venerdì, 29 maggio, 2020
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LETTO OVALE (IL) - regia Gino Landi

Il letto ovale Il letto ovale Regia Gino Landi

di Ray Chooney e John Chapman
regia: Gino Landi
scene: Gianluca Amodio
con Maurizio Micheli, Barbara D'Urso, Pierluigi Misasi, Lisa Angelillo, Alessandro Marrapodi e la partecipazione di Sandra Milo
Napoli, Teatro Augusteo, dal 9 al 18 novembre 2007
Milano, Teatro Manzoni, dal 8 aprile al 4 maggio 2008

Il Giornale, 22 aprile 2008
Il Giorno, 17 aprile 2008
La Stampa, 12 dicembre 2007
Il Messaggero, 8 dicembre 2007
Il Mattino, 11 novembre 2007
Con Micheli e D'Urso la risata è sicura

Non siamo in uno di quegli attici di Manhattan tanto cari a Neil Simon dove i contraenti del nodo coniugale davanti al giudice di pace si scambiano, mentre sorseggiano un Daiquiri o un Negroni, perfide insinuazioni sull'infedeltà reciproca . E non siamo nemmeno nei paraggi di Belgravia dove, a suo tempo, l'impagabile Noel Coward ambientava piccanti situazioni sul leit motiv della stanchezza di quelle coppie privilegiate sempre in moto tra Cannes e piazza San Marco. Ma, per esplicito volere di Maurizio Micheli e dei suoi coadiutori dell'adattamento di Il letto ovale, ci troviamo nella vecchia Milano tanto cara al famoso Maurizio, eroe di quel Mi voleva Strehler divenuto nel corso degli anni un monologo cult. Non crediate che mi appresti a descrivere ciò che accade nel loft all'ultima moda spalancato sui tetti della città di Sant'Ambrogio. Vi guasterei, se lo facessi, il divertimento di scoprire a .vostro rischio e pericolo ciò che accade nell'infernale sarabanda emula del celebre Helzapoppin. Mi limiterò quindi a presentarvi la tenera coppia formata da un Micheli editore in crisi di libri per ragazzi e dalla sua formosa mogliettina, la sinuosa e ironica Barbara D'Urso quando, per colpa della reciproca generosità nei confronti di un'altra coppia, stavolta male assortita in quanto in cerca di distrazioni, casa loro viene invasa da una pittoresca folla di scrocconi che trasforma il loro nido d'amore in una succursale dell'Appartamento di Billy Wilder. Dove, peggio che nell'Albergo del libero scambio, l'insuperabile modello cui si rifanno queste commedie d'intrattenimento, il gioco al massacro degli equivoci e delle impreviste agnizioni finali si complica si raddoppia si triplica e si quadrupla in omaggio a quelle scatole cinesi di cui non si riesce mai a individuare il fondo. A nulla vale infatti seguire le traiettorie del socio anziano Pierluigi Misasi che inalbera uno charme da finto clergyman o tenere il conto dei frenetici spostamenti dell'architetto di grido Alessandro Marrapodi che si disloca con l'empito incontrollato di un pupazzo animato. Come non conta assaporare l'invidiabile freschezza di Sandra Milo che, nel ruolo della scrittrice di successo esperta nell'uggiolio di nobili quadrupedi, ci diverte fino alle lacrime con una verve da comica di razza. Quel che conta è il puro abbandonarsi al piacere del riso di cui Micheli detiene la formula segreta che solo gli alchimisti sono in grado di decifrare.

Enrico Groppali

La commedia degli equivoci ruota intorno al Letto ovale: ed è comicità scacciapensieri

Due ore di equivoci piccanti, di gag a cascata, di buonumore. L'indiavolata comicità di Feydeau precisa come un orologio svizzero, il teatro «digestivo» di Neil Simon capace di amene raffinatezze. Una regia, di Gino Landi, che garantisce un colpo di scena ogni trenta secondi. Un cast intelligente e affiatato che recita à la diable questa piccante commedia degli equivoci, con un Maurizio Micheli in gran forma e una Barbara D'Urso così brava da far dimenticare un passato televisivo «tuttofare». Infine, una Sandra Milo garrula e spumeggiante nel ruolo di una scrittrice di successo (sosia di scena, secondo il gossip promozionale, di Sveva Casati Modigliani). Tutto questo, ambientata in una scena funzionale da Salone del Design di Gianluca Amodio, è la commedia «Il letto ovale» («Move over mrs Markham», nell'originale inglese) di Ray Cooney e John Chapman, pièce nata a Londra negli anni Sessanta e ora riattualizzata e ambientata nella Milano del business e dell'editoria. Dimenticavo: dopo questo gran rimescolamento di carte, provocato, come in un classico, da una lettera d'amore smarrita, e che vede volteggiare davanti a una platea divertita due editori (uno è Micheli, l'altro Pierluigi Misasi), le rispettive consorti (la D'Urso e Lisa Angelillo), la sopracitata scrittrice della Milo, un arredatore eccentrico (Alessandro Marrapodi), avvenenti ragazze di piccola virtù (Valeria Brambilla, operatrice di call center e Lusiana Pedroso, cameriera) nonché un santone indiano di ceppo meneghino (Adriano Evangelisti), c'è per soprammercato il lieto fine. Confesso umilmente l'incapacità di descrivere il guazzabuglio di equivoci e intrighi, di tradimenti veri e supposti, di mancati rendez-vous e di disinibite galanterie che fra un grande sbattere di porte, un vaevieni dell'ascensore, svolazzi di biancheria intima e gorgheggi femminili movimenta i tentativi comicamente fallimentari dei vari personaggi per usufruire della casa dell'editore Filippo e là consumarvi scappatelle e vendette amorose, ovviamente l'uno all'insaputa dell'altro. La comicità è in questo continuo gioco a nascondersi, sul filo di una eccitazione scacciapensieri, a un passo dalla volgarità ma senza mai caderci dentro. Micheli e la D'Urso sono di una comunicativa frizzante come lo champagne. Come oseremmo lamentarci di una commedia così, disimpegnata ma scacciapensieri?

Ugo Ronfani

"Il letto ovale": una farsa antica

che può far ridere

Più di quarant'anni fa devo avere visto a Londra, Move over, Mrs Markham, farsa dello specialista Ray Cooney che allora veniva considerato divertente ma superficiale e volgarotto, e insomma di serie B. Ma alla lunga i meccanismi di quel lavoro si sono rivelati inossidabili, come confermato dall'ennesima riscrittura, intitolata Il letto ovale, cui collaborano cinque firme.

Nell'italianizzazione della vicenda siamo a Milano, dove una ambiziosa signora ha costretto l'indulgente marito a dare carta bianca a un architetto mondano che ha trasformato il loro appartamento in un incubo modernoide, dal letto appunto ovale, nel quale, data la prevista uscita serale dei padroni di casa, si dànno convegno ben tre coppie illegittime, ciascuna all'insaputa dell'altra: l'architetto con la cameriera, un'amica della padrona con l'amante, un amico del padrone con un'amichetta occasionale.

Già tale premessa imporrebbe notevoli acrobazie di situazioni, ma poi Cooney supera se stesso facendo restare a casa i padroni, con lui che sospetta lei di tradirlo, e facendo arrivare persino una importante autrice che il padrone di casa, editore, deve mettere sotto contratto. Dopo un prim'atto cauto e un po' noioso, il gioco diretto dal regista Gino Landi si scioglie con incastri impeccabili, consentendo gustose prestazioni al soave Maurizio Micheli e ai comprimari, tra cui Pierluigi Misasi, Adriano Evangelisti e Sandra Milo dalla contagiosa allegria. La protagonista Barbara D'Urso è, paradossalmente, troppo bella e troppo «décontractée», una caratterista meno sfolgorante farebbe ridere di più.

Masolino d'Amico

Tutti sul "Letto ovale"

per ridere senza impegno

Il pubblico mai disdegna (anzi, quasi sempre gradisce) la commediona degli equivoci in cui succede di tutto, e non in modo lineare. I qui pro quo, gli scambi di persona, gli arruffamenti di situazione che sfociano in comiche agnizioni e immancabili happy end rilassano lo spettatore stressato dalla quotidianità (e da troppa televisione). Spettatore il quale, per reagire, va cercando a teatro qualcosa che alla tv comunque assomigli, ma sappia offrirgli "dal vivo" persone e situazioni. Dice un antico proverbio greco: sul cibo e sui colori, nessuna discussione.

Ecco allora al Sistina, pronto e ben rimboccato per le Feste, Il letto ovale di Ray Cooney e John Chapman, ovvero meccanismi effervescenti, personaggi collocabili in qualsiasi realtà metropolitana contemporanea, avventure che, se possono capitare a tutti, meglio non capitino a te. In campo, assieme a Sandra Milo, Maurizio Micheli e Barbara D'Urso, con Pierluigi Misasi, Lisa Angelillo e Alessandro Marrapodi. La regia è di Gino Landi, dotato della sapienza e del mestiere necessari a vivificare le rocce e a rendere fertili i deserti, dunque eccellente per un copione da dotare di anima e corpo "italiani", anzi, milanesi.

La trama. A Milano, appunto, sopra gli uffici della casa editrice di Enrico e Filippo, c'è l'appartamento (appena rimesso a nuovo, ad opera di un architetto stravagante) in cui vive il secondo, assieme alla consorte. Un venerdì sera, la coppia si ritrova al centro di un assurdo girotondo di buontemponi: l'arredatore, perennemente su di giri, va da una donna all'altra; una ragazza grandi forme, impiegata in un Call Center, turba due matrimoni; un maestro indiano di yoga fa cilecca nel talamo; una scrittrice eccentrica risolve i problemi finanziari della società editrice; la solita colf-signorina "alla pari" si fidanza e sfidanza con molta disinvoltura. Giovanna, moglie di Filippo, risulta suo malgrado il perno del mare di corna che si agita, in poche ore, sulla testa di tutti, vittima innocente (lei fedele) di cattive e buone intenzioni. E allora...

La "pazzia", come in tanti testi da vaudeville, è padrona della rappresentazione e non lascia respirare nessuno. I colpi di scena danno il cambio alle sfuriate, vere o finte che siano, alle rese dei conti, alla verità chiarificatrice cui si chiede, come di dovere, un epilogo felice. La materia "da ridere" funziona in mano a Micheli, che è maestro di umorismo e di teatro di battuta; le signore preferiscono brillantezza, curve e svampitaggine, sempre, è ovvio, a scopo ludico.

Fanno parte del folto cast anche Adriano Evangelisti, Lusiana Pedroso, Valeria Brambilla. Musiche di Pino Perris; scene, coloratissime, di Gianluca Amodio; costumi di Vera Cozzolino. Fino al 31 dicembre.

Nel «Letto ovale» solo adulteri non consumati

Si sente in apertura «O mia bela Madunina». Infatti - nell'adattamento italiano de «Il letto ovale», la commedia di Ray Cooney e John Chapman che la Promnibus e il Sistina presentano all'Augusteo - l'azione risulta spostata a Milano: e precisamente nell'appartamento di Filippo Branca, sovrastante gli uffici della casa editrice di libri per ragazzi della quale lui è titolare insieme con l'amico Enrico Casati. Un appartamento messo letteralmente a soqquadro dalla ridda di equivoci che scatena Linda, la moglie di Enrico, lasciando sbadatamente in giro una lettera focosa speditale dall'amante. Dunque, si confermano qui, in particolare, gl'ingredienti adoperati da Cooney, il famoso autore di «Taxi a due piazze», per creare i suoi inconfondibili e gustosi cocktail: un terzo di autentica farsa stravecchia a denominazione di origine controllata (giunge addirittura dai vigneti dell'atellana), un terzo d'«ingegneria» alla Feydeau (pensiamo pure all'«Albergo del libero scambio») e un terzo di tipico humour britannico (con qualche spruzzo di Coward e di Shaw). Il tutto miscelato nello shaker di un impianto drammaturgico che accoppia la comicità di situazione a un'efficace, per quanto disinvolta, scrittura fondata sui caratteri. Non a caso, nella circostanza troviamo applicato quello che è, per l'appunto, il principio-cardine del vaudeville secondo Feydeau: «Quando in una delle mie commedie due personaggi non devono assolutamente incontrarsi, io li faccio trovare puntualmente faccia a faccia». E molto abilmente, Gino Landi - il regista dell'allestimento di cui parliamo - innesta su tale impianto drammaturgico di base gli stilemi che appartengono alla coppia canonica del nostro varietà, quella composta dal comico e dalla spalla. Il comico, nel ruolo di Filippo Branca, è Maurizio Micheli, la spalla, in quello di sua moglie Giovanna, è Barbara D'Urso: e i due funzionano, insieme, sul filo della simpatia, della spigliatezza e della versatilità espressiva. Che dire, poniamo, quando lui, a proposito dell'operatrice del call center scambiata per un omosessuale, se n'esce con l'esclamazione: «Un trans chiamato desiderio»? Fra parentesi, Micheli adotta, nell'occasione, la cadenza pugliese che lo rese noto in televisione: e questo mi fa sospettare che l'autore dell'adattamento (chi lo firmi, in effetti, non è dato sapere, perché non ci hanno dato alcun programma di sala) sia proprio lui, in tutto o in parte. E la D'Urso che, in rapida successione, prima imita Marilyn Monroe cantando «I wanna be loved by you» in abito rosso lungo con spacco vertiginoso e poi sussurra maliosa «Abat-jour» in guêpière nera? Per giunta, è anche un bel vedere. E allora, che cosa vuoi di più dalla vita? Ma il limoncello, altro che amaro, viene offerto pure dai comprimari, tutti all'altezza del compito: da Pierluigi Misasi (Enrico Casati) all'impagabile Sandra Milo, nel ruolo di una scrittrice, Sveva Sanfelice, che - se badiamo al cognome di Enrico - traduce un ironico riferimento alla ben reale Sveva Casati Modignani. Alla «prima» risate in crescendo e applausi convinti. Ah, il letto del titolo? Come sempre in Feydeau, vi si accampano molti adulteri non consumati.

Enrico Fiore

Ultima modifica il Domenica, 22 Settembre 2013 08:25

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