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LOLITA - di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani

Olga Bercini in "Lolita" di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani Olga Bercini in "Lolita" di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani

di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani
con la collaborazione artistica di Vincenzo Todesco
con Olga Bercini e con Babilonia Teatri
luci e audio Babilonia Teatri/Luca Scotton, organizzazione Alice Castellani
grafiche/elaborazione, video Franciu, foto Marco Caselli Nirmal e Sara Castiglioni
produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
in coproduzione con Babilonia Teatri, con il sostegno di Operaestate Festival Veneto
residenza artistica Cà Luogo d'Arte, al Comunale di Casalmaggiore, 8 marzo 2014

www.Sipario.it, 12 marzo 2014

Lolita è Olga Bercini, bambina ragazzina, Lolita è un pensiero, Lolita è l'oggetto di uno sguardo che viola, Lolita è il non-spettacolo di Babilonia Teatri. Come è accaduto con Pinocchio, ciò che propongono Enrico Castellani e Valeria Raimondi è una sorta di pensiero agito, è il voler tendere – fino a spezzarla – la semantica del teatro: proporre nello spazio della finzione la verità dell'essere senza apparente mediazione. In fondo è quanto accadeva ai 'ragazzi' usciti dal coma di Pinocchio ed è quanto accade a Olga Bercini in Lolita per cui la presenza vera sulla scena di un non-attore diventa l'inatteso di una comunicazione estetica che ha la pretesa e l'urgenza di farsi etica, comportamento condiviso, visto e partecipato insieme alla platea. Qui in gioco c'è la corsa ad essere e ad essere accettati di ragazzi e ragazzine, c'è la solitudine a cui condannano i newmedia, ci sono le sollecitazioni sessuali, di consumo, di piacere con cui i bambini devono fare i conti e con essi i genitori, forse e tardivamente. Anche per questo Lolita sa di avvertimento agli adulti, sa di presa d'atto di un mondo nascosto e che pure è tutto nella stanza in cui si rifugiano gli adolescenti, davanti a uno schermo a sognare, a immaginarsi la vita, a cercare relazioni e un bandolo della matassa di un'esistenza che corre, di un corpo che cambia, di una richiesta persistente e silenziosa di essere come gli altri, di aderire ai modelli per poter stare con gli altri. La mediazione – come sempre per i Babilonia Teatri – è linguistica, si lega al codice espressivo, meglio ai codici della comunicazione sociale fatta di riferimenti pop, di un diario scritto su un foglio a quadretti e proiettato sullo schermo, di parole digitate sul video con la grafia e la semantica degli sms e dei messaggi postati in Facebook. Così il romanzo di Nabokov diviene un pretesto, Lolita un simbolo, meglio la seduzione, il crescere in fretta dei bambini adolescenti, qualunque sia il loro sesso. Valeria Raimondi chiama il contesto, definisce la cornice: un gioco, un gioco a essere scandito da brani di X Factor, dal pezzo ascoltato con l'i-pad da Olga per caricarsi, dal raccontarsi della piccola Lolita davanti al video del suo portatile, della sua voglia di incontrare un principe azzurro... Ed entra il piccolo Ettore, figlio di pochi anni di Enrico e Valeria – che bacia la sua amica Olga; dolcezza dell'infanzia e ruffianeria scenica; un altro segno di realtà che scompone la finzione e che della finzione è l'origine. In un certo qual modo l'amicizia fra Olga ed Ettore ha fatto scaturire la collaborazione di Babilonia Teatri con Cà Luogo d'Arte di Maurizio Bercini e Marina Allegri. Il gioco di cui vengono scandite le fasi è un gioco ad essere, è un gioco in cui i personaggi delle fiabe si sporcano di attualità. Lolita è un gioco dove non è chiaro il confine fra finzione e realtà, Lolita alla fin fine è la condizione ibrida, ambigua, iperconnessa eppure solipsistica in cui vivono i bambini e ragazzi di oggi. Il volo di farfalla di Lolita coincide con i gesti di arti marziali, in cui la sessualità androgina iniziale finisce pian piano col definirsi, col farsi femminilità. E basta infatti che la bambina Olga si metta del maskare, un po' di rossetto e si cambi d'abito: dagli short e scarpe da ginnastica ad un abitino di lino bianco perché da bambina si faccia ragazzina, ninfetta; a fare da sottofondo Non ho l'età di Gigliola Cinquetti. E mentre questa metamorfosi avviene sul video si legge il racconto di un suicidio, magari postato su Facebook, racconto di bulimia affettiva e di solitudine, rito tremendo dell'impiccarsi col proprio cagnolino e nel mentre Lolita Olga si macchia di sangue: simbolo della morte per impiccagione narrata, ma anche il sangue mestruale del diventare ragazzina con lo stupore e la paura per quella ferita che presuppone alla fecondità materna. Il piccolo principe Ettore arriva e consegna a Olga delle bolle di sapone, il palcoscenico si riempie di piccole bolle con al centro Olga 'insanguinata', la scritta 'game over' avverte che il gioco è finito... così pure la vita bruciata di Lolita. I Babilonia Teatri consegnano così alla platea il loro pensiero su Lolita e le Lolite che magari ci vivono accanto, magari nella cameretta a fianco, la fanno nel modo diretto e senza fronzoli che li caratterizza, offrono una condizione, una realtà, magari scomoda, e ci affidano il compito di rielaborarla, accettarla o rifiutarla, farla germogliare in noi... E non è poco per una serata passata a teatro nel giorno della Festa della donna.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Mercoledì, 12 Marzo 2014 09:35

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