domenica, 25 luglio, 2021
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BORGIO VEREZZI FESTIVAL 55ma edizione - "ROGER", con Emilio Solfrizzi, regia Umberto Marino. -di Roberto Trovato

ROGER
di Umberto Marino
Scene di Katia Titolo
Interprete: Emilio Solfrizzi, al debutto al Festival
Regia di Umberto Marino
Produzione Compagnia Molière (Rosario Coppolino)
Borgio Verezzi, Piazza S. Agostino, 10 luglio 2021

Come seconda anteprima del Festival debutta questo divertente spettacolo tratto da un libro di David Foster Wallace, dal titolo Federer come esperienza religiosa, uscito una prima volta nel 2010 e ristampata da Einaudi nel 2012 e poi nel 2017. L’intera azione si svolge per intero su un campo da tennis immaginario. Ad essere rappresentata è una tragicomica partita tra un generico ed eterno numero due del tennis e il grande campione svizzero Roger Federer. Preceduto da una performance improvvisata in cui l’interprete interagisce in maniera divertente col pubblico, lo spettacolo è un monologo che rinuncia intenzionalmente ad apparati realisti, compresi oggetti di scena ed effetti sonori, puntando tutto sulla centralità della parola e sull’interpretazione dell’attore Emilio Solfrizzi, noto tra l’altro per la fortunata serie televisiva intitolata Tutti pazzi per amore, andata in onda tra il 2008 e il 2012. Il regista Umberto Marino, già autore tra gli altri lavori di vari radiodrammi, di trentaquattro commedie e di decine di soggetti e sceneggiature cinematografiche, in pieno accordo con l’unico interprete punta su una rappresentazione centrata unicamente sulle battute dette dall’attore in grado di vedere il campo, la pallina, la racchetta e gli scambi e i movimenti dei due avversari: uno fortissimo e l’altro sprovveduto. Detto altrimenti il grande campione di tennis non è affrontato dal punto di vista iconografico puro, ma come opportunità per descrivere con estrema abilità una traiettoria onirica dell’esistenza, che ci riserva volta a volta vittorie esaltanti e cocenti sconfitte. Lo spunto parte forse, ancorché in maniera del tutto originale, da alcune delle sequenze finali del film cult di Michelangelo Antonioni, Blow up, uscito nel 1966 e vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes dell’anno successivo. In quella pellicola una compagnia di mimi gioca una insolita e misteriosa partita di tennis, senza palline e racchette. Uno dei protagonisti, il fotografo inglese Thomas, al pari del pubblico, segue con gli occhi le traiettorie dell’invisibile pallina rilanciata da un campo all’altro. Alla fine Thomas viene invitato ad unirsi ai mimi. In questo modo Antonioni teorizza la continua incertezza della visione, ponendo l’accento sulla natura illusoria dell’immagine e nel contempo al fluire incessante e inafferrabile della realtà. Il fatto che il fotografo mimi la singolare partita di tennis è il segno della sostituzione della realtà da parte della rappresentazione, in un mondo in cui l’oggettività scopre la nostra debolezza, senza insieme garantire la reale comprensione della vita che ci circonda.
Per contro il monologo di Umberto Marino utilizza l’assente Federer, una sorta di Godot metafisico che non arriverà mai, quale felice pretesto per confrontare il sublime col normale. Un logorroico numero due, alle prese con il grande tennista svizzero, non potrà mai finire il match, ammesso che di un reale incontro si possa parlare. Non c’è niente di scontato in un gioco di abili rimandi, fitte citazioni e sapienti proiezioni quale è questa interessante pièce. A quanto precisa l’autore della pièce in una sintetica ma illuminante nota di regia quella che viene affrontata “è una verifica vasta e impegnativa, sperando che la metafora, prima nascosta e poi svelata, che il testo contiene, trovi la strada per arrivare al cervello e al cuore del pubblico che condivide con noi questa stimolante esperienza” che riflette sul rapporto tra scena e sport. Lo spettacolo è un convincente ragionamento che utilizza molto bene il tennis come metafora dell’esistenza. A sublimarla è il fanciullo che è in noi e che è capace di restituire con efficacia qualche momento della nostra età perduta. Il cinquantanovenne Emilio Solfrizzi, interprete unico dello spettacolo, si conferma in questa sua prima partecipazione al Festival di Verezzi una volta di più un attore in grado di rendere con grande intelligenza e rara finezza l’incontro immaginario tra due tennisti grazie all’abile utilizzo della mimica, alle equilibrate posture, a pochi movimenti sulla scena e al linguaggio misurato che rinuncia deliberatamente a qualsiasi esagerazione.

Roberto Trovato

Ultima modifica il Lunedì, 12 Luglio 2021 06:01

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