mercoledì, 26 giugno, 2019
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XX EDIZIONE DEL FESTIVAL PRIMAVERA DEI TEATRI A CASTROVILLARI. -di Gigi Giacobbe

"Immagina un paesaggio eroico" della compagnia greca "Nova Melancholia". Foto Angelo Maggio "Immagina un paesaggio eroico" della compagnia greca "Nova Melancholia". Foto Angelo Maggio

XX Edizione del Festival Primavera dei Teatri a Castrovillari dal 25 maggio al 1° giugno 2019.
di Gigi Giacobbe

Due grandi "ics" su superficie verde e un funambolo sul cavo d'acciaio con bombetta, farfalla e lunga asta in mano (foto di Tim Booth e progetto grafico di Entopan) è il manifesto della XX edizione di Primavera dei Teatri sui nuovi linguaggi della scena contemporanea svoltasi a Castrovillari dal 25 maggio al 1° giugno 2019. Una metafora forse, quella indicata dai tre artefici del fortunato Festival calabrese, Settimio Pisano, Dario De Luca Saverio La Ruina, che vogliono ribadire come il Teatro nel nostro paese avanzi pericolosamente ad alte quote, talvolta con qualche volteggio di troppo, rischiando a volte di cadere in basso. Certamente denudato da scene ingombranti, a volte anche dai costumi, sostituiti, come nel caso di Immagina un paesaggio eroico della compagnia greca "Nova Melancholia", da accorti fogli di carta che lasciavano intravedere il popò ma anche il pipì quando ne erano privi. I cinque interpreti (Ondina Quadri, Marcus Richter, Alexia Sarantopoulou, Kostas Tzimoulis, Vassilis Noulas (pure regista), indossavano ai visi nasi pinocchieschi e alle dita sottili coni da streghe fiabesche, incollavano su un muro bianco tonde e rettangolari sagome di cartoncino colorato che richiamavano opere di Tatlin o di Malevic e poi su queste vi adagiavano le proprie membra e il proprio corpo, a guisa che le loro posture sembravano dei gruppi scultorei ellenistici tipo il Laocoonte. Lo spettacolo tuttavia, apprezzabile dal punto di vista visivo, veniva rovinato allorquando i cinque interpreti, a turno, si avvicinavano ad un microfono dai toni troppo bassi, sicché non si capiva che recitavano alcune lettere di Rosa Luxemburg inviate dal carcere a cavallo del 1917/18 a Sonia Liebknecht.

laragione

Una minuscola scena ad opera di Bruno Soriato, raffigurante l'interno d'una squallida stanza con tetto e lucernaio, finestra, mobiletto, tavolo, poltroncina, un quadretto e pure una donna seduta su una seggiolina, da far venire in mente quelle immagini tridimensionali dentro un cartoncino d'un libro per bambini che appaiono per incanto quando giri la pagina, è ciò che appare all'inizio della sulfurea pièce La ragione del terrore di Michele Santeramo nell'intrigante e terrificante messinscena al Teatro Vittoria da Salvatore Tramacere. La donna seduta (Maria Rosaria Ponzetta) che non è quella di Copi, è la moglie dell'anfetaminico e straordinario protagonista Michele Cipriani che nel suo farneticante eppure realistico monologo, racconta la sua disperata vita, al tempo in cui viveva nelle grotte con la fame che gli tagliava le budella e il cui solo lusso a Natale era quello di mangiare la carne dei topi che i genitori, già vecchi a quarant'anni, riuscivano a rimediare andando a cacciali. Un racconto che ha dell'incredibile, realmente accaduto non molto tempo fa nel nostro paese, che ha per protagonisti personaggi che senza volerlo, diventano brutti sporchi e cattivi per mancanza d'un lavoro e d'una casa, costretti a vivere ai margini come bestie, i cui argomenti ruotano attorno a malattie, stupri, rapine, carceri e in cui ci si può ammazzare per una quisquilia.

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Visti i tempi che viviamo non poteva mancare uno spettacolo sul razzismo, su chi arriva clandestinamente nel nostro Paese e riesce per giunta a trovare un lavoro di domestico. Come colui che non si vede mai in Noi non siamo barbari del tedesco Philipp Löhle e che l'accorta regia di Andrea Collavino evidenzia dipanando i meccanismi psicologici che si sostanziano quando una coppia benestante va a trovare i vicini dell'appartamento accanto e gli argomenti di discussione inevitabilmente cadono sull'individuo di colore. Certamente il soggetto riscuote le simpatie delle due donne (Teresa Timpano e Stefania Ugomari di Blas) trovandolo intrigante anche per i suoi attributi, non così è il parere dei due uomini (Filippo Gessi e Saverio Tavano) che per lui provano una gelosia di tipo fallico. Lo spettacolo giostrato attorno a quattro sedie e un tavolo ha dei risvolti gialli quando la padrona di casa viene trovata morta e i sospetti cadranno sul domestico e non solo e i protagonisti litigheranno come quegli intellettuali della peggiore specie.

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Glaciale La classe di Fabiana Iacozzilli, un docupuppets per marionette e uomini (si legge nel sottotitolo), in cui un gruppo di performer muovono a mano quattro piccole marionette con grembiulini azzurri, costruite da Fiammetta Mandich, situate su altrettanti banchi scolastici d'un istituto religioso. Oggetti e situazioni varie che sedimentano nel salvadanaio della memoria, legati a tale Suor Lidia, la maestra di scuola elementare che ha segnato il piccolo pezzo di legno che ha lo stesso nome della regista, di continuo alle prese con un paio d'occhiali gialli che cerca d'infocare sul viso perché tendono a cadere giù, contenta tuttavia di dirigere una scena d'una recita scolastica che influenzerà la sua vocazione al Teatro.

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Con Sangue del mio sangue di Riccardo Spagnulo, liberamente ispirato ad una documentazione storica e giuridica raccolta da Michel Foucault, ci si trova all'interno d'uno spogliatoio d'un penitenziario, dove i due secondini Simone Benelli e Tommaso Bianco discutono animatamente dei loro problemi e del giovane detenuto 18enne Pierre Rivière (Matteo Di Somma) chiuso al centro della scena dentro una gabbia a vetri, reo d'aver ucciso madre sorella e fratello piccolo. Il triplice omicidio, realmente accaduto nel 1835 nel nord della Francia, scuote l'opinione pubblica e naturalmente il padre (Maurizio Sguotti, pure regista) che va trovare il figlio in carcere per sapere perché l'ha fatto. La risposta è sempre la stessa. Voleva liberarlo dalle sofferenze della famiglia. Parole che scrive pure sul vetro della gabbia per rispondere pure ad uno dei due carcerieri che gli chiede la stessa cosa e che lo farà andare via di testa commettendo un femminicidio nei confronti della moglie. Spettacolo privo di mordente, con alcune carenze recitative e poco coinvolgente.

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Tra i tanti quesiti irrisolti della nostra società "scoppiata" non poteva mancare una malattia sempre più frequente come l'Alzheimer, un tempo denominata demenza senile, che può colpire una famiglia qualunque. Come quella raffigurata da Paola Fresa nel suo propositivo testo che è Il problema, lei stessa nei panni d'una figlia, che ha accanto un'eccezionale madre coraggio che è la brava Nunzia Antonino, un padre colpito dal morbo, Franco Ferrante e Michele Cipriani ( apparso già ne La ragione del terrore di Santeramo) una specie di fool nel duplice ruolo dell'amico polacco con maglietta della Juve e d'un medico della Asl locale che boccerà la domanda d'assegnazione dell'assegno d'invalidità perché l'interessato, che non riconosce più né la moglie né la figlia, è in grado di deambulare. Lo spettacolo che ha come elemento scenico una gabbia aperta d'ogni lato, illuminata in alto con colori verde-arancio-blu, chiaramente col malato al suo interno, mette bene in evidenza i disagi e la vita d'inferno che vivono i familiari, ormai costretti ad avere accanto un vegetale non più in grado di vestirsi, di mangiare, di leggere etc. etc. cui resta solo una speranza: quella di amare il soggetto ad libitum, come meglio pare e piace, magari come farà questa moglie che aiuterà suo marito a spogliarsi sotto la doccia, accarezzarlo, baciarlo, riprendere ad amarlo come una persona normale.

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Una sorta di altare politeista con un banco-sarcofago occupato da tre grossi tomi in primo piano e una sfilza di volti, maschere e piccoli dei dell'Olimpo più indietro e in alto, capitanati da uno Zeus che quando emette verbo sembra sciogliersi come un gelato al pistacchio e per incanto emerge dal suo cranio una miniatura di Atena, è la scena del Menelao di Davide Carnevali, costruito-interpretato-diretto dal Teatro Giullare di Sasso Marconi (Bo). Lo spettacolo si rifà a quella legenda populista che vuole Elena come la donna più fedifraga del mondo e suo marito Menelao come un cocu magnifique che ha mosso guerra a Troia per riprendersi la sua sposa rapita da Paride. In realtà, come scrive prima Stesicoro e poi Euripide, Elena è una donna casta, pudica e reale che ama Menelao e quando si ritroveranno insieme in Egitto architetteranno un piano per fuggire dalla corte di re Proteo e rimpatriare per mare nella loro Sparta. Questo Menelao di Carnevali sembra uscire fuori da La noia di Moravia. Se ne sta disteso ai piedi di Elena, che regolarmente non gliela dà, scrivendo le sue memorie. Ma quali memorie può scrivere uno che non ha mai fatto un c...? È un uomo senza qualità questo Menelao, un bamboccione viziato, insoddisfatto e infelice, un non eroe che invidia le gesta del fratello Agamennone e che non riesce neppure a suicidarsi. Le stesse bamboline delle tre Parche (o Moire) Clòto, Làchesi e Àtropo, che danzano su quel piano stentano ad ammazzarlo, decidendo infine che non vale la pena tagliare il filo.

oeriltuobene

Per il tuo bene, uno stimolante testo che diverte facendo pensare di Pier Lorenzo Pisano (vincitore del 12°Premio Riccione "Pier Vittorio Tondelli") sua pure la regia, riprende il tema della parabola del figliol prodigo. Il plot ruota attorno ad una madre (Laura Mazzi) che richiama a casa il figlio grande (Edoardo Sorgente) perché il padre sta male. Il figlio ritrova i familiari certamente più vecchi ma sempre uguali a sé stessi, con i soliti problemi irrisolti e vecchie ruggini che stenteranno a sbloccarsi, conscio che le questioni di famiglia sono sempre le stesse e che girano attorno agli affetti e alle finanze. Lo spettacolo dai ritmi intensi, grazie pure ad un sipario che si apre con accorta velocità sui personaggi che dialogano in quel momento (scena di Giulia Carnevali) e un ottimo piglio professionale da parte dei cinque interpreti, ha fatto registrare (cosa rara al festival) un lungo applauso fra gli ooohhh di meraviglia, allorquando la Mazzi, alzando ad un tratto la sua gonna (costumi di Raffaella Toni) acconciandosela in un niente sul viso apparirà nel ruolo della nonna con occhiali, capelli bianchi e giacca di lana. C'è anche da dire che lo spettacolo ha uno stop agghiacciante quando chi è ritornato a casa vuole sapere notizie del padre. Per un istante tutto si ferma. Non si capisce se sia morto o non sia mai esistito. Intanto il figlio più piccolo (Alessandro Bay Rossi) è più interessato alla nuova fidanzatina (Marina Occhionero) e lo zio ciarliero (Marco Cacciola) in vestaglia e mutande si diverte a fare il pedofilo.

aldila

Chiara Stoppa e Valentina Picello hanno scritto-diretto-interpretato Aldilà di tutto, un testo che parla di morte ma che inneggia alla vita, anche se ad un tratto la Stoppa dirà che "la morte può essere una guarigione". È una storia in cui le due protagoniste in vacanza in Croazia si muovono su e attorno ad un palo d'una tenda con diversi pioli giusto per montarci sopra e volteggiare a varie altezze, dialogando serratamente sul significato dell'amicizia, della malattia e della morte. All'inizio Chiara ricorda l'amica Giovanna morta qualche anno prima di tumore, manifestando un pessimismo antico che è la nostra finitezza di vita e come l'arte possa superare la morte ed essere un passe-partout per l'eternità. Se Chiara è più razionale nei suoi amarcord, Valentina si esprime con accenti isterici, incurvando il proprio corpo e strozzando la propria voce con toni irosi e taglienti, forse per via delle benzodiazepine che assume. Ad un tratto entra in scena un cane dal folto pelo che si chiama Punto e gli animi si rasserenano. Le due amiche sembrano più serene, anche se i loro sguardi svelano la propria fragilità ma anche la forza a continuare a vivere.

Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2019 08:44

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