lunedì, 20 novembre, 2017
Sei qui: Home / Attualità / DAL MONDO / Visualizza articoli per tag: I_Fatti
Lunedì, 20 Novembre 2017
Pubblicato in Interviste

Talento affermato fra i più apprezzati nel mondo, il soprano Eleonora Buratto ha mietuto meritati allori nel corso di un 2017 impegnativo, sui palcoscenici di tutto il mondo. Il 2018 la vedrà finalmente di nuovo protagonista anche in Italia, nell'ambito delle celebrazioni rossiniane, ma anche grazie ad un progetto discografico cui sta lavorando in questi mesi. Sul portale di Sipario racconta le emozioni e le sfide che affronta ogni giorno per amore dell'arte.

Si sta per concludere un 2017 ricco di soddisfazioni artistiche, ottenute in particolare all'estero. Cosa si porterà dentro di quest'annata così densa di esperienze e successi?
È vero, quello che sta per chiudersi è stato un anno straordinario che è iniziato nel mese di febbraio cantando Micaela nella Carmen della Lyric Opera of Chicago e si sta chiudendo alla grande ad Amsterdam dove canto Mimì per tutto il mese di dicembre. In mezzo c'è stata un'altra Mimì a Zurigo, un'altra Micaela a Madrid e un debutto di ruolo importante: sono stata Donna Anna al Festival di Aix-en-Provence. E non è tutto, visto che finalmente ho cantato sotto la direzione di Michele Mariotti, uno dei giovani direttori italiani più apprezzati. È anche un mio amico e da anni cercavamo l'occasione per lavorare insieme ed è arrivata dal San Carlo di Napoli, il programma era fantastico e mi ha permesso ben due debutti, Vier letzte Lieder di Richard Strauss e la Quarta Sinfonia di Mahler. Una grande emozione musicale, un'incursione nel sinfonismo che mi piace e mi arricchisce come musicista. Come se non bastasse, a settembre ho debuttato nello Stabat Mater di Rossini con i complessi corali e orchestrali del Teatro Real di Madrid diretti da Ivor Bolton. Qui l'emozione era vertiginosa, il capolavoro di Rossini cantato nella Cattedrale di Toledo. Quando canti in luoghi del genere, ti rendi conto che stai avendo un privilegio e dai il massimo.

Nel 2018 la vedremo calcare più assiduamente le scene italiane. Al centro dei suoi impegni professionali le celebrazioni rossiniane a Roma. Quali emozioni ci regalerà per questo importante appuntamento?
Sono felice di esibirmi nel mio Paese e soddisfatta di partecipare alle celebrazioni rossiniane. Canterò nello Stabat Mater diretto da Myung-whun Chung con l'Orchestra e il Coro dell'Accademia di Santa Cecilia, per tre sere consecutive, dal 27 al 29 aprile, al Parco della Musica. Il primo dei tre concerti verrà ripreso dalla Rai. È bello che l'anniversario così importante di un musicista che ha contribuito alla grandezza della musica come pochi altri e che è amato e rappresentato in tutto il mondo, venga proposto anche al più ampio pubblico televisivo. Aspetto questi tre concerti con una particolare impazienza, è un grande onore lavorare con i complessi di Santa Cecilia e un'occasione magnifica quella di essere diretta per la prima volta dal M° Chung.

Rispetto alle difficoltà che i teatri vivono in Italia, com'è la situazione del settore lirico all'estero? C'è una maggiore sensibilità da parte delle istituzioni pubbliche nel sovvenzionare e sostenere teatri e compagnie?
Purtroppo le differenze ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. Io ho un'agenda fitta per i prossimi anni, canterò soprattutto all'estero. Dappertutto, tranne che in Italia, programmano per tempo e si assicurano così i cantanti e i direttori desiderati. È chiaro che dipende dal fatto che all'estero hanno più soldi o forse più certezza delle entrate, però sono anche capaci di inventarsi strategie che fanno interagire il teatro con i mecenati. Ad Amsterdam a novembre, durante il periodo delle prove della Bohème, ho cantato con il collega Massimo Cavalletti durante un evento di fund raising dedicato ai grandi sponsor dell'Opera olandese. Ecco, io l'ho trovato molto simpatico, i donatori hanno potuto vedere e ascoltare in anteprima quello che viene fatto con il loro contributo, il teatro scintillava più del solito e tutti erano orgogliosi di lavorare per una causa necessaria.

I suoi prossimi ruoli dove la porteranno?
Qualche volta in Italia (inizierò il 2018 cantando Mimì al San Carlo di Napoli), più spesso all'estero. L'anno lo chiuderò debuttando al Covent Garden di Londra. In mezzo o subito dopo mi aspettano debutti esaltanti come quelli di Luisa Miller e di Elettra nell'Idomeneo di Mozart e altri che sto definendo proprio in questi giorni. Rispetto la mia voce e il pubblico, perciò intendo accettare solo i ruoli che al momento sono giusti per me. Al mio repertorio ogni anno aggiungo qualche nuovo ruolo, i prossimi traguardi saranno Fiordiligi, Maria Stuarda e Desdemona. Subito dopo, Elisabetta di Valois e Leonora. In mezzo, mi auguro, anche tanta musica per voce e orchestra.

Ha progetti discografici?
Uno a breve e al quale tengo moltissimo. Io e il pianista Nazzareno Carusi stiamo per incidere una scelta di Romanze di Tosti e di Alfano. Un repertorio bellissimo, profondo, su testi di poeti come D'Annunzio e Tagore. Io e Nazzareno, un pianista meraviglioso con il quale c'è un'intesa perfetta, abbiamo già debuttato questo programma alla Wigmore Hall di Londra e subito dopo lo abbiamo eseguito nella mia Mantova.

Lunedì, 20 Novembre 2017
Pubblicato in Interviste

Incontro il M° Salvatore Percacciolo a Catania, al termine delle recite del Don Giovanni di Mozart, che lo hanno visto sul podio del Teatro Massimo Bellini dal 13 al 20 ottobre 2017.

M° Percacciolo, lei è siciliano, ma vive a Berlino. Ho avuto il piacere di conoscerla ad Agrigento, quando, giovanissimo, ha diretto il concerto di riapertura del Teatro Pirandello alla grande Musica. Come mai questa scelta di lasciare la Sicilia, l'Italia addirittura?
Devo dirle la verità? (ride, n.d.r.) La scelta di lasciare l'Italia è nata da un colpo di fulmine, non per la Germania, paese che rispetto ed apprezzo soprattutto per il senso civico e per come trattano l'aspetto culturale in generale, ma per mia moglie: quando la conobbi viveva già in Germania da diversi anni e quindi ho voluto seguirla per vivere questa nuova esperienza facendomi trasportare solo dall'amore. Ad oggi le posso dire che sono felice della decisione non solo perchè ho avuto modo di imparare un'altra lingua e vivere in una città culturalmente stimolante, ma perchè credo di aver avuto modo di crescere anche musicalmente, godendo della possibilità di assistere a prove e concerti di tutti i più grandi direttori e solisti del momento. Detto ciò non posso nasconderle che io amo il mio Paese, l'Italia, e quindi la Sicilia, terra straordinariamente attraente, e mi sento più Italiano quando sono a Berlino che quando rientro in Italia. In poche parole non mi piace fare l'italiano all'estero, piuttosto mi sento figlio della cultura italiana con una grande apertura e curiosità verso tutte le altre culture del mondo.

Suo Maestro è stato il grande Lorin Maazel: io stessa la intervistai in proposito. Un ricordo del grande Direttore da parte sua, oggi...
Il Maestro Maazel era una persona incredibile. Ogni musicista che abbia avuto modo di suonare sotto la sua direzione inizierà a parlarle di lui dicendo che era il Maestro con la tecnica direttoriale più "perfetta" con il quale abbia mai lavorato. Ma Maazel era molto di più di questo: oltre ad essere un gigante del podio, suonava benissimo il violino ed era un compositore molto raffinato, parlava sette lingue ed era laureato in filosofia. Io ebbi la fortuna di conoscere anche il lato estremamente umano e sensibile del Maestro. Ricordo con grande affetto i momenti trascorsi insieme al Festival di Castleton, negli Stati Uniti tre anni fa, e soprattutto la sua generosità. Da lui non solo ho imparato tantissimo come direttore, ho ricevuto conforto, fiducia e umanità, ma anche il complimento più bello della mia vita: "Stai fraseggiando in un modo incredibilmente nobile"... Fu una delle ultime volte che sentii la sua voce.

Lei ha appena finito di dirigere a Catania giusto il Don Giovanni, che diresse a Castleton. La sua mente e il suo cuore, dunque, sono tornati a quei momenti...
Certo! Il Don Giovanni a Castleton partì solo qualche giorno prima, nel senso che iniziai a dirigere l'opera solo dall'antegenerale, proprio quando il Maestro Maazel, a causa delle sue precarie condizioni di salute, decise di affidarmi la produzione. Il mio entusiasmo e la felicità erano alle stelle, soprattutto per il fatto che fui accompagnato per "mano" alla prima dell'opera dal Maestro, il quale per seguirmi si fece installare una videocamera in buca e dal suo appartamento seguì le prove in streaming. Ad ogni pausa una macchina mi apettava fuori dal teatro per portarmi a casa del Maestro il quale continuava a darmi consigli e ad istruirmi. Furono dei giorni pazzeschi, mi sembrava di vivere in uno di quei film americani dove la realtà sembra essere un sogno. Uno dei figli del Maestro mi raccontò che durante la prima dell'opera, all'attaco in piano degli archi nell'aria di don Ottavio "Dalla sua pace", il padre si commosse.

Ama dirigere in particolare quest'opera di Mozart? E se sì, perché?
Adoro dirigere l'opera mozartiana. E' come muoversi all'interno di uno spazio sonoro perfetto dove il divino ed il terreno si fondono insieme in un costante equilibrio espressivo, malinconico, comico, drammatico.

Cosa è cambiato da quell'esperienza operistica?
Beh, prima di tutto sono cambiato io. Un'interpretazione musicale dipende da diversi aspetti, uno su tutti la conoscenza della partitura che, nel caso del Don Giovanni, oggi per me è più "vecchia" di 3 anni, la stessa età, quasi, di mia figlia. L'essere padre, così come tutte le esperienze umane forti, credo influisca molto sul modo di affrontare una partitura.

Il Don Giovanni è stata la prima opera da lei diretta?
No, la prima opera che diressi fu Tosca al festival Puccini di Torre del Lago esattamente 10 anni fa, avevo 27 anni. Dirigeva il Maestro Carminati ed io diressi l'ultima recita della produzione. Fu un'esperienza unica perchè non solo era il mio debutto nell'opera, ma diressi l'opera senza aver fatto una prova con l'orchestra e anche a memoria. E' stata una bella serata!

Come si è trovato a Catania alla guida di un'orchestra di tradizione come quella del Teatro Massimo Bellini?
L'Orchestra del Bellini è un'ottima compagine. Ho avuto la fortuna di lavorare con i professori catanesi lo scorso anno per il tradizionale concerto in onore di S. Agata. In quei pochi giorni trascorsi insieme si è instaurata una vera e propria empatia musicale che ho subito ritrovato alla prima prova di questo Don Giovanni. Molta disponibilità, professionalità e voglia non solo di lavorare, ma di far sempre meglio. E poi bisogna riconoscere loro che hanno un bellissimo suono italiano con una grande flessibilità e sensibilità nell'accompagnare le voci.

Lei ama Bellini? Le piacerebbe dirigere un'opera belliniana a Catania? L'orchestra catanese si distingue nell'esecuzione dei capolavori belliniani: sarebbe una bella esperienza...
Bellini è un grandissimo compositore, purtroppo non abbastanza supportato dalle istituzioni locali. Basti pensare ad un'altro grande operista italiano, Rossini e vedere quello che è stato fatto per lui a Pesaro. Noi in Sicilia non abbiamo avuto questa cura nei confronti del nostro genio di casa. Detto ciò, certo che mi piacerebbe dirigere una sua opera e ancor più nella sua città natale.

Prendendo spunto da Bellini, spesso vittima di esecuzioni in cui i dati agogici vengono alterati arbitraramente, cosa pensa in generale della resa dei "tempi" e dello "stile" di ogni autore dal punto di vista del direttore d'orchestra?
L'esecuzione musicale, l'interpretazione sono due aspetti che nascono dallo studio analitico e minuzioso della partitura. E' chiaro che bisogna prendere delle decisioni, ma queste non possono non essere in relazione con quanto ci sia scritto sulla partitura. Bisogna sempre pensare che noi interpreti siamo al servizio dei grandi Maestri e non, al contrario, utilizzare la musica dei grandi Maestri per nutrire il nostro ego o piacere al pubblico.
Per quanto riguarda invece la scelta dei tempi questo dipende da molti fattori. Il tempo oltre che con l'acustica della sala è in stretta relazione con il suono che si ha in mente e con l'articolazione. Ad esempio, se si suona un brano alla stessa velocità, ma una volta con un'articolazione corta e una volta con un'articolazione più lunga, in generale si percepisce il primo più veloce del secondo, pur avendo in entrambi i casi la stessa velocità, lo stesso metronomo. Questa cosa è tipica della musica italiana dell'800. Spesso si sente un accompagnamento o un tema molto snello, frizzante, quando invece sul palcoscenico abbiamo una scena drammatica. Nella maggior parte dei casi basterebbe un tantino allungare l'articolazione per rendere meno "comica" la musica e quindi supportare in maniera adeguata quanto si svolge sul palcoscenico.

Colore orchestrale, dinamiche, volume: come governa questi fattori nell'opera in generale, rispetto al dover coordinare contemponeamente buca e palcoscenico?
Il colore orchestrale è in relazione alla tonalità. Basti pensare agli accordi iniziali dell'ouverture del Don Giovanni. Mozart non solo ci dice che siamo in re minore, ma stabilisce fin da subito un colore che permane per gran parte dell'opera. Le dinamiche anche queste sono molto relative, in partitura c'è scritto "forte", "piano", ma quanto forte o quanto piano non è scritto: dobbiamo percepirlo noi così come avere la sensibilità di cercare di non coprire mai le voci. Credo però che se un direttore mette i professori d'orchestra nelle condizioni di ascoltarsi tra di loro e quindi di ascoltare i solisti, difficilmente si avranno dei problemi di bilanciamento. Non bisogna mai dimenticare che i musicisti di un'orchestra sono delle persone sensibili tanto quanto noi, che recepiscono con molta ricettività.

Quale autore desidererebbe dirigere, tra i grandi operisti italiani, ovvero, quale sente di più nelle sue corde e perché. E tra gli stranieri?
Mi piacerebbe dirigere Verdi, compositore che amo moltissimo. "Pianse ed amò per tutti" scrisse D'Annunzio. Verdi parla direttamente al cuore delle persone, senza filtri. Ti abbraccia e ti conforta con la sua straordinaria umanità, ti scuote con il suo feroce senso drammatico, ma nello stesso tempo si burla di tutti noi. Fantastico! Tra gli stranieri, direi Wagner. Il suo affascinante mondo mitologico e la ricerca della felicità attraverso l'eterno femminino sono dei temi troppo importanti per non approfondirli attraverso la magnificenza della sua musica.

In particolare, quale opera le piacerebbe dirigere più di ogni altra?
Anche domani: Rigoletto!

Sappiamo che lei è un musicista che ama spaziare anche nella musica moderna...
A me piace la musica in generale, senza spazio e senza tempo, nel senso di periodo storico, ed il mio motto è "sono alla ricerca del bello, tutto il resto è attesa". E' proprio in questi momenti di attesa che bisogna cercare anche un raggio di luce nei meandri più oscuri. Certo che, per fare un esempio, la musica di Bach è bella ed ha un'aspetto sovrannaturale che non si trova in altri compositori, ma non si può far finta di vivere l'ambiente musicale dell'epoca e utilizzare i social network allo stesso tempo. Piuttosto credo si tratti solo di un fatto di educazione all'ascolto. Le faccio un altro esempio: se una persona ha sempre e solo ascoltato musica del periodo barocco, quando la stessa persona ascolterà la nona sinfonia di Mahler per la prima volta magari la rigetterà, proprio perchè gli mancano 300 anni di storia della musica in mezzo. Quindi se le cose vengono fatte passo dopo passo credo che si possa arrivare ad accettare la contemporaneità senza paura. Certo che ci sono anche delle brutte composizioni moderne...ma forse c'erano anche secoli fa, moderne per allora...Non lo sappiamo perchè il tempo le ha emarginate e quindi non sono arrivate fino a noi.

Programmi per il futuro e un sogno nel cassetto...
I programmi per il futuro sono diversi, ma non voglio ancora svelarli per scaramanzia. Il sogno nel cassetto? So dov'è il cassetto, ma non l'ho ancora aperto...

Le auguriamo di cuore di aprirlo al più presto: grazie Maestro Percacciolo. La aspettiamo di nuovo a Catania per il Concerto sinfonico che dirigerà nell'aprile 2018.
Grazie, sarà di nuovo un piacere.

Domenica, 19 Novembre 2017
Pubblicato in Interviste

In forte ripresa dopo l'infortunio avvenuto in scena il 29 giugno durante un gala di fine stagione a Vienna, che lo ha tenuto fermo per alcuni mesi, Davide Dato è più che mai carico di energia, di voglia di tornare a ballare. E pieno di progetti. Solare, positivo, umile, con una grande carica umana e comunicativa che lo rende una persona affabile, il ventiseienne danzatore biellese, classe 1990, è uno dei nomi che da qualche anno si è imposto sulla scena internazionale. Personalità carismatica, dotato di grande tecnica, versatilità e presenza scenica, talento innato dalla musicalità insita, da maggio 2016 è primo ballerino al Wiener Staatsballett, carica conferitagli dopo una rappresentazione del Don Chisciotte, versione coreografica di Rudolf Nureyev. Nella scuola della prestigiosa istituzione austriaca, ha iniziato la sua vera formazione - dopo una breve esperienza alla School American Ballet di New York -, e dal 2008 è entrato stabilmente nella Compagnia.

VerklungeneFeste-Chor.Neumeier

Si comincia sempre col rievocare gli inizi, di come nasce la passione per la danza. Parliamo dei dettagli.
Ballavo fin da piccolo insieme a mia sorella Greta. Di recente ho rivisto delle video cassette di allora, e mi sono stupito io stesso nel vedere quello che facevo. Mi improvvisavo anche mago nel teatrino della parrocchia. E mi filmavo immaginandomi in una trasmissione televisiva. Era la musica a farmi muovere. Appena la sentivo cominciavo a ballare. I miei genitori, visto che non stavo mai fermo, mi avevano fatto frequentare, a 7 anni, un corso di teatro per bambini dove sono stato per un anno. Poi ho cominciato con i balli caraibici e l'hip hop, sempre con mia sorella. Facevamo le gare e viaggiavamo molto. In paese eravamo famosi. Ad un certo punto mi ero stancato. Non mi piaceva più. Mi chiedevo quale sarebbe stato il mio futuro. Più avanti, nel frattempo, con mia sorella e un altro ragazzino avevamo creato un gruppo musicale. In estate giravamo sui palcoscenici delle spiagge. Fui notato dalla presentatrice che sollecitò i miei genitori di iscrivermi ad una scuola seria, consigliando il M.A.S. di Milano. I miei, pur non avendo nessuna dimestichezza con lo spettacolo, acconsentirono. Fu un grande passo. La scuola offriva una formazione a 360 gradi: recitazione, canto, diversi stili di danza, e collaborazioni anche con la televisione e il mondo della pubblicità. Tutto questo mi eccitava. È così che ho cominciato, approfondendo di più, in seguito, il balletto classico studiando quotidianamente con il Maestro Ludmill Cakalli. E tentare, poi, le audizioni.

Prima di decidere per l'Opera di Vienna c'è stata un'audizione alla scuola del Rudra di Losanna con Maurice Bejart...
Sì, con lo stesso Bejart che mi disse subito che mi avrebbe preso. Ma al Rudra, che durava due anni, si studiava soltanto il suo repertorio. Inoltre si era di età molto diverse, dai 15 ai 21 anni. Tutto questo mi lasciava perplesso. Io invece volevo costruirmi una forte base classica. Scelsi di provare a Vienna dove, nel frattempo, avevo inviato un video per una audizione. Per un disguido la videocassette non fu visionata perché era andata a finire nel dipartimento sbagliato. Dopo un mese la direttrice di allora mi convocò ugualmente insieme ad altri ragazzi. Superai la prova e così fui ammesso al sesto corso della Scuola con una borsa di studio. Dovevo anche completare gli ultimi tre anni di studi al liceo, e non è stato facile anche per via della lingua tedesca che ho dovuto imparare. Sono stati anni massacranti, di grandi sacrifici. Avevo 15 anni.

E in quel periodo, per via dei momenti difficili, non ti era venuta voglia di mollare?
Mai. In certi momenti difficoltosi avevo voglia di mollare il liceo, ma mai la danza. Non sentivo neanche la mancanza della mia famiglia, che invece, adesso, sento molto. Ai miei genitori sono molto grato per avermi sempre appoggiato e sostenuto, ed è stata una grande soddisfazione aver dimostrato loro che tutto quello che hanno fatto per me, non solo a livello economico, è stato ripagato.

Dopo 2 anni di scuola sei diventato apprendista, poi confermato con un contratto nel Corpo di Ballo, successivamente, dopo un anno e mezzo, nominato demisolista, quindi, solista e infine principal. In tutto sono trascorsi 12 anni. Si può dire che hai bruciato le tappe per arrivare a étoile...
Potrebbe sembrare, ma non mi sento di avere bruciato le tappe. C'è ancora tanta strada da fare, ed io voglio migliorarmi molto artisticamente e tecnicamente. Mi mancano alcuni ruoli del grande repertorio. Con la direzione di Manuel Legris ho ballato tanti pezzi diversi, classici e contemporanei, perché il repertorio all'Opera di Vienna è vario e le produzioni sono molte, anche 13 in una sola stagione.

Lensky-Onegin-Chor.Cranko

Quali sono stati fino ad oggi gli incontri più importanti, quelli che ti hanno segnato, formato?
Tutte le persone che hanno segnato il mio percorso, hanno influito nella mia vita facendomi fare ogni volta un passo in avanti e crescere. Ho una particolare gratitudine per Legris, il mio attuale direttore, anche se all'inizio non è stato semplice con lui. Quando arrivò alla direzione del Corpo di Ballo promosse subito 12 danzatori a demisolista, escludendomi. Con lui è stata reintrodotta la posizione di primo ballerino, che era stata cancellata da un precedente direttore. Il solista coincideva allora con il primo ballerino. Non avendomi promosso ci rimasi male. Forse aveva un'idea sbagliata di me per il fatto che l'anno prima mi avevano proposto di partecipare come concorrente alla trasmissione Amici, il programma di Maria De Filippi ed io avevo un po' esitato prima di dire di no. Per questo motivo pensavo quindi di non piacergli, anche se a inizio stagione mi affidava comunque dei ruoli importanti. Morale della favola è che mi ha fatto sudare molto, e quando ha compreso il mio modo di lavorare mi ha premiato fino a diventare solista e primo ballerino.

Quindi l'idea di partecipare ad Amici ti aveva attratto?
Da piccolo la guardavo pensando che un giorno mi sarebbe piaciuto parteciparvi. Poi a 19 anni avevo già un'altro pensiero. La mia indecisione derivava dall'idea di non volermi restringere, ma aprirmi a nuove esperienze artistiche. Sono così in tutto: mi stufo abbastanza velocemente di una cosa, e sono attratto da altre diverse. Mi piace sperimentare e scoprire cose nuove.

Tra le esperienze diverse con le quali ti sei misurato c'è anche la pubblicità e la moda, testimonial per importanti brand, fra cui una nota marca di caffè e di automobile, oltre ad una partecipazione in un corto cinematografico, Insane Love, con Clara Alonso, la Angie della serie Violetta. 
Sono tutte proposte arrivate sempre con molta naturalezza, senza mai cercarle. Alcune di più e altre di meno si sono, comunque, rivelate esperienze positive. Mi piacerebbe farne di più. Certamente occorre dosarle, fare delle scelte oculate. Se ce qualità perché no? Credo comunque che queste "intrusioni" di un danzatore in altri campi, oggi, con la globalizzazione generale, sono accettate. Lo vedo anche nei social. Fino a qualche anno si storceva il naso quando i ballerini postavano le foto di sé stessi, autopubblicizzandosi. Oggi è normalissimo, ed io sono diventato uno di questi. Tra le esperienze che reputo importanti, e che mi piace fare, c'è anche il famoso Concerto di Capodanno, che è una delle entità più caratteristiche dell'Opera viennese. Si lavora con le telecamere e non con un pubblico vero e proprio. Spesso durante la Stagione facciamo tanti spettacoli molto più pesanti ma che rimangono comunque circoscritti dentro il teatro. Invece Il il mezzo televisivo ha un potere enorme perché così raggiunge milioni di persone. Il balletto di solito si registra ad agosto, e le immagini vengono trasmesse durante la diretta del Concerto. È un modo intelligente per raggiungere il grande pubblico.

Il successo, la visibilità, alimenta una forte esposizione di sé. Come vivi la notorietà? Che importanza dai a questo aspetto?
La notorietà, ovviamente, è una conseguenza del mestiere e appartiene inevitabilmente a tutti gli artisti. Certamente fa piacere, in certi casi, essere al centro dell'attenzione. È comunque una responsabilità, che porta innanzitutto a dover rispettare la propria immagine e pensare bene a quello che si fa.

Joseph-Chor.Neumeier

Tra i grandi nomi della coreografia, uno di questi è John Neumeier col quale hai avuto modo di lavorare.
Un mito per tutti noi, che conoscevo già ai tempi della scuola di ballo. Ho danzato in parecchi suoi lavori, ma non con la sua compagnia. Per l'Opera di Vienna ha creato appositamente La leggenda di Giuseppe, e poi ho danzato in Nijinskj, Vaslav, Bach Suite III. Sono stato scelto nella parte di Giuseppe e, felicissimo, ho potuto provare il ruolo con lui. L'approccio col suo lavoro è diverso da quello che fa normalmente un ballerino classico. Non è stato facile, e oggi lo affronterei sicuramente in modo diverso. Quel ruolo, comunque, lo sentivo dentro di me, e mi è piaciuto farlo soprattutto nella seconda stagione in cui lo abbiamo ripreso. Ero più sicuro. Tecnicamente è molto pesante e difficile, anche perché per 50 minuti non esci mai di scena. Alcune personaggi dei suoi balletti sono difficili da interpretare perché, credo, legati ai danzatori per cui li ha creati. Con Neumeier c'è molto lavoro mentale, che ti costringe a pensare. E questo arricchisce moltissimo. Nelle sue opere ogni movimento ha un significato forte, e attraverso di esso riesce ad esprimere concetti e pensieri ben precisi. È una persona alla quale ci si deve abbandonare. Devi credere in lui e seguirlo. Se non ci credi non funziona.

Basil-in-DonQuixote-Chor.Nureyev

Fra i balletti interpretati fino ad oggi ce n'è uno al quale sei particolarmente legato?
Sicuramente il Don Chisciotte di Nureyev, il ruolo più difficile che io abbia ballato; e anche Raymonda sempre di Nureyev, nel personaggio di Abderachmann, ruolo che mi ha portato fortuna in quanto, per questa interpretazione, sono stato nominato per il prestigioso "Prix Benois de la Dance" a Mosca, lo scorso maggio. Le coreografie di Nureyev sono toste, ed è sempre una sfida interpretarle. Però è una grande soddisfazione, un piacere e un orgoglio riuscire a farle. Ci si sente poi così forti che senti di poter ballare qualsiasi cosa. Un altro coreografo che apprezzo molto è John Cranko. Interpretare ruoli come Mercuzio nel suo Romeo e Giulietta, o Lensky nell'Onegin, mi hanno regalato molte emozioni.

E fra le creazioni contemporanee che hai danzato?
Mi piace molto Vertiginous Thrill of Exactitude di William Forsythe col quale ho avuto anche la possibilità di lavorare a Francoforte, grazie sempre a Legris. La considero una vera fortuna l'opportunità che mi è stata data considerando che, spesso, per montare le sue creazioni per una compagnia, sono i suoi collaboratori a farlo. Forsythe è uno che trasmette tanta energia e ti fa sentire bene con te stesso. Succede a volte che, dopo avere trascorso ore e ore in sala a provare dei passi che immagini in un certo modo, bastano poi magari tre minuti con la persona giusta che ti dice alcune cose dandoti un'energia diversa, e tutto cambia di colpo. Con Forsythe è stato così. Ricordo che focalizzava molto il fatto di dover dimostrare al pubblico quello che tu sapevi fare e non quello che non sapevi fare. Questo insegnamento spesso non è così chiaro per un ballerino, perché siamo abituati sin dalla scuola a sentirci dire diversamente.

Cos'è importante per essere un bravo ballerino?
È sempre la combinazione di diversi aspetti, ma indubbiamente il talento e il duro lavoro, la disciplina, la dedizione completa. E anche un po' di fortuna.

Si può dire che si balla prima con il cuore e la mente che con il corpo? Il corpo viene dopo?
Ho la sensazione, in generale, che si stia perdendo l'essenza della danza, perché si tende a valutare un ballerino anzitutto se è bravo tecnicamente. Nel balletto classico è facile cadere in questo. Magari uno gira e salta magnificamente ma poi lo metti a ballare con una musica e non sa muoversi. Se guardi i filmati dei grandi ballerini di un tempo si potrebbe osservare che forse erano meno puliti tecnicamente, però ballavano in maniera molto più musicale. Ovviamente ci sono oggi dei ballerini stupendi, però mi sembra che alcuni hanno perso un po' questo senso e si concentrano molto sull'estetica o sulla sola tecnica, che certamente è importante. Quando invece vedi che c'è l'anima in colui che danza, cattura subito il pubblico perché arriva l'emozione. È quello a cui io aspiro, che mi piacerebbe essere, e che mi piace anche vedere negli altri. Nelle scuole di danza classica, soprattutto nelle maggiori, si guarda molto, direi quasi in maniera estrema, alle doti fisiche, quasi da ginnasta, perché la danza oggi è molto cambiata, si è evoluta con corpi sempre più dotati. Quello del ballerino è un mestiere così difficile, perché costa così tanti sacrifici che se non lo si ama fortemente non lo si può fare.

Blaubart

Quale è la maggiore soddisfazione del tuo lavoro?
Sicuramente quando raggiungo un traguardo. È bello quando sai di aver dato tutto il possibile per raggiungere qualcosa anche se, spesso, non è esattamente come te lo immagini o come pensi sia la strada per raggiungerlo. Mi sento con la coscienza sporca se inizio uno spettacolo consapevole del fatto che avrei potuto prepararmi meglio e dare quel di più, o di essermi limitato nella preparazione. Cerco sempre di dare il massimo in quello che faccio.

In cosa ti aiuta la danza come persona?
Mi ha dato il senso della disciplina, e mi ha fatto capire che per raggiungere un obiettivo bisogna lavorare molto. Andando via da casa lontano dai genitori, mi ha costretto a crescere molto velocemente. Questo ha significato diventare responsabile già da piccolo, rendendomi forte. La danza mi aiuta a mantenere uno stile di vita sano. È quasi un obbligo. Certamente non tutto va a gonfie vele o è bello. Ci sono tanti momenti difficili, e vanno messi in conto anche gli infortuni che, se succedono, per un ballerino diventano situazioni pesanti perché il corpo è il suo strumento.

I futuri appuntamenti per il 2018?
Il balletto Carmen di Amedeo Amodio, a marzo al Teatro Olimpico di Roma; a maggio in Giappone con l'Opera di Vienna con Il Corsaro; a giugno, a Vienna, con Giselle; e il 21 e 22 luglio al Teatro La Fenice di Venezia per il Gala internazionale di danza ideato da Daniele Cipriani.

Pagina 1 di 19

Iscriviti a Sipario Theatre Club

Il primo e unico Theatre Club italiano che ti dà diritto a ricevere importanti sconti, riservati in esclusiva ai suoi iscritti. L'iscrizione a Sipario Theatre Club è gratuita!

About Us

Abbiamo sempre scritto di teatro: sulla carta, dal 1946, sul web, dal 1997, con l'unico scopo di fare e dare cultura. Leggi la nostra storia

Get in touch

  • SIPARIO via G. Rosales 3, 20124 Milano MI, Italy
  • +39 02 65 32 70

Questo sito utilizza cookie propri e si riserva di utilizzare anche cookie di terze parti per garantire la funzionalità del sito e per tenere conto delle scelte di navigazione. Per maggiori dettagli e sapere come negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie è possibile consultare la cookie policy. Accedendo a un qualunque elemento sottostante questo banner si acconsente all'uso dei cookie.

Per saperne di più clicca qui.