sabato, 08 agosto, 2020
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NAPOLI, Cortile del Maschio Angioino - "‘Nzularchia. In lettura e in corpo" di e con Mimmo Borrelli. -di Giuseppe Distefano

"‘Nzularchia. In lettura e in corpo", di e con Mimmo Borelli. Foto Marco Ghidelli "‘Nzularchia. In lettura e in corpo", di e con Mimmo Borelli. Foto Marco Ghidelli

‘Nzularchia. In lettura e in corpo
di e con Mimmo Borrelli
musiche composte e eseguite in scena da Antonio Della Ragione

installazioni video Alessandro Papa

disegno luci Angelo Grieco

produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
il 9, 10 e 11 luglio, Napoli, Cortile del Maschio Angioino

Confessa che è stato emotivamente faticoso riprendere, dopo 17 anni, ‘Nzularchia, testo che, rivelò l’allora ventisettenne Mimmo Borrelli sulla scena teatrale (vinse il Premio Riccione 2005 per le nuove opere). Vi ha ritrovato le sue antiche paure, quelle che lo hanno ispirato: come lo sgomento per i temporali e il mare, ma soprattutto le incertezze, all’epoca, e la paura di calcare la scena, di dedicarsi al teatro. Fu un testo alquanto travagliato per quella ricerca di un idioma che riflettesse la sua voglia di scrittura carnale. Non era sufficiente la lingua napoletana. Masticando le parole che ribollivano nella sua mente, scelse così, d’istinto, il dialetto stretto flegreo, quello tipico del territorio di Torregaveta, pervaso di arcaiche locuzioni popolari. Racconta questo ed altro l’attore, drammaturgo, regista napoletano, con semplicità affabulatoria, di fronte al pubblico prima di calarsi nei tre personaggi – Gaetano, Piccirì e Spennacore - che abitano lo spettacolo ‘Nzularchia. In lettura e in corpo (presentato nella rassegna “Scena aperta”, la stagione estiva dello Stabile-Teatro di Napoli in sinergia col Napoli Teatro Festival Italia). Il sottotitolo è la premessa per introdurci al suo teatro intimo, privato, alla gestazione di un suo testo prima della stesura finale che, per abitudine, consiste in una lettura insieme a pochi amici in cui espone prima le ingarbugliate trame dell’eventuale agone scenico e poi interpretando e chiarendo le dinamiche dei personaggi. Il motivo di questo incontro prima dello spettacolo lo scrive anche nelle note di regia: «Riaprire il teatro ammutolito, imbavagliato e sospeso, attraverso questo attimo privato mi sembra il giusto modo per ricostruire un contatto più intimo con il pubblico, sulle macerie dell’anima diroccata dalla mancanza di fiducia del prossimo e della prossimità». Di potente visceralità, di umori sulfurei che scorrono nelle vene dei personaggi, è la materia di cui è fatto ‘Nzularchia, scritto in prosa e in versi secondo quell’impasto linguistico e magmatico che costituisce da sempre la scrittura visionaria di Borrelli. Incubi e tenerezze, malvagità, furori, dannazioni, violenza e sarcasmo scorrono in un fiume di parole che nascono da un remoto antefatto di nefandezze di camorra e che ha tutto l’aspetto di una discesa negli inferi. Quelli della coscienza. ‘Nzularchia significa itterizia, febbre gialla, nel gergo popolare “…riconducibile alla paura, che quando è particolarmente violenta, può provocare queste malattie”. Più che una trama c’è un flusso di ricordi della coscienza, un monologo che è un dialogo con un fratello immaginario mai nato al quale l’io protagonista confessa le sue paure, o con l’immagine di se stesso vent’anni prima. Dentro un armadio si consumano i giorni di Gaetano, figlio/carceriere del gran capo camorrista e violento Spennacore che, sotto i suoi occhi bambini, nascosto in quell’armadio, uccise la moglie sorpresa a letto con un amante, inconsapevole della donna incinta. Al padre, nascosto in un bunker da vent’anni per sfuggire ai sicari di un clan nemico, egli fa da guardia e con lui si confronta fino al momento in cui decide di uccidersi costringendolo così a convivere con il suo cadavere in decomposizione. Il visionario racconto è trasportato da Borrelli nel presente. Egli si sposta dal leggio alternando le voci e i ruoli, indossando una pesante pelliccia, avanzando e indietreggiando, dialogando con l’immagine di se stesso, che è padre orrifico, proiettata sullo schermo dove scorrono immagini in movimento di temporali, di mare in tempesta, di lupi, e di una testa di bimbo: quel Piccerillo spiritino di un fratello mai nato che è forse Gaetano stesso fanciullo. Non si può scindere la magistrale prova d’attore dalla determinante drammaturgia sonora del polistrumentista Antonio Della Ragione. I suoni e le percussioni modellano la performance di Borrelli la cui recitazione si stratifica con densità e forza nell’entrare e uscire dalla trans interpretativa, nello spasmo del corpo e della voce, nell’impulso furente o pacato che li attraversa, e si fa ritmo ancestrale, ardua litania incantatoria, salmodiante partitura di una veglia che sfida l’ascolto.

Giuseppe Distefano

Ultima modifica il Venerdì, 17 Luglio 2020 12:13

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