venerdì, 13 dicembre, 2019
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MISURA PER MISURA - regia Gabriele Lavia

Misura per misura Misura per misura Regia Gabriele Lavia. Foto Pino Le Pera

di William Shakespeare
regia: Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Pietro Biondi, Pino Ammendola, Federica Di Martino, Lorenzo Lavia, Francesco Bonomo, Marco Cavicchioli, Gianni De Lellis, Luca Fagioli, Rita Di Lernia
traduzione: Alessandro Serpieri
scene: Carmelo Giammello, costumi: Andrea Viotti, musiche: Andrea Nicolini, coreografie: Luca Tommassini
produzione: Teatro di Roma, Compagnia Lavia
Prima nazionale
Roma, Teatro Argentina, dal 13 aprile al 6 maggio 2007

Avanti, 15 aprile 2007
Corriere della Sera, 20 maggio 2007
Il Giornale, 17 aprile 2007
Il Messaggero, 15 aprile 2007
La Stampa, 15 aprile 2007

Uno Shakespeare «noir» per Lavia padre e figlio

In scena a Roma le ambiguità di «Misura per misura»

L'ambiguità non è una virtù. Ma se il teatro di Shakespeare ne fa l'immagine delle umane contraddizioni, allora c'è di che riflettere, come davanti a uno specchio. Misura per misura si porta l'ambiguità nel suo stesso impianto: definita "commedia", ci conduce nel bel mezzo di una meditazione sulla morte, anche se la vicenda si risolve piacevolmente per tutti i personaggi. Gabriele Lavia che quest'opera ha scelto e diretto per il Teatro di Roma, sul palcoscenico dell'Argentina in prima nazionale, ritiene che l'idea della morte ossessionasse Shakespeare per la perdita del figlio. Da cui il sospetto circa l'aggiunta posticcia di quell'happy end. Ma la scelta registica di Lavia induce piuttosto a sottolineare certe assonanze con la nostra condizione di oggi. E lo fa innanzitutto nell'interpretare personalmente la figura centrale del Duca di un'immaginaria Vienna. Del quale, nella bella traduzione di Alessandro Serpieri, è la battuta-chiave sulla decisione di deporre lo scettro nelle mani del Vicario, Angelo (interpretato dal figlio di Lavia, Lorenzo), fingendo di allontanarsi: "le leggi - dice- sono diventate come un vecchio leone che non esce più a predare". Lo Stato dunque è malato di debolezza mentre la società affonda nel disordine e nel vizio. Il Duca si camuffa da frate per "vedere se il potere cambia i buoni propositi, e che cosa c'è dietro la loro apparenza". Tesse una trama intricata con cui smaschera l'ipocrisia del Vicario, anche lui affetto da una piaga, la lussuria; e ripara altri torti prima di tornare Duca. Ma la struttura drammaturgica di Misura per misura è fragile e restano irrisolti gli interrogativi sulle motivazioni e sull'autenticità morale dei personaggi. In fondo la commedia "nera" è la forma più giusta di rappresentazione: quella appunto che Lavia - maiuscolo interprete - porta alle estreme, spettacolari conseguenze, circondato da una affollata e impeccabile compagnia. Tutti accolti con ovazioni finali dal pubblico della Capitale (in scena fino al 6 maggio e poi in tournée).

Toni Colotta

L' allestimento di «Misura per misura» punta sul grottesco e non convince
Lavia, in fuga da Shakespeare

Pensando a due opposte letture di Misura per misura. Per Jan Kott, Shakespeare raffigura nel libertino Lucio il punto di fuga di due rette parallele. Ordini e disordini giuridici, sessuali e familiari trovano in lui una convergenza o, meglio, un' anomalia: Lucio è l' unico che il Duca punisce perché è l' unico che abbia criticato il potere. Lucio, il dissoluto, il ruffiano, non è solo il fool, è un nuovo Tersite. Per W.H. Auden, tutti vengono perdonati tranne Lucio, a causa del suo cattivo umore verso il Duca: se Lucio critica è per risentimento; e se si redime di fronte a una prospettiva di matrimonio, che considera un male non minore dell' impiccagione, è per puro istinto di conservazione. In Kott, che scrive negli anni Settanta, opera un modello antropologico-strutturale, alla Lévi-Strauss. In Auden, che tenne le sue lezioni shakespeariane negli anni Quaranta, opera il modello della conversazione, o addirittura del buon senso. Sono due lettori formidabili, due degni interpreti. Che cosa ci aspetteremmo oggi da chi si confronta con Shakespeare? Non meno che coraggio e un punto di vista, discutibile quanto si voglia, ma preciso e motivato. Se mi ostino a credere che in Italia non c' è nessuno in grado di mettere in scena Shakespeare (Carmelo Bene e Leo de Berardinis non ci sono più, o non sono più attivi) è proprio per questo, per la nostra mancanza di coraggio. Non a caso, la fuga da ogni reale responsabilità verso Shakespeare è la pena che nell' allestire Misura per misura Gabriele Lavia commina a se stesso e alla comunità. Che lo spettacolo di Lavia si intitoli Misura per misura e che ne sia autore Shakespeare è un caso. Chi, attraverso Lavia, su Lucio, e su qualunque altro argomento dei tanti sviluppati dall' autore, voglia saperne di più è destinato a restare a bocca asciutta. Per pura incapacità (del che si dubita) o per puro cinismo, Lavia prende Shakespeare a pretesto per uno dei suoi vecchi spettacoli ribaldi e fracassoni: stupefacenti da vedere e totalmente inutili. Ma assistere a una replica di Misura per misura non è solo una perdita di tempo. Lo spettacolo di Lavia è un costoso carrozzone, destinato a corrompere quanto di buono per la nostra cultura ci aspettiamo dalla scena. Non è qui questione di difendere una moralità shakespeariana, che sarebbe mera presunzione idealistica; né questo è compito di un cronista di teatro. Ma sarebbe grave tacere, tanto più di fronte a cospicui mezzi materiali (economici, poiché Misura per misura è una co-produzione dello Stabile di Roma; e tecnici, che a Lavia certo non difettano) che manca ciò di cui più abbiamo bisogno. Intendo dire, un po' d' anima. A tanto maggior ragione quando essa è la posta in gioco della storia che ci viene raccontata. Benché abbia le sue evidenti meschinità, prima tra tutte di servirsi d' una controfigura allo scopo di verificare di che stoffa siano i suoi sudditi e, in seconda istanza, che cosa possa la giustizia e che cosa la grazia (ma la grazia forse non viene da lui), il Duca è, tra tutti i personaggi di Shakespeare, il più simile al Prospero de La tempesta: un vero mago, vale a dire un drammaturgo, un dio travestito da ficcanaso. Quanto di complesso vi è nella drammaturgia viene però da Lavia capovolto, ossia semplificato, in quanto di frastornante vi può essere in una traduzione spettacolare. Egli ci stordisce con i frequenti e fragorosi cambi-scena (di Carmelo Giammello) e ci confonde con i costumi sgargianti. Peggio di tutto, alla commedia filosofica o al racconto epico preferisce il diapason grottesco, in cui l' unica sorpresa (attoriale) è il figlio Lorenzo, che di Angelo, controfigura del Duca, fa un personaggio tagliente nelle motivazioni isteriche del suo abietto comportamento. * * * MISURA PER MISURA di Shakespeare/Lavia Teatro Comunale di Latina

Franco Cordelli

Musical e mistero: ecco lo Shakespeare del nuovo millennio

Pochi capolavori shakespeariani sono ambigui come Misura per misura. Tanto che, ogni volta che va in scena, tutti si chiedono di quali illuminanti interpretazioni si farà carico il nuovo allestimento. Si rispetterà fino all'ossessione l'ambientazione in una Vienna di princisbecco o si calerà la parabola del Buon Governo ideale in una no man's land priva di riscontro con l'età elisabettiana? Si ignorerà il precedente brechtiano che lo riscrisse in Teste tonde e teste a punta o ci si ispirerà al limpido dettato musicale del giovane Wagner? La parabola del Duca, esule come Cristo dalla terra dei suoi fedeli per vigilare, sotto le umili spoglie di un servo di Dio, sui limiti e i pregi di uno stato laico sottratto al dominio della dinastia è un assioma fine a se stesso? O il suo ritorno nelle vesti di un Dio-Padre che consegna i reprobi al lavacro della dignità ritrovata è l'anglico equivalente degli auto sacramental di Calderòn?
Questo ci chiedevamo assistendo allo spettacolo che Gabriele Lavia, protagonista e regista ha allestito confortato da un trionfale successo di pubblico. E siamo stati compensati dall'affascinante molteplicità di segni, inquietanti e no, disseminati nello sterminato spettacolo-pageant abilmente congegnato dal nostro straordinario animatore. A cominciare dall'esordio in chiave musical del bordello di Madama Strafotta agìto nello spirito dissacrante di Rocky Horror Picture Show.
Con la danza di quei miserabili fantasmi da lussuria metropolitana, più cadaverici che perversi, condotti magistralmente dalle adunche grinfie di un bravissimo Francesco Bonomo prima di approdare alla stanza delle torture dove Lorenzo Lavia, sotto lo sparato di un Angelo dalla bianca chioma rasata a guisa di ala sulla testa implume, si comporta con l'astratto furore di uno Scarpia pronto a torturare la Tosca fin troppo asettica di Federica Di Martino. Per concludere alla grande nel finale pirandelliano con un Lavia in stato di grazia che, costretto all'obbedienza il beffardo Bargello di Marco Cavicchioli, invita Isabella a rinunciare alla tonsura di Giovanna D'Arco per abbracciare le vie dell'amore.

Enrico Groppali

Società, ecco il tuo specchio Roma.

Teatro, teatrone, teatrissimo. E la gente resta incollata alla poltrona per tre ore (due tempi equamente divisi da un breve intervallo), aspettando l’epilogo con il fiato sospeso. Gabriele Lavia è padrone ed esperto di certe alchimie, ma quando azzecca il centro pieno, senza pudore e senza inutili medietà, il risultato picchia in testa e cattura.
Accade con l’intimidente dramma di William Shakespeare Misura per misura (1603-04), in scena dall’altra sera al Teatro Argentina, commedia “nera” che di solito, nelle mani di un buon regista, diventa apologo moraleggiante in cui lasciar specchiare la contemporaneità. Eppure, si può dare e dire di più. Nello stratagemma del duca di Vienna (che scompare per un po’ delegando il potere al suo Vicario, Angelo, per celarsi nei panni “giustizieri” di frate Ludovico) c’è la voglia di capire cosa significhino, in ogni mondo privo di certezze, Giustizia, Autorità, Morale, Pietà e Dignità. Ma c’è pure l’occasione – e Lavia non perde nemmeno questa – di rappresentare l’identità di un classico con tutti i segni a disposizione, vecchi, nuovi e nuovissimi.
Così i bordelli viennesi, le loro puttane e i loro lenoni, riescono qui, in chiave sadomaso, a citare Fassbinder e le discoteche trasgressive dagli anni Ottanta ad oggi. Il Duca (spesso con humour, se non con smaccata, straniante ironia) e il Vicario oscillano fra il romanzo d’appendice e la pièce pirandelliana, spingendosi, a tratti, fino a Beckett. Lo stesso fanno le donne “onorate” (la novizia Isabella, o Marianna, sposa promessa di Angelo, oppure di Giulietta). E il corredo di personaggi cosiddetti minori (dal Bargello a Bernardino, dagli aiutanti-boia al verdugo in persona) va invece a formare, di volta in volta, con esplicita forza estetica, quadri circensi degni di Brecht o, indifferentemente, di Fellini.
La regia, l’abbiamo anticipato, non lesina trappole, lusinghe, effetti, ammiccamenti, illuminazioni paradisiache e discese agli inferi. In palcoscenico, gli attori passano da un genere all’altro, da uno stile al suo opposto – feuilleton e thriller, horror e novela, cabaret e musical – con la disinvoltura consentita ai bravi. L’intatto carisma personale prestato al doppio ruolo del Duca/Frate (una meraviglia, fra l’altro, l’elogio della morte che inneggia alla vita; la traduzione di Misura per misura è quella firmata da Alessandro Serpieri), Lavia lo moltiplica inoltre esibendo lo strepitoso Vicario interpretato dal figlio Lorenzo. Il quale, voce chioccia, corti capelli canuti, occhiali cerchiati di nero e testa incassata nelle spalle, disegna un “falso&cattivo” estremamente caratterizzato, mai un “carattere”. In altre parole, dopo stagioni e stagioni di lavoro in crescendo, Lavia jr si smarca con decisione e ottiene un chiaro successo personale.
Il secondo tempo, che comprende la grande scena delle agnizioni durante il processo celebrato dal rientrante Duca, deciso a ristabilire giustizia usando clemenza, non concede tregua all’attenzione. I colpi di scena, le entrate e le uscite, i nani e i fantolini, le monache da sposare e le fanciulle “offese” da riabilitare si amalgamano in un unicum privo di complessi, dal gusto popolare e bellissimo. Durante il quale, con gesto neghittoso e insieme irato, il Duca allontana da sé l’occhio impiccione di una telecamera a mano, puntata dal relativo operatore, con realistica insistenza, sul dibattimento. A fine spettacolo, lunghi applausi per tutti.

Rita Sala

Lavia padre & figlio senza “Misura” per Shakespeare Roma.

In Misura per misura un duca di Vienna vara leggi draconiane in difesa della moralità e quindi incarica un subalterno di imporle, fingendo di partire per poi invece aggirarsi travestito a vedere cosa succede. Il subalterno, Angelo, condanna subito a morte un tale che ha ingravidato la fidanzata. La sorella di costui, una novizia, implora Angelo di graziarlo, ma Angelo le chiede in cambio il suo corpo (mentendo, perché intanto, come Scarpia, ordina di giustiziare il reo)… Da ultimo solo l’intervento del duca-deus ex machina risolve questo e altre questioni, ma in modo insoddisfacente, ché i matrimoni con cui tradizionalmente la vicenda si chiude, ben quattro, sono tutti amari: il perdonato Claudio impalma la promessa solo dopo terribili umiliazioni vissute da entrambi; il corrotto Angelo è costretto a sposare una donna che aveva respinto quando ella aveva perso la dote; l’audace Lucio, gaudente che aveva sfiorato il duca senza riconoscerlo, deve impalmare una puttana benché preferirebbe la forca; e l’eroina Isabella non potrà più prendere i voti, in quanto il duce la sceglie per sé. Nessuno è ammirevole, nemmeno la virtuosa protagonista, dietro la cui strenua difesa della propria verginità sospettiamo, almeno noi moderni, che si nascondano egoismo e complessi. Non per nulla questo sardonico apologo sulla giustizia è catalogato come pièce buia (“dark”), problematica, insieme con le contemporanee e altrettanto pessimiste Amleto e Troilo e Cressida, nate in un periodo di crisi nazionale e sociale dell’Inghilterra e/o, chissà, del suo autore come individuo.
Per renderne l’inquietante ambiguità ci sono, come sempre in Shakespeare, più strade, dalla spoglia semplicità cartesiana alla Peter Brook, al grande spettacolo seppure un po’ torvo. Il regista Gabriele Lavia ha scelto quest’ultima opzione, sorretto oltre che dalla propria abilità nel manovrare le masse (qui, un gruppo di giovani che si scatena in orge punk-metallare, sfila con lumini come frati e monache, si schiera in divisa come giudici e forze dell’ordine, ecc.), da una suggestiva scenografia mobile di Carmelo Giammello, alti e incombenti saloni piranesiani con pannelli che inventano angoli diversi; dalle luci sensibilissime di Giovanni Santolamazza; dai costumi vivacemente modernoidi di Andrea Viotti. Lavia valorizza, anche, l’eloquente traduzione di Alessandro Serpieri, e pur accentuando un po’ il macchiettismo di alcuni – il suo bravo figlio Lorenzo come un rigido Angelo dalla sgradevole vocetta meccanica, l’ottimo Marco Cavicchioli come un Bargello assai esagitato – e forse dando troppo spazio ai lazzi grotteschi di sinistri clown, tra cui lo spiritoso nano Andrea Nicolini – lascia giustamente emergere la composta dignità di Federica Di Martino come Isabella. Poi però, come spesso gli capita, tira la coperta dalla parte del suo personaggio. Invece del testimone sornione di altre edizioni, il suo duca è un argentovivo che sfoga l’energia anche in tuffi sul pavimento, mentre si appropria persino di celebri battute di Amleto. Costui si innamora subito e perdutamente di Isabella, e dirige come un burattinaio sadico un finale che è parso particolarmente protratto in una serata iniziata con un ritardo di trenta minuti più due giorni (questi, dovuti a sciopero), e pertanto finita, sia pur festosamente, ben dopo le 0,30. All’Argentina fino al 6 maggio.

Masolino D’Amico

Ultima modifica il Domenica, 06 Ottobre 2013 12:42

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