martedì, 01 dicembre, 2020
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PICCOLA ODISSEA (UNA) – di e con Andrea Pennacchi

"Una piccola Odissea", di e con Andrea Pennacchi. Foto Roberto De Biasio "Una piccola Odissea", di e con Andrea Pennacchi. Foto Roberto De Biasio

di Andrea Pennacchi
con Andrea Pennacchi
musiche di Giorgio Gobbo,
eseguite dal vivo da Giorgio Gobbo, chitarra e voce, Annamaria Moro, violoncello e Gianluca Segato, lap steel guitar
consulenza musicale di Carlo Carcano
organizzazione Marialaura Maritan
produzione Teatro Boxer
73.mo Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza
Vicenza, teatro Olimpico,22 e 23 ottobre 2020 - PRIMA NAZIONALE

www.Sipario.it, 24 ottobre 2020

Scavare nell’animo umano, e nei ricordi è sempre una priorità per il teatro e per chi lo interpreta, ed è in questa direzione che si infila anche Andrea Pennacchi con il suo testo presentato come spettacolo di chiusura del Ciclo dei Classici a Vicenza. Dove è anche protagonista, in questa “ Una piccola Odissea” che intreccia storia, memoria di se stesso con la mitologia classica degli eroi. L’operazione è un racconto vero, personale, che parte dal testo di Omero e trova analogie con la vita reale dell’attore padovano, rimembrate ricordando la famiglia, il campo di concentramento, la sofferenza e il ritorno. Supportato dal trio musicale sul palco, Gobbo, Moro e Segato, che inserisce ad hoc note appena sussurrate che portano in atmosfere rarefatte, Pennacchi si avventura nuovamente nell’arte del racconto senza concedere nulla all’estetica, in camicia e pantaloni, perché è il sogno che deve essere visivo per chi ascolta, il lasciarsi cullare dalla storia. L’avventura nel testo di Omero ovviamente si inerpica per mari e monti dove compaiono Itaca, il ritorno, Penelope e la madre, con metafore linguistiche e accenni al ricordo, spesso doloroso, sofferto, ma anche di speranza. Certo vien da pensare che Pennacchi, collaudato narratore di storie che spesso al centro hanno il Veneto, forse non avrebbe potuto da un certo punto di vista conquistare uno o più spettatori non corregionali, magari di passaggio a Vicenza, se non altro per alcuni termini usati e un modo di approcciare i personaggi raccontati che in qualche caso sono strettamente correlati alla regione. E’ vero che c’è l’Odissea di mezzo come testo base dalla quale essere ispirato, è vero che il racconto intrecciato del protagonista può considerarsi universale quando la storia si accomuna ad altra storia e tutto il mondo appunto diventa paese, è vero anche che qui si racconta una personale vicenda che vien messa a confronto con la grandezza del poema originale, e che si è veneti, figli di questa terra, tuttavia escono alla sbaraglio alcuni tratti troppo tipicamente regionali, come certe espressioni che pur collocandosi nella storia personale di Pennacchi hanno poco (da questo punto di vista si intende) a che vedere con il contesto. SI tratta di nòstos, del ritorno, un ritorno emozionante del padre, con le analogie del testo di Omero, ma insistere su certe cose e ricordare continuamente la propria provenienza in qualche occasione può apparire un autoincastro, un eccedere che in certi momenti appare un pochino forzato. L’occasione era quella di mostrare le stesse cose con spirito unico, universale, appunto, insomma più neutro, il veneto non deve a mio parere essere sempre frutto di rappresentazione, come vale lo stesso per il napoletano o il romano e via discorrendo. Tutto questo riconoscendo qua e là un certo modo di celebrare il linguaggio portandolo da prosa a poesia, che diventa in alcuni momenti della narrazione dolore, struggimento, intenso dramma al confine con la tragedia, corde drammatiche molto buone viste anche in qualche suo film. Ma Andrea Pennacchi della questione può sicuramente non curarsi, perché riesce a calamitare attenzione da un pubblico fedele, conquistandone probabilmente uno anche parallelo, nuovo. Come detto, le cose più belle viste qui fanno capo al dramma, al dolore della madre, uccisa dalla lontananza del figlio, alla percezione indovinata quando il racconto si fa brivido violento, e a un’espressione tipica del dialetto veneziano che l’attore pronuncia con fede, quanto mai appropriata in un momento così delicato, e che nel suo forte significato è sublime paradossalmente a quello scritto prima, e non può passare inosservata: duri i banchi, e che sia così. Tener duro, non mollare.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Sabato, 24 Ottobre 2020 11:06

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