è proiettato, omaggio al predetto cinema, il mitico arrivo del treno dei fratelli Lumière. Qui compaiono anche disegni animati per l'episodio migliore della serata, quando gli ospiti della villa si rendono man mano conto di stare contemporaneamente dormendo e agendo, e dànno così vita a un protratto numero di contagiosa allegria.

Ma ripeto: malgrado qualche squarcio come questo, e l'interessante finale di cui sopra, la lettura nel complesso delude. Vista come un balletto di fantocci, la storia non decolla, e gli interpreti non impongono personalità, con la sola eccezione dell'impeccabile Massimo Verdastro come un perplesso e divertito Cromo. Sotto la biacca del demiurgo Crotone, Sandro Lombardi è elegantemente malinconico e sommesso fino a defilarsi. Dal canto suo, l'attesa Iaia Fiastri conferma ahimè tutti i dubbi di chi si domandava cosa ci azzeccasse questa femmina prosperosa, vitale e concreta con la dolente, illusa e irriducibile Ilse. Due ore tutto compreso, cordiali applausi alla prima.

Masolino D'Amico

I «Giganti» traballanti di Tiezzi
Al Teatro Argentina di Roma la rilettura del capolavoro incompiuto di Pirandello. Ma non tutto funziona

Ci piace immaginare che Luigi Pirandello, scrivendo I giganti della montagna in pieno presentimento della morte, ne abbia intenzionalmente lasciato a mezzo la stesura per consegnare ai futuri interpreti quel moncone, profezia di un destino letale che incombeva sull'arte, in modo che essi, nel rappresentarlo sulla scena vi specchiassero via via l'inverarsi di quel destino. Immaginiamo, giacché molto invece dolse all'autore di non poter tirare le fila di una trama costatagli lunga fatica. Tanto da 'dettare' in fin di vita al figlio Stefano l'impalcatura della parte mancante. Non più di una larva drammaturgica destinata però a diventare il clou di ogni allestimento dei Giganti. Alla lunga sfilza di registi storici misuratisi con l'incompleto copione, ecco ora aggiungersi Federico Tiezzi con il Teatro di Roma all'Argentina. Ma la sfida per l'interprete è nella stessa impostazione ideologica del dramma: nel confronto che si instaura fra gli 'scalognati', bizzarro gruppetto di fantasisti da circo che hanno scelto di vivere secondo i loro sogni, animati dal 'mago' Cotrone, e la Compagnia della Contessa, legata invece alla carnalità del palcoscenico, 'teatranti' ridottisi ormai a un randagismo senza speranza di scritture. Arrivano questi ultimi nella dimora fatiscente di Cotrone e dei suoi, e si portano addosso una tragedia vera: il suicidio dell'autore che aveva creato per l'amata Contessa un'opera in versi, bocciata dal pubblico. Tiezzi, operati sul testo drastici adattamenti insieme a Sandro Lombardi, fa degli Scalognati creature angelicate e surreali, e fissa gli altri in sembianze concrete, ma senza che ne risulti una chiara opposizione, confusi come sono in un clima incerto fra cabaret ed enfasi nevrotica. Ambiguo nella cifra espressiva è anche il Cotrone di felliniano candore, interpretato dallo stesso Lombardi.

Toni Colotta

Ultima modifica il Venerdì, 20 Settembre 2013 06:33

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