martedì, 29 novembre, 2022
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SOUND OF SILENCE (THE) - regia Alvis Hermanis

The sound of silence The sound of silence Regia Alvis Hermanis

di Alvis Hermanis
musiche: Simon & Garfunkel
regia: Alvis Hermanis
con Guna Zarina, Sandra Zvigule, Inga Alsina, Liena Smukste, Iveta Pole, Regina Razuma, Kristine Kruze, Gatis Gaga, Kaspars Znotins, Edgars Samitis, Ivars Krasts, Varis Pineis, Airts Krumins, Andris Keiss
scenografia e costumi: Monika Pormale
Napoli Teatro Festival Italia - Prima nazionale
Napoli, Auditorium Domenico Scarlatti della Rai, dal 21 al 23 giugno 2008

Il Manifesto, 29 giugno 2008
Il Mattino, 23 giugno 2008
Ora il suono del silenzio è così pieno di parole

È uno spettacolo molto diverso da quello che sembra il magnifico The sound of silence di Alvis Hermanis portato a Napoli dal Teatro festival Italia. Non il «come eravamo» sessantottesco cui potrebbe indurre una lettura frettolosa, o un nostalgico «come non siamo mai stati», nato dal fatto che la giovinezza del regista lettone si è svolta in altri climi culturali e sociali, nel tramonto dell'impero sovietico. Bisogna insomma andare al di là dello specchio, dietro l'immagine fotografica d'epoca distesa sui pannelli che sostituiscono il sipario, per calarsi nell'arte della memoria messa in atto dall'artefice del teatro di Riga.
Dietro, c'è l'ambiente consumato caro a tanti lavori di Hermanis, dal bellissimo Revidents che ci rivelò il talento dell'artista lettone al più recente Sonja. Pitture scolorite. Brandelli di antiche tappezzerie. Tubazioni che corrono a vista lungo le pareti. Un ambiente sviluppato tutto per il largo, poco profondo, senza divisioni interne se non quelle idealmente segnate dalle cinque porte allineate sul fondo, come se quelle stanze fossero accomunate da un'unica storia oltre che da un'unica geografia. Ingombro di cose ancora ordinate. Vecchi apparecchi radiofonici, sedie, un divanetto. Molti libri, in pila per terra o infilati in cassette da frutta. Barattoli di vetro grandi e piccoli, vuoti. Due ragazze vi penetrano di soppiatto, rompendo l'oscurità iniziale della scena, in una metodica esplorazione dello spazio che consente anche a noi, gli ultimi arrivati, di prendere confidenza con quel luogo. Vestite alla moda di anni ormai lontani, pescati forse in qualche bottega vintage. Gonne corte e stivali sotto il ginocchio, soprabiti di plastica colorata come si compravano a Carnaby street. Si divertono ad avviare giradischi e registratori a nastro, da cui escono poche note, sporche ma ben riconoscibili, quelle della canzone del titolo.
I due temi su cui è costruito lo spettacolo si presentano subito, insieme. Le canzoni di Simon and Garfunkel e quel controverso momento storico, arrivato al di là di una ancor solida cortina di ferro (non scordiamo la solitudine di Praga) forse come un'eco di anarchica libertà, risonante da cinema e musica. Il concerto di Simon and Garfunkel del 1968 a Riga che non ebbe mai luogo, dice il sottotitolo. Ecco infatti che la scena si popola di tanti personaggi che sembrano usciti da un album di famiglia sessantottina. Giovanottoni dai lunghi capelli e baffi spioventi. Giovani donne con torri di capelli come oggi osa Amy Winehouse. Ragazzine in abitini lisci di un color celeste, ovviamente cortissimi, come siamo certi portasse qualche morosa di quegli anni.
Provano impacciate scene di seduzione. Recitano baci e abbracci davanti a una cinepresa, mentre altri si fanno di un latte esilarante. Si attaccano al filo del telefono e tirano, tirano per richiamare a sé la persona che sta all'altro capo. Fanno e disfanno letti in cui finiscono per dormire quasi sempre soli. E per ogni momento c'è una canzone. Non parlano infatti, ma le parole ci sono, eccome. Quelle dei libri in cui tutti a tratti si immergono, richiamando un silenzio di cui davvero si può sentire il suono. Quelle delle canzoni che escono da tutte le parti, dalle pagine dei libri e dai barattoli aperti, colano dalle tubazioni bucate e si raccolgono nei bicchieri per un brindisi, volano per aria con una piuma sospinta dal fiato. Per tre ore e mezzo resteremo con loro, senza un momento di stanchezza. Come resistere del resto alla scena in cui un disinvolto fotografo replica con un po' meno glamour un paio dei momenti memorabili di Blow up. E ci sarà anche l'incursione in scena dell'elefantino di Hollywood party, decorato di «make love not war», mentre però il passaggio di una dama d'altri tempi getta un'ombra luttuosa.
The sound of silence non è uno spettacolo in costume, è semmai uno spettacolo in maschera. Nasconde cioè dietro la maschera d'epoca, un suo nucleo più segreto e doloroso. Che tocca a ogni spettatore decifrare per sé, non ci sono spiegazioni pronte per ogni uso. Quel che visibilmente osserviamo è che in quel luogo all'apparenza fissato in un momento immaginario, in realtà è scorso il tempo, e questo scorrere del tempo è l'oggetto del teatro. Quel che troviamo al di là dello specchio. A meno di non girarsi dall'altra parte e addormentarsi, pensando che tutta la vita è sogno, se l'ultimo gioco si conclude con un corpo senza vita.

Gianni Manzella

Il Sessantotto in un appartamento vuoto

All'Auditorium Rai il regista lettone Hermanis firma uno spettacolo molto riuscito, senza parole, segnato dalla musica di Simon & Garfunkel

Fece grande impressione, nel maggio dell'anno scorso, lo spettacolo, «Long life», che il regista lettone Alvis Hermanis portò a Salonicco, sul palcoscenico della Società degli studi macedoni, in occasione della sua vittoria al Premio Europa Nuove Realtà Teatrali. Vedemmo allineate l'una accanto all'altra le stanze di un appartamento collettivo in cui, contemporaneamente, sette anziani affogavano senza dire una parola nello stillicidio di una vita che ormai sostituiva gli ideali e i progetti con la materia insensibile degli oggetti d'uso quotidiano. Ora, nell'Auditorium della Rai (stasera l'ultima replica), il Napoli Teatro Festival Italia presenta uno spettacolo, «The sound of silence», in cui Hermanis fa un salto indietro di quarant'anni. Vediamo le stesse stanze di quello stesso appartamento collettivo, ma sono disabitate, e quasi senza mobili. Prendono poi ad affollarsi di una tribù variopinta di ragazzi e ragazze che si danno a miti e riti strani (la lettura indefessa, il sesso di gruppo...) scanditi dalla musica di Simon & Garfunkel che esce, invincibile, da ogni dove, libri o barattoli di vetro che siano: come l'eterna voce del mare che mormora da una conchiglia. E non ci vuole molto, allora, a capire che l'appartamento in cui ci fa entrare Hermanis è il Sessantotto. Ecco, però, in che cosa consiste lo scatto decisivo e strepitoso dello spettacolo: il movimento su cui quest'ultimo si regge è, nello stesso tempo, sincronico e diacronico, nel senso che alla rievocazione del Sessantotto si accompagna sistematicamente l'avvertimento (non dichiarato, certo, ma da mille segni percepibile) che quello è solo il Sessantotto così come lo immagina l'autore e regista. Perché, è fin troppo ovvio sottolinearlo, in Lettonia l'utopia e la rivolta sessantottine non arrivarono, così come non ci fu, a Riga, il concerto di Simon & Garfunkel qui accennato. In altri termini, le canzoni della celebre coppia - da «The sound of silence», appunto, a «Mrs. Robinson» e «Scarborough Fair» - vengono adoperate come reagente per far scaturire dal grigio dell'ordinario la fiamma del contrario: tanto che a un certo punto la Signora Robinson molla il suo novello Dustin Hoffman, si trasforma in una dama ottocentesca e, afferrato per la mano il primo della catena degli altri ragazzi e ragazze, se li porta tutti con sé nel buio che s'apre oltre uno degli usci, in chissà quale paese misterioso e amorevole. Anche in questa circostanza, naturalmente, non sentiamo - durante le circa tre ore di rappresentazione - nemmeno una parola: ma bastano i volti e i corpi dei quattordici straordinari interpreti a comunicarci tutto quello che dobbiamo sapere, ed anzi persino quello che - nelle spire della delusione e del disincanto di oggi - non vorremmo sapere. Alla fine tutte le ragazze restano incinte. Che cosa partoriranno? Che cosa ha partorito il Sessantotto? È la domanda inevasa che ancora continuiamo a porci. Comunque, quarant'anni fa venne alla luce un sogno. E la musica di Simon & Garfunkel lo sospinse molto lontano, sino all'altra parte del mondo. Alla fine del '68 io lo ritrovai a Sydney, dove tra grattacieli sfavillanti e minigonne vertiginose i marinai che fuggivano sugli oceani andavano a comprare... sì, «The sound of silence».

Enrico Fiore

Ultima modifica il Domenica, 29 Settembre 2013 12:35

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