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SEDIE (LE) - regia Valerio Binasco

Michele Di Mauro e Federica Fracassi in "Le Sedie", regia Valerio Binasco Michele Di Mauro e Federica Fracassi in "Le Sedie", regia Valerio Binasco

di Eugène Ionesco

traduzione Gian Renzo Morteo

con Michele Di Mauro, Federica Fracassi

regia Valerio Binasco

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Alessio Rosati

musiche Paolo Spaccamonti

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Roma – Teatro Vascello dall'1 al 6 marzo 2022

www.Sipario.it, 7 marzo 2022

Nella rilettura di Binasco, Le sedie di Ionesco assume tinte grottesche. L’assurdo sembra un dramma mancato, o che si sta per consumare, ma percepito in modo non tragico. È una situazione che i protagonisti stessi vivono alla leggera. Non certo per superficialità, ma per consapevolezza. Una consapevolezza che consegue ad una presa d’atto sull’istante che si sta vivendo. La chiave in una battuta: ci siamo raccontati tutto, cos’altro abbiamo ancora da dirci?
L’ultimo atto di questa narrazione è il tema de Le sedie: un proclama da comunicare all’umanità intera (imperatori, Papi, segretari, imprenditori, lavoratori, militari, giornalisti, presidenti, scienziati, letterati: tutti), convocata a casa di Semiramide e di suo marito. Invitato d’eccellenza: un oratore, al quale spetterà il compito di dire, con modi e parole precisi, il messaggio conclusivo: “L’individuo e la persona sono la stessa cosa; io sono io ma dentro il corpo di un altro”. La falsità consapevole, recitata sino alla fine. Perché “al culmine della disperazione” (per citare Cioran) non si può fare altro. 
Disperazione che scenograficamente è stata rappresentata come un ambiente fatiscente, umido, ovunque invaso da infiltrazioni d’acqua. Il pavimento è una moquette vecchia, che si scolla, puteolente, ispida. Il soffitto tutto buchi e rettangoli che stanno per staccarsi e cadere in terra. Le lampade che dovrebbero illuminare questa stanza: flebili, alcune fulminate. Più che altro sono lumini, che diffondono una luce a tratti spettrale, preludio al buio. Di lato, loro, le vere protagoniste della pièce: le sedie: accatastate una sull’altra a casaccio. Su di esse siederà l’umanità invitata dai due protagonisti: un uomo e una donna anziani, impolverati, sopravvissuti a chissà quale catastrofe; sul volto truccati come dei clowns falliti, i capelli arruffati, gli abiti stinti e malandati. 
Sono in scena che attendono. Ecco suonare il campanello. Lui va ad aprire: “Benvenuto. Prego, si accomodi”. Si odono dei passi, ma non entra nessuno. Eppure loro parlano con questo vuoto, lo intrattengono e sono gentili. Suona di nuovo il campanello. Si riapre la porta e ancora non entra nessuno. E così via, sin quando non sono arrivati tutti. Anche l’oratore.
Fatto l’annunzio e presa finalmente coscienza di aver trascorso “tutta questa vita, tutta questa vita”, moglie e marito si avviano verso la finestra, sola apertura verso l’esterno. Grazie ad una sedia, salgono sul davanzale e si prendono per mano. Dopo un istante, li vediamo gettarsi in mare, forse gioiosi, certamente liberi.
Michele Di Mauro e Federica Fracassi, grazie ad una recitazione ironica ed intelligente, spingendosi fino al limite della tragedia senza mai precipitarvi dentro, hanno saputo rendere perfettamente il senso di sospensione, di neutralità, di vuoto riempito di illusioni di cui la pièce di Ionesco è permeata. Questa tentazione d’esistere, questo inconveniente d’essere nati a cui nessuna parola, alcun racconto potranno mai porvi rimedio.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2022 11:43

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