venerdì, 30 ottobre, 2020
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L’edizione XL di DRO fra intimità e metamorfosi al tempo del Covid. -di Nicola Arrigoni

"Alcune coreografie" di Jacopo Jenna "Alcune coreografie" di Jacopo Jenna

Esserci per vedere l’improbabile e il festival che non c’è più
L’edizione XL di Dro fra intimità e metamorfosi al tempo del Covid

Distanza, visione, vedere per esserci, dove esserci è testimonianza dello stare qui e altrove, dove distanza è voglia di contatto siderale, dove vedere è abbracciare con gli occhi una nuova possibile visione post/pandemica, visione endemica di un teatro trasformato, di un’arte che sta, che si fa pensiero del nostro oggi. Tutto questo sembra poter suggerire la quarantesima edizione di Drodesera, il festival che non c’è più, il festival che resiste, il festival che – al di là del Covid-19 – sente la necessità di metamorfosi, di cambiar pelle e lo fa – simbolicamente e in maniera indotta – nel quarantesimo della sua nascita e nel ventesimo di Centrale Fies, centro di produzioni performativi, luogo di residenza delle nuove arti.
Se la distanza unisce.
Una cartolina di Pontenure, in provincia di Piacenza, e la voce In Cordata di Chiara Bersani, questo è il titolo della performance dell’attrice Premio Ubu. Lo spettatore deve inquadrare il QR Code col suo smartphone e ovunque si trovi – non necessariamente nel parco di Centrale Fies spiega Marco D’Agostin cui è affidata l’introduzione in presenza della performance – può partecipare al racconto di Bersani, un racconto di distanza e di stasi che si compie nel qui ed ora dell’ascolto dello spettatore. Il galleggiare evocato da Chiara Bersani è un fluttuare che condiziona lo spettatore che sia nel parco di Fies e s’incanti a osservare le merlature della centrale oppure in una piazza in cui i colori dell’estate, una finestra aperta con la luce che ne trapela hanno incredibili somiglianze con quanto l’attrice sussurra all’orecchio… L’ultimo atto – volontario – di dialogo a distanza e di fame di contatto sta nella possibilità di spedire all’attrice la cartolina con le immagini di Pontenure su cui Bersani ha costruito il suo narrare, trasfigurando volumi e volute del cielo nei riquadri a scacchiera di quella cartolina fuori moda. E se attraverso la voce Chiara Bersani da distante cerca una prossimità, la performance di Teatro Sotterraneo, Europeana va in cerca di un contatto siderale, lanciando dal qui ed ora di Fies la storia del Novecento. Europeana non stop – concept di Sotterraneo – è uno dei materiali che avrebbe dovuto contribuire a dar corpo all’Angelo della Storia, produzione stoppata dall’emergenza Covid. La risposta a questo stop per Sotterraneo è «una playlist di pezzi fuori-formato che rendano accessibile il lavoro di studio e ricerca de L’Angelo della Storia in attesa di debuttare con lo spettacolo finito». E se questa è la cornice, il testo è affidato a Europeana. Breve storia del XX Secolo di Patrik Ouředník che Fabio Mascagni legge per intero, senza soluzione di continuità. Ma quella lettura è destinata non a chi è lì ad assistere nei tempi e nelle modalità che crede ma è rivolta ad un altrove distante, distantissimo. «Un software traduce in diretta il testo in codice binario, un linguaggio considerato potenzialmente universale. Audio e traduzione vengono registrati su un supporto che sarà conservato in una capsula del tempo nel luogo in cui accade la performance – spiegano i Sotterraneo -. Simultaneamente inviamo fotoni oltre la stratosfera con un puntatore laser che reagisce agli impulsi sonori della voce narrante e che ha lo scopo di segnalare la nostra posizione: senza impedimenti il segnale uscirà dalla stratosfera e proseguirà fino ai confini dello Spazio. Se mai qualcuno dovesse usarlo per localizzarci, Europeana. Breve storia del XX secolo è per noi il libro più adatto a raccontare il secolo in cui siamo nati e cresciuti». E allora eccola la distanza che si fa prossimità, la voglia di coprire le distanze, di cercare contatto, un contatto ai confini dell’universo, mentre una pandemia nel pianeta Terra sembra condannarci ai confini della vita così come l’abbiamo conosciuta, frequentata, bistrattata. Un messaggio nella bottiglia interstellare che potrà essere raccolto, magari, da naufraghi del tempo.
Passato, presente e visioni future…

Barbara Boninsegna. Foto Dido Fontana

Come sempre un anniversario rappresenta non solo un punto di arrivo, ma un’occasione per riflettere e riflettersi in quanto si è fatto per trovare nuove strade, nuove visioni. Così la distanza sta in quel lontano 1980 in cui cominciava la storia di Dro con due appassionati di teatro in una sperduta cittadina del trentino: Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna. Una storia nata dall’impossibilità di usare l’oratorio, per cui il giovane bibliotecario del paese decise di portare la manifestazione musicale dall’oratorio alla piazza… Uno spazio aperto, una scelta, no una necessità. Dopo quarant’anni viene da pensare alla necessità di spazi all’aperto per far ripartire il teatro… e sono passati quattro decenni. La piazza, lo spazio aperto – che vuol dire spazio di aperture visuali e di libertà d’accesso e movimento – sono all’origine del desiderio: trasformare, inventare lo stare insieme, ripensare il nostro stare nei luoghi e la possibilità che questi divengano tavolozze su cui la creatività innesta universi e pensieri possibili. Ripartenza è il termine che di più ha caratterizzato questi mesi estivi, ma ripartire come prima non ha senso, bisogna osare, ri-fare, ri-nascere, sempre che il virus lo conceda. Rinascere non migliori, ma necessariamente diversi. Ed allora parlare sui divanetti del parco della Centrale Fies di Drodesera con Barbara Boninsegna e Virginia Sommadossi è immaginare insieme questa rinascita, mentre è palpabile il timore, lo choc, il senso di responsabilità che hanno spinto Drodesera a mutare pelle, a raccontare il suo quarantennale in una dimensione irreale, con pochi spettatori per sera, con spettacoli all’aperto, diluiti in quattro fine settimana. E ciò è ben chiaro nel messaggio di benvenuto agli ospiti che hanno accettato la sfida di esserci a XL Centrale Fies: «La prima cosa che vogliamo chiederti: è come stai. E se in questi mesi sei riuscito ad addomesticare lo spazio fuori e a rendere selvaggio quello dentro casa. Ci piace immaginare che per molti e molte sia stato proprio così, o almeno in parte. Per noi è stato qualcosa di sconvolgente che ci ha fatto mettere in atto trasformazioni che immaginavamo da tempo – si legge in cima al programma - Certo qualcosa è cambiato, e nuove regole collettive che governano questi tempi hanno reso impossibili alcune idee primigenie, come quelle di poter ospitare grandi compagnie internazionali, ma non hanno fermato invece quella principale scelta di farci “esplodere” in pratiche, tematiche, visioni sempre nuove, per un nuovo formato extralarge, proprio l’anno dei 40 anni di festival e 20 Centrale Fies».

L’edizione XL di Dro

«Siamo qui, più per essere che per far vedere – afferma Barbara Boninsegna -. XL già presupponeva una nuova formula, voleva dare il via a un nuovo formato che rompeva la tradizione della one shot estiva. Oggi questo desiderio si è fatto necessità, ma ci sembrava altrettanto necessario essere qui, in questa estate e chiedere di dare una presenza anche agli artisti che con estrema generosità si sono dati, hanno lavorato». E mentre Barbara Boninsegna parla si ha la netta impressione che nel suo sguardo passino veloci i quarant’anni di Dro, si affaccino i volti di Pippo Delbono dell’Enrico V e del Muro, di Michele Abbondanza e di Antonella Bertoni di Terramara o Romanzo d’infanzia, del primo Marco Paolini del Vajont, di Renata Palminiello di Non solo per me, ma anche degli spettacoli di piazza, del nouveau cirque, di Dro trasformato e di quell’intuizione di fare della Centrale Fies un luogo di spettacoli prima e poi una casa per gli artisti. «La storia di Drodesera è una storia di passaggi e trasformazioni – continua Virginia Sommadossi -.La festa dei vent’anni del festival ha segnato la nascita di Centrale Fies che pian piano ci ha portato a indagare i linguaggi della performance, al di là dei rigidi steccati dei vari linguaggi estetici. Con Centrale Fies il festival pian piano ha finito col diventare solo un momento di un processo più articolato, l’occasione per mostrare e costruire insieme al pubblico occasioni di pensiero non esclusivamente teatrale». Ed infatti a Centrale Fies si devono realtà come Sotterraneo, Anagoor, Marta Cuscunà, Jacopo Jenna, Santasagre, realtà che continuano o che si sono trasformati in altro come Pathosformel o Codice Ivan. Il teatro degli anni 2000 è passato per Centrale Fies, ma soprattutto in molti casi ha avuto in Centrale Fies un sostegno, una casa, la possibilità di elaborare e ricercare estetiche che potessero dire e dirsi nel nostro tempo inquieto. La nascita di Live Work come spazio aperto alla performance artistica ha portato a Fies l’arte contemporanea, l’unicità del performer e la potenza dell’atto installativo, ma soprattutto ha accentuato la vocazione produttiva e di incubatrice di novità e sperimentazione di Fies. E se la nascita di Centrale Fies nel 2000 ha rappresentato non solo un importante investimento strutturale, ma una svolta di azione per Drodesera – usando il toponimo della manifestazione nata quarant’anni fa – la quarantesima edizione della kermesse aveva in sé già la necessità di cambiare, come spiega Barbara Boninsegna: «L’idea di XL nasceva prima di questi mesi incerti. Aveva la volontà di abbandonare la forma del festival estivo per esplodere, espandersi e aggregare tutti i progetti di un luogo di ricerca e produzione artistica», spiega e mentre parla nel suo sguardo passano i quarant’anni di attività, non per nostalgia ma come sostegno alla prospettiva futura. «Il festival di quest’anno doveva essere il punto di passaggio fra un oggi e un domani, una esplosione nel tempo e nello spazio – prosegue Boninsegna - Una formula esplosa nel tempo, nelle discipline, nelle pratiche e nelle tematiche affrontate, in grado di vedere nell’arte e nella cultura un mezzo di allenamento collettivo al pensiero e all’azione, fortificandone la capacità di entrare nei processi narrativi e nutritivi di un territorio artistico e alpino». Tutt’intorno è silenzio, una tranquillità irreale se si pensa al brulichio solito delle lunghe serate a Centrale Fies, il Covid ha segnato tutti, ha rivoluzionato i riti dello spettacolo, ha congelato i contatti – questo si avverte nelle parole spaventate di Barbara Boninsegna e Virginia Sommadossi -, ma la paura non ha avuto la meglio, così il festival già pronto è stato ribaltato, rivoluzionato, ridotto, contingentato, ma con una determinazione: esserci, chiamare a raccolta volontaria chi poteva per dare un segnale, non di una fine, ma dell’inizio di un nuovo ciclo. «Centrale Fies struttura la sua programmazione aperta al pubblico da maggio a dicembre 2020, e la suddivide per capitoli: alcuni già scritti, altri da riscrivere e altri ancora da immaginare. Una scrittura comune fra artist, curator, professionist, che sappia accompagnarci attraverso il presente, intrecciandosi a sempre diverse parti di una comunità capace di immaginare un festival come qualcosa da trasformare – spiegano Barbara Boninsegna e Virginia Sommadossi -. Qualsiasi cosa ancora accada, cercheremo di preservare il circolo virtuoso della cura e dell’attenzione che in tutti questi anni ha guidato ogni azione di Centrale Fies, ma ora verrà chiesto a soggetti molteplici di fare lo stesso, di avere cura di un pezzo di ecosistema attraverso azioni reciproche: lo chiederemo all’edificio, alle forme e forze della natura tutto intorno nessuna esclusa, lo chiederemo ai pubblici, così come a curator, artist, ospiti e passanti». E allora le parole di Chuck Palahniuk: «Il futuro che avrai domani non sarà lo stesso che avevi ieri» sono esemplari nel raccontare il senso di attesa e rinascita rinnovata che si è percepito a Centrale Fies, in un clima di intimità e nell’improvviso scrociante e potente abbattersi di un temporale.
Hybris e sguardi di rinascita.

Oht Office for a Human Theatre 19 Luglio 1985, una tragedia alpina. Foto MoniQue Courtesy Centro Santa Chiara

In lontananza un’immagine sfocata, sembra una nuvola, poi si scopre che è ciò che di meno aereo possa esserci: un pino sospeso che rotea, che scandisce il tempo, l’inesorabile approssimarsi insaputo di una catastrofe: il rovesciamento del fango biancastro depositato nei bacini di decantazione che ha spazzato via la val di Stava. Era il 19 luglio 1985. Il vuoto, lasciato dalla colata di fango, materializza l’irrappresentabilità di una tragedia, di una catastrofe che interroga, che lascia il silenzio attonito e rombante di ciò che non era previsto, ma poteva essere prevedibile. È lo stesso silenzio che si percepisce nell’aria dopo un potente temporale, un silenzio di decantazione, come dopo l’orgasmo, un silenzio che è recupero di energia dopo aver concentrato tanta potenza di vita/morte. Oht Office for a Human Theatre 19 Luglio 1985, una tragedia alpina è qualcosa di più di una installazione dalla indubbia suggestione iconica, è un avvertimento, è un monito che pare tanto più significante in tempi di pandemia. Quella nuvola è un abete che rotea su se stesso, orologio della tragedia imminente, immagine leggera di una natura offesa, sradicata, umiliata e violentata che si riversa come fango sulla lillipuziana umanità.

"Turning Orlando’s version" di Alessandro Sciarroni

Un sabbah congelato offre Storia notturna, mostra a cura di Simone Frangi e Denis Isaia con le opere di Mercedes Azpilicueta (Argentina), Chiara Camoni (Italia), Darius-Robin Dolatyari-Dolatdoust (Francia), Francesco Fonassi (Italia), Luca Frei (Svizzera), Raffaela Naldi Rossano (Italia), Anna Perach (Ucraina). In controluce passa il valore alchemico, magico della materia, la sua trasformazione, la possibilità di rievocare riti interstiziali che ci immettono in un flusso misterico di un divenire vitale che comprende – come è logico che sia – la morte e chiede di spalancare lo sguardo per immaginare una nuova vita. E sono gli sguardi dei danzatori Maria Cargnelli, Francesco Saverio Cavaliere, Lucrezia Gabrieli, Sofia Magnani, Roberta Racis che in Turning Orlando’s version di Alessandro Sciarroni incrociano lo sguardo del pubblico in una difficile quanto insistita volontà di roteare sulle punte. Lo sguardo si fa sorriso, il movimento si fa volo e si rimane rapiti. È come si si assistesse a una sorta di rinascita che non a caso prende spunto dall’armonia di quei corpi che ruotano, in un divenire di respiro e azione che sembra celebrare una festa di rinascita. Ci si chiede se questo sia suggestione o cosa, ma l’impressione è quella che – più o meno volontariamente – nella Centrale Fies di celebri la possibilità di un’armonia fra uomo e mondo, una sorta di consapevolezza ritrovata: noi non siamo signori del Creato, ma ne siamo parte, una piccola parte che deve – se non vuole perire – coesistere con l’immensamente grande e l’immensamente piccolo. E questo essere parte per il tutto si ritrova anche nella performance Alcune coreografie di Jacopo Jenna. Nella prima parte il corpo della danzatrice Raimona Caia dialoga con una serie di filmati che raccontano la storia della danza codificata come espressione estetica, lo sguardo dello spettatore si deve dividere fra ciò che accade in scena e ciò che viene proiettato in un continuo cambio di prospettiva e di scelta che costruisce un testo coreutico unico, in cui il video sembra concedersi l’imprevedibilità della performance e la danzatrice la gabbia rassicurante della ripetitività dell’audiovisivo. Ma quei segni di danza codificata pian piano lasciano il posto a una danza/movimento che pervade l’esistente: a danzare sono le api sui fiori, il dischiudersi dei fiori, il rincorrersi delle nuvole, fermati nel video di Roberto Fassone. Fassone va in cerca del tutto scorre, del movimento perpetuo di un mondo in cui si inserisce il corpo della danzatrice, fino ad essere sommerso, inglobato. Da qui il pensiero di un’humanitas che deve imparare a sentirsi parte del tutto e non protagonista di un mondo in cui è solo ospite gradito e ultimamente pernicioso. Tutto questo a Centrale Fies si fa immagine, incontro, distanziato ma emotivamente prossimo, tutto ciò vive nel qui ed ora di una serata di fine luglio, attraversata dai temporale, quieta in attesa della tempesta, fiacca ma determinata a resistere, una serata fra chi ha voluto esserci prima ancora che vedere, per testimoniane nello stare e nel re-stare la voglia di non darsi per vinti. Tutto ciò accade in attesa di nuove metamorfosi di una Centrale Fies che nell’incedere del tempo, dello scorrere dei giorni individua il suo percorso per innestare il festivo nel quotidiano, sotto il segno dell’impossibile che solo l’arte può regalare.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Domenica, 20 Settembre 2020 11:01

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