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PIÙ GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO (IL) - regia Stefania Apuzzo (IN STREAMING)

"Il più grande spettacolo del mondo" regia Stefania Apuzzo "Il più grande spettacolo del mondo" regia Stefania Apuzzo

Produzione: Apuzzo-Biffi
Drammaturgia e regia: Stefania Apuzzo
Attori: Francesca Biffi e Luigi Guaineri 
con la speciale partecipazione di Davide Angelotti
Aiuto regia e Tecnico di scena: Davide Angelotti
Scenografie e Costumi: Francesca Biffi
Colonna sonora: Matteo Curatella, Stefania Apuzzo, Massimiliano Serra 
Disegno Luci: Monica Gorla

Visto in streaming dal Teatro della Contraddizione, Milano, il 24 aprile 2021

www.Sipario.it, 6 maggio 2021

Mentre stanno per riaprire le sale teatrali (o sono già da qualche giorno aperte), non smettono i tentativi di restituire al teatro la sua specifica vitalità attraverso indirette occasioni e dispositivi come le dirette o le visioni in streaming di spettacoli. Si registra e poi si manda. Ma si manda solo a quell’ora e in quella data, per conservare un po’ il sapore dell’evento irripetibile. O si registra e si manda non più che per un lasso di qualche giorno, a ovviare l’impossibilità di farsi evento dello stream of consciousness del web, che rimane piuttosto un luogo senza tempo e senza spazio. Mentre sappiamo il teatro avvenire in un punto d’intersezione precisa di spazio e tempo, che nel suo accadere richiama o tende a richiamare alla coscienza di quel punto, nello stesso momento, attore e spettatore.

Si lavora senza pubblico, e allora gli applausi finali che gli attori rivolgono alla platea vuota sono già nostalgia, e appaiono come la parte più viva e contemporanea dello spettacolo appena concluso, perché rimandano a una mancanza, a un vuoto, che sta alla base di ogni impulso verso il pieno di senso dell’arte, la depressione che chiede di essere colmata. Ma c’è qualcosa che sembra accomunarli, piuttosto, agli applausi che si levano ai funerali del caro estinto. Allora, se gli spettacoli visti e fatti così sono il funerale dello spettatore, all’attore non rimane altro che farsi spettatore di quel funerale, attraverso un rituale appena un po’ più complesso.

Così capita di commuoversi più per quella muta richiesta di presenza che per lo spettacolo vero e proprio – aldilà del suo valore effettivo. Lo spettacolo senza pubblico del resto cos’è? Qualcosa che rimarrebbe invisibile, ma che noi siamo autorizzati a vedere senza esserne ammessi. Vedere senza essere presenti. Non è l’esatto opposto del teatro? Essere presenti richiama un atto di responsabilità personale indifferibile. Quella stessa responsabilità che siamo quotidianamente ormai tutti chiamati a esercitare ogni volta che decidiamo, o meno, di indossare la mascherina o a rispettare le norme anti-contagio. In questo teatro i presenti (on-line) non sono quasi meno presenti degli assenti? Cioè chi viene evocato dalla memoria stratificata nella sala, gli spettatori passati? Ogni spettacolo così proposto è dunque dialogo con fantasmi e con sguardi di vivi: entrambi disincarnati. E gli attori per chi recitano? Forse per una loro proiezione di spettatore. O per la macchina di ripresa. O per se stessi. Forse questo è un teatro che sarebbe piaciuto ai Giganti pirandelliani.

D’altro canto la situazione emergenziale si è talmente protratta che non si poteva non pensare a un modo per rimanere vivi almeno nell’operosità del lavoro di produzione, e in parte in quello dell’ organizzazione. E c’è anche da considerare il gap sempre più netto tra chi può permettersi produzioni e streaming senza colpo ferire e chi invece per arrivarci deve compiere sforzi erculei.
Fatti questi doverosi distinguo, l’operazione del Teatro della Contraddizione ci sembra un tentativo di tener vivo in tempi di pandemia anche quel teatro che non gode di grandi finanziamenti, di posizioni di rendita o di apparenze prestigiose, tanto più meritevole di attenzione e di lode quanto più rifiuta il facile conforto del grande nome o di quello che ancora sopravvive del “repertorio”: i due pilastri del modo corrente di considerare il teatro che la pratica dello streaming sintetizza e conferma, semplificando la viva complessità del kaosmos teatrale.

Come parlare dunque di uno spettacolo visto così? Proviamo a farlo dimenticando la cornice dello schermo. Diremo allora che si struttura intorno al rapporto tra due personaggi: un Direttore di circo e un’artista. L’artista è una Donna Cannone, ma anche una tuttofare: pulisce la pista, vende i popcorn, fa l’imbonitrice, mentre lui riceve telefonate da una fantasmatica direzione che cerca di imporre caratteri di maggior commerciabilità allo spettacolo – per esempio inserzioni pubblicitarie – fino a ipotizzare l’uso di una doppia, e probabilmente letale, carica esplosiva per il lancio della Donna Cannone. Le figure delineate rimandano all’ambiente di un circo negletto, straccione, cialtrone e insieme sconsolato, dove neanche la rabbia arriva a bruciare i residui di un quasi stuporoso pencolare sempre sull’orlo della disfatta. Si avverte una rassegnazione dolorosa, specie nella donna; e un illusorio senso di potenza nel direttore. Le dimissioni della prima, che rifiuta la “doppia carica”, metteranno il secondo di fronte all’inevitabilità della chiusura, mentre le sue battute riverberano echi evangelici, in un accenno di auto-rappresentazione cristologica forse beffarda, ma un po’ di maniera. E così il finale composto nell’immagine di una quasi “Pietà” alla Kim Ki-duk, nella quale la donna cannone è trasfigurata in un lungo vestito da sposa e regge sulle gambe la testa del direttore che forse è spirato, o per soccorrere il quale chiede allo spettatore un atto di carità (“c’è nessuno che ci può aiutare’?” è la finale invocazione della donna, e “qualcuno ci passi la spugna”), rimanda a un’umanità che forse nella disfatta cerca una qualche forma di redenzione. Finale mesto che sembra rimarcare la distanza irredimibile con lo spettatore, distanza e impossibilità al quadrato.
Il rischio di patetismo, nel testo, che è intelligente, ben scritto e ha lampi aforistici interessanti (“sono gli zero il vero valore”; “oggi smetto di nascondermi nei servizi che soffro”; “tu confondi la resistenza con la rassegnazione”) è abbastanza bilanciato da una recitazione grottesca, ben tenuta, fisicamente impegnativa, con voci spinte in testa al limite del falsetto; una dizione sincopata, straniante, da marionette espressioniste. Rimane un dubbio sull’uso dei trampoli: pur sottolineando la posizione dominante del Direttore, tuttavia sembrano più ordigni penitenziali che strumenti di potere, o forse sono entrambe le cose, e magari era proprio questo l’intento della regia. Di certo il tipico traballamento cui i trampoli costringono a volte disturba la pulizia della recitazione, lasciando trasparire un rumore di fondo (ma forse dal vivo non lo avremmo notato così tanto) che a volte rende difficile cogliere alcune parole: chissà se un punto d’appoggio all’attore, almeno nelle tirate da fermo, potrebbe essergli utile. Vivace l’incontro finale con la compagnia e il direttore del teatro, con le domande in chat degli spettatori. Dialogo dove il teatro si compenetrava con la radio e la televisione dando forma a una reale necessità di contatto. E dove c’è reale necessità di contatto le forme si adeguano.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Giovedì, 06 Maggio 2021 11:04

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