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SOLA ME NE VO - regia Giampiero Solari

Sola me ne vo Sola me ne vo Regia Giampiero Solari

con Mariangela Melato
testo: Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini, Mariangela Melato, Giampiero Solari
regia: Giampiero Solari
musiche: Leonardo De Amicis
coreografie: Luca Tommassini
scene: Marcello Jazzetti,
musicista in scena: Lorenzo Capelli
corpo di ballo: Francesco Saracino, Stefano Benedetti, Tony B., David Cipolleschi, Antonio Fiore, Paolo Sabatini.
Milano, Teatro Nuovo, fino al 18 febbraio 2007

Giornale di Sicilia, 22 marzo 2007
Il Messaggero, 3 novembre 2007
www.Sipario.it, 2007
Avvenire, 8 febbraio 2007
www.Sipario.it, 2007
Il Giornale, 13 febbraio 2007

CATANIA (gi.gi.).- All’inizio di questo suo one-woman-show titolato Sola me ne vo…Mariangela Melato in pantaloni e maglioncino neri s’affaccia quasi di sottecchi sulla ribalta del Metropolitan  come se volesse comunicare qualcosa, chiarendo subito che il pubblico avrebbe visto uno spettacolo particolare in cui lei avrebbe raccontato un po’ di se stessa, del suo essere donna e attrice. Anche se viene da pensare che questo suo show sia nato quasi per caso, forse qualche stagione fa allorquando invitata in una trasmissione di Renzo Arbore la Melato ha cantato in modo molto lieve e sbarazzino la canzone che ora dava il titolo allo spettacolo. Scritto a otto mani, oltre che dalla stessa Melato, anche da Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari che ne ha curato la regia, questa solipsistica e variegata performance dà l’idea di cosa vuol dire versatilità e talento d’una attrice. D’una donna dai grandissimi occhi che s’è fatta strada da sola prima studiando pittura all’Accademia di Brera e poi per pagarsi i corsi di recitazione, disegnando manifesti e lavorando come vetrinista alla Rinascente. Quella del Metropolitan è una Melato insolita. Non più calata nei ruoli drammatici di Fedra o Medea, ma d’una attrice che vuole divertirsi, cantare e ballare con sei-boys-sei con le musiche di Leonardo De Amicis e le coreografie di Luca Tomassini, su una scena (quella di Marcello Jazetti) che ricorda un po’ i camerini dei teatri con due grandi specchi ovali e uno rotondo centrale e tante lucette a guarnire l’intero boccascena. Il vocione della Melato è inconfondibile e riesce ad essere uno strumento musicale che lei varia a suo piacimento: infantile e amorevole quando parla del babbo vigile a Milano o della mamma sarta, in grado questa santa donna d’imbastirle in pochissimo tempo una “pelliccetta”, fatta di velluto pressato con le mani e poi incollato con Vinavil su cartone e che la Melato ci mostra adesso come un cimelio storico, ricordando quand’era povera e di come non bisogna mai vergognarsi di questa condizione. I toni s’ingrossano quando racconta del suo debutto con Dario Fo nei panni d’una prostituta ( la pièce era Settimo non rubare) che non piacquero al padre che s’era portato appresso tutto il corpo dei vigili urbani milanesi e che doveva ancora vestirli interpretando La monaca di Monza con la regia di Luchino Visconti. Arriva poi Ronconi con tutti i suoi mega-spettacoli e arriva il cinema che la farà conoscere al grande pubblico (Manfredi, Petri, Giannini, Lina Wetmuller, Comencini, Brusati, Monicelli..). Racconta Mariangela, racconta la sua solitudine e del perché non s’è mai voluta sposare, forse aggiungerà perché nessuno glielo ha mai chiesto in modo convincente. Una sciara di fuoco sul palcoscenico e una gatta pigrona tutta dolori nella vita, dove non deve vivaddio dare conto a nessuno in particolare nei giorni di riposo. Due ore intense in cui la Melato si diverte interagendo col pubblico che l’applaude ripetutamente a scena aperta e alla fine sono solo ovazioni che verranno bissate nelle repliche sino al 25 marzo.

Gigi Giacobbe

Mariangela Melato, Sola me ne vo al Sistina di Roma dopo una largo giro per l'Italia cominciato il 16 gennaio a Genova. «Recito, canticchio, ballicchio» disse, a suo tempo, questa grande attrice di teatro e di cinema cui è presa la voglia, dopo aver interpretato ruoli pazzeschi e sperimentato i registi più tosti, di folleggiare in semilibertà con un tradizionale one woman show, fitto di prestazioni diverse.
Il titolo (un programma di vita) è l'incipit di una canzone del 1936, In cerca di te. I testi appartengono invece al collettivo che firma lo show: la stessa Melato assieme a Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari, anche regista. Sono quasi due ore di parole, luci, effetti, musica e movimento. Una lunga licenza patinata che offre al pubblico gli spaccati, riflessivi e pazzi, teneri e smargiassi di una delle poche dive teatrali italiane. E la Melato va, leggera e disinibita: dal ricordo di tanti colleghi frequentati nei Sessanta al bar Giamaica di Milano, a certi espedienti escogitati dalla madre sarta, cui la professione di attrice sembrava inscindibile dal possesso di una "pelliccetta"; dal pionierismo della ragazza meneghina ai primi passi nello Spettacolo, all'approdo romano per il primo ruolo importante, proprio al Sistina, con Garinei e Giovannini, nell'edizione di Alleluja brava gente del 1970.
Mariangela, in calzamaglia e pulloverone, mette in gioco dinamismo, voglie, abilità, la voce scura inconfondibile, come affondata, sempre, in una stanza del fumo, sublime nel rendere i dolori di Fedra al pari delle mascalzonate del Mackie Messer di Brecht. Appunto l'intermezzo brechtiano, coadiuvato dalla presenza di sei boys più che scatenati, diventa uno dei momenti migliori della performance, una nicchia speciale dove la protagonista c'è, gode del giusto ambito e si esprime al meglio.
Gli aneddoti si alternano alle confessioni, le battute ai "segreti", i pettegolezzi alla poesia. Non sempre quel che vien detto ha un'efficacia vera e (forse) nemmeno la cerca. Ecco la sapienza del testo. Ciò che deve brillare in palcoscenico sono le qualità intrinseche dell'interprete e della donna, capace di calarsi con ironia nella torrida sensualità di Creola cantata al maschile (...creolooo...), nel Far finta di essere sani di Giorgio Gaber, nella Vita spericolata di Vasco Rossi. Ma non è tutto. Mariangela ci regala rarefazioni preziose con Shakespeare, ed è un altro momento alto dello spettacolo. Indossa un abito da soubrette che cala dal cielo e fa omaggio alla Wandissima. Si prodiga in sincera sincerità per imprimere al tutto un indubbio marchio di brio e di eleganza.
Musiche originali di Leonardo De Amicis, coreografie di Luca Tommassini, scene di Marcello Jazzetti.

Rita Sala

Mariangela Melato, fatta di teatro

Sola me ne vo, titolo preso a prestito da “In cerca di te”, una canzone degli anni Quaranta, a quasi un anno di distanza dal debutto genovese, sbarca a Roma, dove rimarrà in scena al Teatro Sistina fino al 25 novembre. Poi ancora in giro per l’Italia, una lunga tournée fitta di appuntamenti, che a tutt’oggi conta più di 80.000 spettatori.

Scritto a otto mani dalla stessa Melato, con Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari, che ne firma anche la regia dai ritmi televisivi, il testo si dipana sulla scena, infarcito di citazioni da William Shakespeare, Tennessee Williams, passando per Giorgio Gaber (Qualcuno era comunista è uno dei momenti più alti) diventando un pezzo di bravura a tutto campo, prodigo in intelligenza, eleganza, magia, poesia e fantasia, un lusso che solo un’interprete del suo rango poteva permettersi.

Si apre il sipario ed è uno scioglilingua a rompere il silenzio, se di silenzio si può parlare in presenza di una platea particolarmente rumorosa come quella della prima romana. Ma ecco il timbro inconfondibile della sua voce scolpire gioiosamente le parole. È subito chiaro che la Melato gioca, sta giocando prima di tutto con se stessa. “Recito, canticchio, ballicchio” aveva preannunciato; in realtà recita, canta e balla con ardore, passione e sana ironia. Dopo un divertente tip tap, coreografato da Luca Tommasini per lei e per i sei danzatori che la accompagnano, da uno degli specchi ovali che la incorniciano sul palcoscenico arrivano le immagini di una sua memorabile Fedra, un naturale bisogno di farsi riconoscere. Il dubbio che lei non creda fino in fondo a questo tipo di operazione viene fugato man mano che l’inedita Melato prende il sopravvento deridendo sarcasticamente la Melato dei fotogrammi.

Portante la colonna sonora che spazia da Creola, Far finta di essere sani di Gaber, fino al Mackie Messer di Weill-Brecht, passando da Glenn Miller e Vasco Rossi con il contributo di un pezzo originale di Vincenzo Cerami eseguito al pianoforte da Leonardo De Amicis.

Raffinati e funzionali il progetto scenico e le luci di Marcello Jazzetti che costruisce attorno all’attrice un tris di specchi da camerino contornati da lampadine sui quali si proiettano immagini di musici e filmati di spettacoli.

Artista inqualificabile (nel senso etimologico del termine), risulta difficile imprigionarla in una definizione: a tutti i costi vuole, e ci riesce, sfuggire dalle grate di una etichetta. Non ha bisogno di cambiarsi d’abito per trasformarsi in questa avventura teatrale, anzi lo fa togliendosi la maschera. Oscar Wilde diceva che l’essere naturale è una posa, la più irritante che si conosca. La Melato dimostra il contrario, non risparmiandosi in un continuo gioco tra realtà e finzione, tra vita e teatro: “Lo stare da solo è dei geni” sottolinea. Ed è esattamente così. Pablo Picasso annotava in uno dei suoi taccuini “Mi sono costruito una solitudine che nessuno sospetta”. La solitudine, o meglio la singletudine, qui è invece un po’ troppo urlata.

Mini-musical, Recital, Serata d’onore, Monologo… Potremmo trovarne cento e uno di modi per definire lo spettacolo. Ma che cosa importerebbe? Meglio lasciarsi travolgere, abbandonandosi e vivere la scoppiettante energia e la estrema facilità con la quale passo dopo passo, canzone dopo canzone, parola dopo parola, Mariangela Melato ripercorre, alternandole a ricordi personali di vita privata, le tappe della sua luminosa carriera. E come dice lei stessa: “Non è vero che lo possono fare soltanto gli uomini”.

Cosimo Manicone

Il pubblico di casa festeggia l'attrice che recita, canta e balla sul palco per 100 minuti Ma l'«one woman show» non sempre convince

Melato torna mattatrice nella sua Milano

Da una come lei alla quale sono sempre piaciute le sfide, da una come lei il cui dna è difficile da studiare (attrice tragica, le vertigini di Fedra e i furori di Medea, e al tempo stesso attrice brillante che soggioga le platee, quelle teatrali ma anche quelle cinematografiche) c'era da aspettarselo che prima o poi tentasse l'avventura diversa. L'avventura di quel che all'americana viene detto l'one woman show. Cioè lo spettacolo in cui, tutto in una volta, nel suo caso in cento minuti cento, un'attrice può dare sfogo alle sue pulsioni. Recitare innanzitutto - cosa che, lo sappiamo, sa fare benissimo - ma anche cantare, ballare (un po' più difficile), lasciarsi andare allo sfogo confidenziale dove, fintamente sincera o sinceramente bugiarda, si può finalmente dire tutto di se stessi, tutto quello che sembra più necessario e utile al gran gioco del teatro. Come narrare aneddoti spassosi legati alla vita della scena, ma anche raccontare con autoironia, cosa di cui è maestra, piccole porzioni della vita privata. Magari parlare di solitudine, di cui anche una star come lei può essere vittima: è uno dei pezzi migliori.
Ed ecco questo Sola me ne vo…, con cui, dopo il debutto genovese, è arrivata finalmente a casa sua, a Milano. Al Nuovo che le tributa tutta la mozione degli affetti possibile. C'è, alla prima, un parterre di cuori quasi interamente meneghini come non si vedeva da tempo, degno di una noterella del Tessa. E Mariangela se lo coccola, irradiando calore e simpatia, vincendo la tensione che pure c'è.
L'inossidabile, irruente Mariangela, è uno dei pochi miti che hanno resistito lontani dalla televisione, e allora bisogna incontrarla dal vivo. Lì sulla ribalta dove non fa il sunto della sua carriera ma va zigzagando intorno ai ricordi (quelli che le paiono più interessanti o più curiosi), si permette di glossare su matrimoni che non ci sono stati, sulla vita da single, e quasi di soppiatto infila spezzoni di famosi monologhi da lei recitati; non manca quello di Blanche in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, «sofferto» come se fossero parole dettate dalla sua anima. Con personalità e passione si cimenta, «debuttante» di lusso, nell'agone canoro chiamando in causa Brecht, Gaber o Glenn Miller e con Sola me ne vo che, pur non essendo proprio una canzone lietissima, rinfresca la giovinezza sua e del pubblico. Che sta al gioco, anche se lo show non ha l'amalgama perfetto. Troppe le mani che vi hanno lavorato: le sue, quelle di Vincenzo Cerami, di Riccardo Cassini e di Giampiero Solari, pure regista che opera con abilità, ma senza quel fil rouge che ci vorrebbe. Anche se la fattura è elegante e insolita la scenografia, con ben realizzate proiezioni su schermi ovali che servono anche da specchio, e da cui schizza via un'orchestra virtuale. Dal vero, invece, i sei boys ballerini che in tenuta da Robocop con occhialini scuri le ronzano intorno - vagamente inquietanti le coreografie di Luca Tommassini- caricandola di energie.

Domenico Rigotti

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Mariangela Melato, fatta di teatro

Sola me ne vo, titolo preso a prestito da “In cerca di te”, una canzone degli anni Quaranta, a quasi un anno di distanza dal debutto genovese, sbarca a Roma, dove rimarrà in scena al Teatro Sistina fino al 25 novembre. Poi ancora in giro per l’Italia, una lunga tournée fitta di appuntamenti, che a tutt’oggi conta più di 80.000 spettatori.

Scritto a otto mani dalla stessa Melato, con Vincenzo Cerami, Riccardo Cassini e Giampiero Solari, che ne firma anche la regia dai ritmi televisivi, il testo si dipana sulla scena, infarcito di citazioni da William Shakespeare, Tennessee Williams, passando per Giorgio Gaber (Qualcuno era comunista è uno dei momenti più alti) diventando un pezzo di bravura a tutto campo, prodigo in intelligenza, eleganza, magia, poesia e fantasia, un lusso che solo un’interprete del suo rango poteva permettersi.

Si apre il sipario ed è uno scioglilingua a rompere il silenzio, se di silenzio si può parlare in presenza di una platea particolarmente rumorosa come quella della prima romana. Ma ecco il timbro inconfondibile della sua voce scolpire gioiosamente le parole. È subito chiaro che la Melato gioca, sta giocando prima di tutto con se stessa. “Recito, canticchio, ballicchio” aveva preannunciato; in realtà recita, canta e balla con ardore, passione e sana ironia. Dopo un divertente tip tap, coreografato da Luca Tommasini per lei e per i sei danzatori che la accompagnano, da uno degli specchi ovali che la incorniciano sul palcoscenico arrivano le immagini di una sua memorabile Fedra, un naturale bisogno di farsi riconoscere. Il dubbio che lei non creda fino in fondo a questo tipo di operazione viene fugato man mano che l’inedita Melato prende il sopravvento deridendo sarcasticamente la Melato dei fotogrammi.

Portante la colonna sonora che spazia da Creola, Far finta di essere sani di Gaber, fino al Mackie Messer di Weill-Brecht, passando da Glenn Miller e Vasco Rossi con il contributo di un pezzo originale di Vincenzo Cerami eseguito al pianoforte da Leonardo De Amicis.

Raffinati e funzionali il progetto scenico e le luci di Marcello Jazzetti che costruisce attorno all’attrice un tris di specchi da camerino contornati da lampadine sui quali si proiettano immagini di musici e filmati di spettacoli.

Artista inqualificabile (nel senso etimologico del termine), risulta difficile imprigionarla in una definizione: a tutti i costi vuole, e ci riesce, sfuggire dalle grate di una etichetta. Non ha bisogno di cambiarsi d’abito per trasformarsi in questa avventura teatrale, anzi lo fa togliendosi la maschera. Oscar Wilde diceva che l’essere naturale è una posa, la più irritante che si conosca. La Melato dimostra il contrario, non risparmiandosi in un continuo gioco tra realtà e finzione, tra vita e teatro: “Lo stare da solo è dei geni” sottolinea. Ed è esattamente così. Pablo Picasso annotava in uno dei suoi taccuini “Mi sono costruito una solitudine che nessuno sospetta”. La solitudine, o meglio la singletudine, qui è invece un po’ troppo urlata.

Mini-musical, Recital, Serata d’onore, Monologo… Potremmo trovarne cento e uno di modi per definire lo spettacolo. Ma che cosa importerebbe? Meglio lasciarsi travolgere, abbandonandosi e vivere la scoppiettante energia e la estrema facilità con la quale passo dopo passo, canzone dopo canzone, parola dopo parola, Mariangela Melato ripercorre, alternandole a ricordi personali di vita privata, le tappe della sua luminosa carriera. E come dice lei stessa: “Non è vero che lo possono fare soltanto gli uomini”.

Cosimo Manicone{2jtoolbox_content tabs id:1 title:Avvenire, 8 febbraio 2007}Il pubblico di casa festeggia l'attrice che recita, canta e balla sul palco per 100 minuti Ma l'«one woman show» non sempre convince

Melato torna mattatrice nella sua Milano

Da una come lei alla quale sono sempre piaciute le sfide, da una come lei il cui dna è difficile da studiare (attrice tragica, le vertigini di Fedra e i furori di Medea, e al tempo stesso attrice brillante che soggioga le platee, quelle teatrali ma anche quelle cinematografiche) c'era da aspettarselo che prima o poi tentasse l'avventura diversa. L'avventura di quel che all'americana viene detto l'one woman show. Cioè lo spettacolo in cui, tutto in una volta, nel suo caso in cento minuti cento, un'attrice può dare sfogo alle sue pulsioni. Recitare innanzitutto - cosa che, lo sappiamo, sa fare benissimo - ma anche cantare, ballare (un po' più difficile), lasciarsi andare allo sfogo confidenziale dove, fintamente sincera o sinceramente bugiarda, si può finalmente dire tutto di se stessi, tutto quello che sembra più necessario e utile al gran gioco del teatro. Come narrare aneddoti spassosi legati alla vita della scena, ma anche raccontare con autoironia, cosa di cui è maestra, piccole porzioni della vita privata. Magari parlare di solitudine, di cui anche una star come lei può essere vittima: è uno dei pezzi migliori.
Ed ecco questo Sola me ne vo…, con cui, dopo il debutto genovese, è arrivata finalmente a casa sua, a Milano. Al Nuovo che le tributa tutta la mozione degli affetti possibile. C'è, alla prima, un parterre di cuori quasi interamente meneghini come non si vedeva da tempo, degno di una noterella del Tessa. E Mariangela se lo coccola, irradiando calore e simpatia, vincendo la tensione che pure c'è.
L'inossidabile, irruente Mariangela, è uno dei pochi miti che hanno resistito lontani dalla televisione, e allora bisogna incontrarla dal vivo. Lì sulla ribalta dove non fa il sunto della sua carriera ma va zigzagando intorno ai ricordi (quelli che le paiono più interessanti o più curiosi), si permette di glossare su matrimoni che non ci sono stati, sulla vita da single, e quasi di soppiatto infila spezzoni di famosi monologhi da lei recitati; non manca quello di Blanche in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, «sofferto» come se fossero parole dettate dalla sua anima. Con personalità e passione si cimenta, «debuttante» di lusso, nell'agone canoro chiamando in causa Brecht, Gaber o Glenn Miller e con Sola me ne vo che, pur non essendo proprio una canzone lietissima, rinfresca la giovinezza sua e del pubblico. Che sta al gioco, anche se lo show non ha l'amalgama perfetto. Troppe le mani che vi hanno lavorato: le sue, quelle di Vincenzo Cerami, di Riccardo Cassini e di Giampiero Solari, pure regista che opera con abilità, ma senza quel fil rouge che ci vorrebbe. Anche se la fattura è elegante e insolita la scenografia, con ben realizzate proiezioni su schermi ovali che servono anche da specchio, e da cui schizza via un'orchestra virtuale. Dal vero, invece, i sei boys ballerini che in tenuta da Robocop con occhialini scuri le ronzano intorno - vagamente inquietanti le coreografie di Luca Tommassini- caricandola di energie.

Domenico Rigotti

{2jtoolbox_content tabs id:1 title:www.Sipario.it, 2007}

Se qualcuno non crede che il teatro sia magia, di sicuro cambierà parere assistendo allo spettacolo Sola me ne vo… Il mago è Mariangela Melato, dall’inizio alla fine si trasforma in cento personaggi, cambia atteggiamenti, tonalità, espressioni, perfino la voce. Le basta una battuta o un gesto e voilà, il gioco è fatto. Attrice, ballerina, cantante, protagonista di scene drammatiche e comiche, di trascinanti tip tap o di languidi tanghi danzati con lo stesso ritmo dei danzatori suoi partners, Mariangela non smette un attimo di affascinarci. Questo "One Lady show" rivela che abbiamo una straordinaria attrice, la più grande della scena italiana, capace di qualsiasi metamorfosi, in cui mette la stessa bravura e lo stesso impegno che mette nei suoi spettacoli. C’è solo un piccolo appunto da fare, volendo la perfezione, ed è sulle chiacchierate a volte un po’ lunghe, che Mariangela offre tuttavia con molta spontaneità e tono leggero, raccontando episodi della sua vita e della sua carriera. Il filo conduttore, ispirato dalla celebre canzone del titolo, è la solitudine, cui lei nella vita si è votata per porre al di sopra di tutto il teatro. Attorniata da sei bravi danzatori, accompagnata dalla musica in scena eseguita da Lorenzo Capelli e da un’orchestra in video, l’attrice si muove tra le luci di tre grandi specchi, unico elemento scenico, regalando suggestioni, sorrisi e divertimento.

Etta Cascini

MA QUESTA MELATO È AUTOBIOGRAFICA O GIOCA CON LA VERITÀ?

È quasi una legge di natura. Giunto allo zenit di una carriera tra le più prestigiose, il divo sente l’esigenza di raccontarsi. Comincia così a dipanare il gomitolo della sua privacy trasformando l’aneddoto pungente tutt’uno al più realistico dato di fatto in una fiaba di cui è l’interprete e l’autore. Quasi l’attore, vittima di una sindrome regressiva, sentisse il bisogno di tornare alle origini del suo strano mestiere, che è quello di comunicare emozioni servendosi di un linguaggio che non è il suo e di un portavoce chiamato personaggio col quale intrattiene un rapporto di amichevole e sofferta distanza.
Ciò che oggi capita a Mariangela Melato non è quindi una novità. Mentre è inedito l’approccio scelto dalla nostra straordinaria commediante di proporsi alla platea. Si comincia infatti con Mariangela che occhieggia alla ribalta e, scostato il sipario, ci avverte sorridendo che assisteremo a una marachella di nuovo genere. «Vi dirò qualcosa di me - promette - ma non aspettatevi che vi dica proprio la verità». Vi basti, fa capire, ciò che vi dirò e sarà già tanto se, dietro alle mie parole, indovinerete se recito il falso o fingo di raccontarvi il vero. Subito dopo, a bizzarro commento dello show, vediamo la star impegnata in un frenetico tip-tap crollare esausta in poltrona e dialogare asprigna e sarcastica con la propria immagine che emerge da un ovale a specchio simile a quello della regina Crimilde. Solo che, stavolta, il primo piano televisivo che vomita questo riflesso è il volto di Mariangela nelle vesti di Fedra. Cioè un’immagine di teatro che viene ferocemente smontata da lei stessa mentre la guarda. E via così. Tra un omaggio a Gaber uomo di sinistra, alcune belle canzoni e parecchie danze indiavolate qua e là punteggiate da ricordi d’infanzia, citazioni dei suoi inizi, omaggi in filigrana a Visconti e Fo e il ricordo struggente di una Milano che non c’è più ma che ancora ci tenta, irraggiungibile come una cometa. Tra applausi a non finire e scherzosi inviti a raggiungerla in camerino per altre confessioni.
SOLA ME NE VO - di Cerami, Cassini, Melato e Solari Regia di Giampiero Solari, con Mariangela Melato. Milano, Teatro Nuovo, fino al 18 febbraio.

Enrico Groppali

Ultima modifica il Giovedì, 26 Settembre 2013 08:49

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