martedì, 07 dicembre, 2021
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PROGETTO NON ESSERE-HAMLET'S PORTRAIT - regia Antonio Latella

Progetto Non Essere-Hamlet's portrait Progetto Non Essere-Hamlet's portrait Regia Antonio Latella

regia Antonio Latella
drammaturgia di gruppo a cura di Antonio Latella e Federico Bellini
con Michele Andrei, Massimo Arbarello, Fabio Bellitti, Sebastiano Di Bella, Anne Sophie Durand, Marco Foschi, Giuseppe Lanino, Nicole Kehrberger, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco, Emilio Vacca
costumi ed elementi scenici: Rosa Futuro e Tobias Marx, idea scenica: Antonio Latella, musiche Franco Visioli
produzione Teatro Stabile dell'Umbria, Festival delle Colline Torinesi
in collaborazione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Mittelfest 2008
Torino, Teatro Astra, dal 22 al 28 giugno 2008

Corriere della Sera, 6 luglio 2008
Il Mattino, 30 giugno 2008
Amleto visto dai personaggi. In 14 ore

Un Amleto analizzato da molteplici punti di vista: quello dei becchini, delle guardie, dello spettro, di re Claudio, della regina, di Ofelia, di Laerte, di Polonio, di Rosencrantz e Guildenstern, dei comici e infine di Amleto. Quattordici ore di ritratti-spettacolo in Non essere-Hamlet' s portraits di Antonio Latella, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi. Orazio, il bravo Annibale Pavone, è il personaggio-guida di questo «studio», che testimonia, nella visione che i protagonisti hanno della vicenda, l' abisso esistente tra soggettività e realtà. Così, ad esempio, tutti i personaggi recitano «essere o non essere» e per Polonio, grottesco, benpensante topo-spia, è la testimonianza della «follia» di Amleto: è pazzo chi si pone un interrogativo del genere; per Rosencrantz e Guildenstern sono parole senza peso di un intellettuale; Amleto, l' ottimo Marco Foschi, protagonista degli ultimi due capitoli - «Duelli» e «Testamento», lo recita con straordinaria semplicità e verità: è il naturale rovello esistenziale che ogni uomo dovrebbe porsi per stimarsi tale. Felici intuizioni si rincorrono a formare una interessantissima lettura registica con qualche fragilità drammaturgica (a volte le battute non riescono a declinarsi in nuovi punti di vista ma solo si ripetono). Latella mette in atto con intelligenza e urgenza cognitiva un impulso radicale a esplorare le possibilità di significato e di verità che si celano in un' opera d' arte per svelare, come scriveva Joyce, ciò che è «grave e costante» nel mistero della nostra condizione e che un capolavoro come Amleto ha in sé. Perché ciò accada è necessario, però, che lo scavo arrivi a quell' essenzialità che è specchio della poesia, per riuscire così a sfiorare l' amletico, brutale enigma del significato dell' esistere e del morire.

Magda Poli

Latella trasforma Amleto in un museo

Il capolavoro di Shakespeare diviso in sei sale tematiche e undici quadri da vedere separatamente o tutti insieme restando in sala per 15 ore

Torino.
«È come entrare in un museo che, in sei sale tematiche, espone undici quadri. Gli spettatori possono scegliere di visitare una o più sale in uno o più giorni (fermandosi, quindi, davanti a determinati quadri in particolare) o di visitare tutte e sei le sale in un solo giorno (avendo, perciò, una visione d'insieme della mostra». Così Antonio Latella definisce la struttura del suo monumentale allestimento «Non essere - Hamlet's portraits», presentato al teatro Astra dallo Stabile dell'Umbria e dal Festival delle Colline Torinesi. Le sei sale s'intitolano «Ombre», «Potere», «Fratelli/Follia», «Spie», «Teatro» e «Testamento», e i «quadri» che vi sono esposti (ovvero undici spettacoli in sé compiuti) s'intitolano a loro volta «I becchini», «Le guardie», «Re Claudio», «Regina Gertrude», «Ofelia», «Laerte», «Polonio», «Rosencrantz e Guildenstern», «I comici», «Il duello» e «Amleto». E sabato, per chi ha avuto il coraggio e la forza (all'Astra non c'è l'aria condizionata...) di affrontare una simile maratona, gli undici spettacoli sono stati dati l'uno di seguito all'altro, dalle 10,30 di mattina alle 2 di notte. Chiedo a Latella se c'è un filo conduttore che leghi fra loro gli spettacoli in questione. Risponde che ce ne sono tre: «Orazio, sempre presente in quanto testimone; la pantomima, sempre ricorrente in quanto emblema del teatro; e, naturalmente, l'"Essere o non essere", che compare in tutti gli undici "quadri" come proverbiale sigla del capolavoro shakespeariano». C'è da aggiungere che, come del resto dichiara il titolo dell'allestimento, Latella si schiera - rispetto al fatidico dilemma - dalla parte della seconda ipotesi. E questo significa, in ultima analisi, che siamo di fronte non a una messinscena dell'«Amleto», ma a quella delle nostre disillusioni e, però, anche delle poche e tuttavia invincibili speranze che alla morte dell'ideologia sono sopravvissute. Vedi lo spettacolo iniziale, bellissimo, in cui i becchini, a metà fra i clown e gl'imbonitori da fiera, vendono i teschi non solo dei più celebri interpreti del Principe Danese (primi fra tutti, s'intende, Olivier, Gassman e Bene), ma d'illustri personaggi che vanno da Dante a Rimbaud, da Leopardi a Majakovskij. Mentre al discorso di Nietzsche sulla menzogna del progresso corrisponde il levarsi di «El pueblo unido jamás será vencido», con tutti i teschi avvolti in un'enorme bandiera rossa. In altri termini, non c'imbattiamo in una delle solite regie, per quanto intelligenti, ma in una chiamata di correo nei nostri riguardi e, di conseguenza, nella possibilità (e nel dovere) di compiere a nostra volta una scelta, e rispetto, come dicevo, alla fruizione dell'allestimento in sé e, specialmente, rispetto agl'interrogativi di portata generale che esso pone sul piano politico, culturale e sociale. Ebbene, il detonatore che può far esplodere una scelta del genere è costituito da una serie pressoché ininterrotta di sequenze nello stesso tempo eccellenti sul versante formale e addirittura abbaglianti su quello simbolico. E almeno in alcune di esse c'è, tanto per capirci, una potenza visionaria alla Nekrosius, ma raddolcita da un calore e da una tenerezza tutti mediterranei. Penso, poniamo, a Ofelia che annega le sue innumerevoli Barbie in altrettanti barattoli pieni d'acqua, pronunciando ogni volta il nome di una donna famosa (attrice, poetessa, cantante) che si è uccisa. O all'indicibilità odierna dell'«Essere o non essere» affidata a un Laerte che si spoglia con urla strozzate delle magliette indossate l'una sull'altra, e ciascuna «decorata» con un frammento del capitale monologo. O, segnatamente, alle metamorfosi in progressione della Gertrude di Nicole Kehrberger: comincia come una delle svagate damine di Fragonard, continua suonando Schubert col flauto traverso e conclude come un cigno nero che muore sulla musica tratta da «Mater» di Vladimir Gadard. Grande, magnifica Nicole. Fra gli altri interpreti principali, non meno bravi, Marco Foschi (Amleto), Annibale Pavone (Orazio), Anne-Sophie Durand (Ofelia), Enrico Roccaforte (Laerte) e Rosario Tedesco (Re Claudio). Angelo Montella, del Nuovo, sta trattando per portare lo spettacolo anche a Napoli: «Costa davvero molto, ma faremo tutto il possibile».

Enrico Fiore

Ultima modifica il Martedì, 24 Settembre 2013 07:55

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