giovedì, 18 agosto, 2022
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TRILOGIA DELLA SIGNORA K - regia Cristina Crippa e Elio De Capitani

Trilogia della signora K Trilogia della signora K Regia Cristina Crippa e Elio De Capitani

L'Analfabeta / L'ora Grigia / La chiave dell'ascensore
di Agota Kristof

regia: Cristina Crippa e Elio De Capitani
scene e costumi: Ferdinando Bruni
con Cristina Crippa, Elio De Capitani / Gabriele Calindri, Elena Russo Arman, Jean-Christophe Potvin
violino: Stefania Yermoshenko
luci: Nando Frigerio, suono: Jean-Christophe Potvin
Milano, Teatro dell'Elfo, dal 27 maggio al 22 giugno 2008

Corriere della Sera, 1 giugno 2008
Panorama, N. 24 2008
La Stampa, 31 maggio 2008
Folgorata da Agota Kristof

Al contrario dell' opera lirica, del romanzo e del film, che si distendono nel tempo e che, proprio per questo, per il tempo, sono arti emotive, la poesia e la drammaturgia, che del tempo sono puri distillati, appaiono arti intellettuali. A maggior ragione, un' arte intellettuale è il teatro. Essa, poiché interpretativa, cioè critica, è un' arte la cui arte, mi si perdoni il bisticcio, consiste tutta nel non cadere nell' intellettualismo, vale a dire nell' abuso o nel difetto di intelligenza. Leggendo il programma di sala di Trilogia della Signora K (coregisti Elio De Capitani e Cristina Crippa) mi ha colpito una nota di quest' ultima. La Crippa, che dello spettacolo e con De Capitani e con Elena Russo Arman, anche l' interprete - proprio come Mariangela Melato, di cui ho riferito la scorsa settimana a proposito de Il Dolore di Marguerite Duras - racconta del suo incontro con la scrittrice svizzera di lingua francese ma di origine ungherese. Due incontri, il suo con Agota Kristof e quello della Melato con Il dolore, casuali e folgoranti. Entrambe queste due nostre brave attrici ci si mostrano come madonne trafitte da un raggio di luce, con le mani sul petto, con la testa china. Impossibilitate a liberarsi dal sacro fardello. Non a caso, reagiscono allo stesso modo. Ma il problema non è la loro personale bravura o il grado di eccellenza dell' una o dell' altra: attori bravi in Italia ce ne sono mille, o diecimila se si considerano i disoccupati. Il problema è che uso si fa di ciò che si sa fare. Ubbidienti alla folgorazione, la Melato e Crippa si comportano di conseguenza. Vogliono folgorare noi, gli spettatori. Avvertono l' urgenza di comunicare quanto è toccato loro in sorte, che incontro meraviglioso abbiano fatto, rivivere il miracolo. Ma lo spettatore, per definizione incredulo, apatico o rallegrato del proprio destino, d' esser sulla riva mentre gli altri naufragano, lo spettatore resiste. Non si fa coinvolgere. Più la Crippa mobilita le proprie risorse, oserei dire il proprio repertorio, più aumenta in noi il distacco, se non la malvagità. Tranquilli come siamo, fino alla prostrazione, andiamo misurando il divario (di qui l' intellettualismo) tra la cosa e la valutazione della cosa. La cosa, nella fattispecie Agota Kristof, o questi suoi tre testi, un racconto autobiografico, L' Analfabeta, tradotto da Letizia Bolzani, e due brevi atti unici, L' ora grigia e La chiave dell' ascensore, tradotti da Elisabetta Rasì, la cosa, dicevo, e d' una modestia imbarazzante. Con un solo testo davvero notevole, il suo primo, Il grande quaderno, la Kristof è diventata una scrittrice di culto, forse perché resta sia misterioso che attraente l' anello di congiunzione tra il suo cosiddetto nichilismo e la presunta origine di esso, che lei viveva in Ungheria, nei tirannici dominii ideologici. Sta di fatto che tanto più anodina, o spoglia, o elementare è la sua nuova lingua, il francese, tanto più la Crippa e la Russo Aslan spingono il pedale espressivo, ora quello grottesco, ora quello buffonesco, ora quello parodistico. Peggio di tutto il gran finale, quando la Crippa si presenta come iperbolica vittima di un marito che sembra schierato in prima linea nella guerra di protezione della moglie, della sua femminile fragilità. Qui la Crippa dà fondo alla sua consumata arte debordante. Invece di abbassare il tono, lo alza in continuazione, incrementando in noi l' effetto di svagatezza e indifferenza. Segnalo come più straordinario di tutto, in questo spettacolo, che ognuno dei tre pezzi duri esattamente 35 minuti.

Franco Cordelli

I sentimenti impossibili della signora K

Lui gioca col coltello, lei coi sogni che s'inventa per farlo contento, a pagamento s'intende: tra il ladro e la prostituta protagonisti dell'Ora grigias'innesca un saliscendi sadomaso sull'orlo d'un sentimento possibile, sempre negato in extremis. Finché un colpo di pistola sul far dell'alba fa da terzo incomodo, virando la storia a una conclusione imprevista. L'ora grigiaè il segmento più riuscito della Trilogia della signora K (all'Elfo di Milano fino al 22 giugno), che Cristina Crippa ed Elio De Capitani hanno dedicato da registi e interpreti alla musa inconciliata di Agota Kristof. Nella duttile scenografia di Ferdinando Bruni, come un libro da sfogliare, le parole crude della scrittrice tessono nell'Analfabeta l'agra trama del forzato dispatrio, linguistico e umano, dall'Ungheria natale. La chiave dell'ascensore è la favola nera d'una donna murata viva in se stessa dal sadismo del marito; ma davvero è solo lui il carnefice? Il sospetto s'insinua col graffio sonoro del violino di Stefania Yermoshenko: fiorito stridore che contrappunta d'angoscia l'intero spettacolo. Ma non annulla l'impressione che il vero teatro di Kristof sia la pagina scritta.

Roberto Barbolini

La storia della Signora K e del suo feroce amore

A 21 anni Agota Kristof (n.1935) scappò dall'Ungheria stalinista dov'era nata e cresciuta in un piccolo borgo senza elettricità e senza acqua corrente, e dopo un'esperienza in campo profughi austriaco fu accolta in Svizzera. Qui lavorò a lungo in una fabbrica di orologi prima di imparare partendo da zero una nuova lingua, e in questa diventare scrittrice. O meglio, ridiventarlo: perché, unica della sua poverissima famiglia, aveva sempre nutrito per la letteratura una vocazione addirittura feroce. A quattro anni il nonno la esibiva facendole leggere il giornale in pubblico, né la successiva esperienza delle sinistre scuolette rurali (freddo, fame, lezioni obbligatorie di russo) la distolse mai dalla passione per leggere qualunque cosa, e scrivere in ogni momento libero.

Le vicissitudini di quell'infanzia e adolescenza travagliate eppure a modo loro luminose sono rievocate in un collage di scritti autobiografici intitolato L'analfabeta, ridotto ora per il palcoscenico da Cristina Crippa come primo elemento di una Trilogia della signora K, completata da due testi nati invece per la rappresentazione, L'ora grigia e La chiave dell'ascensore (tradotti questi da Elisabetta Rasy, mentre la prosa dell'Analfabeta è di Elisabetta Bolzani). Curiosamente, o forse no, dei tre lavori il più appassionante all'ascolto risulta proprio il primo. Sì, qui la regia della stessa Crippa e di Elio De Capitani è briosa e inventiva, con due attrici vestite da bambine, grembiule nero e basco (la Crippa, e la giovane Elena Russo Arman) sdoppiantisi nella protagonista-narratrice ed eseguenti evoluzioni tra bauli che aprendosi e chiudendosi evocano vari ambienti più o meno rustici; ma anche negli gli altri due episodi l'allestimento, firmato dagli stessi, è squisito, né pare meno efficace la scenografia di Ferdinando Bruni, con un gioco di fondali semitrasparenti color crema alzati e abbassati a mo' di vele, soavemente illuminati dalle luci di Nando Frigerio e movimentati da elementi mobili come un grande letto. Solo, quando scrive per il teatro la Kristof ignora, certamente di proposito, una delle grandi regole non scritte del dramma, ossia che l'azione deve procedere verso una meta.

In entrambi i casi infatti abbiamo una situazione di stallo: l'incontro squallidissimo tra una vecchia prostituta e un vecchio ladro, suo cliente abituale, che troppo logori ormai per fare altro si limitano a rivangare le occasioni perdute per costruirsi un rapporto più soddisfacente; e il monologo di una donna imprigionata dal marito in una torre. Sarcasticamente paragonata a una principessa che ha trascorso la vita nell'attesa dell'amante, questa in realtà è stata segregata da un uomo che ostentando sollecitudine per lei le ha fatto perdere progressivamente l'uso di gambe, occhi e orecchi, rendendola un fantoccio di puro dolore. Ora, entrambi gli apologhi, sia quello più vivace sia quello più pesantemente simbolico, sono consegnati come meglio non si potrebbe, mediante maiuscole interpretazioni della Crippa coadiuvata in un caso da un ironico, spiritoso De Capitani, con l'accompagnamento di una geniale violinista russa, Stefania Yermoshenko. Tuttavia durante L'ora grigia nasce un sospetto di non-progresso, di cane che si insegue la coda - insomma, di ripetitività - che ahimè diventa poi monotona certezza durante l'ultima pièce del trittico; terminato il quale (e i 100' senza intervallo) gli interpreti vengono ineccepibilmente festeggiati.

Masolino d'Amico

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 07:01

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