lunedì, 26 ottobre, 2020
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VERONA, Teatro Romano - "LA STORIA DI RE LEAR" regia Francesco Frangipane. -di Francesco Bettin

La storia di Re Lear", regia. Foto Manuela Giusto La storia di Re Lear", regia. Foto Manuela Giusto

LA STORIA DI RE LEAR
Lettura scenica di Melania G. Mazzucco
con Vanessa Scalera
sonorizzazioni e live electronics Antonello Aprea
scenografia Katia Titolo
costumi Francesca Di Giuliano
responsabile tecnico Raffaele Basile
organizzazione Marcella Santomassimo
regia Francesco Frangipane
Produzione Infinito teatro, Argot Produzioni, in co-produzione con Estate Teatrale Veronese
Estate Teatrale Veronese 2020
Verona, Teatro Romano 15 settembre 2020 – Prima nazionale

Che il commediografo William Shakespeare ci avesse abituato a testi teatrali fatti di forme poetiche di una certa eleganza e di una consistente genialità, costruite con linguaggio sciolto e molteplici sfumature lo sapevamo. Come si sa che la sua produzione rientra nel più classico dei repertori, è il teatro classico per eccellenza. Nessuna delle sue commedie o tragedie fa eccezione, certamente nemmeno il “Re Lear”, del quale ci offre una lettura scenica particolare, una riscrittura del dramma la scrittrice Melania G. Mazzucco. “La storia di Re Lear” si differenzia dal Lear narrato più volte e messo in scena da più parti in tutto il mondo anche se lo fa rimanendo sui tratti fondamentali, sui binari principali del dramma, mettendo al centro secondo cardini precisi significato e valore dell’opera. Lo spettacolo scritto dalla Mazzucco, portato in scena dal regista Francesco Frangipane con grande efficacia, con Vanessa Scalera protagonista – lettrice, si avvale di accorgimenti originali e trovate frizzantine che iniziano dall’ingresso in scena della Scalera e del suo fido compagno Antonello Aprea, in qualità di fondamentale music maker, che posizionano leggìo e sistemano le proprie cose prima di iniziare lo spettacolo. T-shirt bianca sotto la giacca nera subito levata, pantaloni neri e scarpe da tennis, la sbarazzina Scalera si avventura pian piano nei meandri narrativi del Lear della Mazzucco, nelle pieghe incontrastate di una drammaturgia sincera, per alcuni versi apocalittica ma pronta a riscattarsi in nome di un significativo riscatto, di una saggezza che proprio perché narra la tragedia porta a galla il buono che c’è dentro essa. E lo fa passando con sicurezza alternandosi tra movimenti duri e impegnativi fino ai più soft e persino voluttuosi, ironici. E’ un inizio scoppiettante, ben dosato da una regia attenta e che non fa sfuggire un solo verso del testo. Vanessa Scalera, attrice di notevole brio e capacità, interpreta a voce (ma anche con le giuste, indiavolate movenze) tutti i personaggi del Lear, con una forza e un attaccamento ad essi quasi a voler prendere da ognuno il meglio, e probabilmente anche il peggio. L’uno e l’altro così si affiancano e si sormontano, si accavallano continuamente. I personaggi sono tutti pieni di un certo pathos e non potrebbe essere altrimenti, ma sono giustamente trattati con uno sguardo incline all’ironia che va comunque verso la metafisica poetica del testo shakesperiano. Va da sé dunque che la lettura scenica scorre veloce, puntuale, portandosi dietro la vita del re e dei personaggi che lo circondano, dalle tre figlie Goneril, Regan e Cordelia, al fido clown, ai duchi, e compagnia bella. Man mano che passano i minuti di quest’ora e dieci tutta vissuta con adrenalina, i personaggi che Scalera interpreta con grande energia mettendoci tutta se stessa assumono sempre più sgargianti colori, diventano onde che si infrangono sugli scogli, beltà, speranza, monito. La storia rivissuta e rinarrata di Lear è quanto di più sorprendentemente viva, fresca, si dipana tra mille avventure che arrivano dall’eco dei tempi, e si consuma portando in dote insegnamenti dotti, arcani tipici e anche un fascino, una grazia irriverente. Lo spettacolo è uno di quelli da godere appieno, tra una consolle e un muro con vecchie locandine strappate, musiche che fanno capolino e occhiolino e non solo contorno. Spuntano poi cuffie per meglio ascoltare, un microfono dove gridare tutta la propria aderenza interpretativa, occhiali da sole sgargianti che si affiancano alle disgrazie, agli abbandoni, alle crudeli sorti della storia raccontata, uniti ai vivaci, divertenti balli che Vanessa Scalera esercita, il tutto in un riuscito dosaggio di luci. Il pubblico si diverte, e acclama con calore finale una storia che invita fortemente anche a prendere direzioni fantasiose, per non lasciar nulla di sopito.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Giovedì, 17 Settembre 2020 12:43

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